LA BANCA DEI CLAN | Il sistema del duo Favara-Rappoccio

REGGIO CALABRIA C’è anche il noto imprenditore del settore sanitario Pasquale Rappoccio fra gli arrestati nell’ambito dell’operazione “Ndrangheta banking”, eseguita dalle prime luci dell’alba dai carabinieri del Ros e del…

REGGIO CALABRIA C’è anche il noto imprenditore del settore sanitario Pasquale Rappoccio fra gli arrestati nell’ambito dell’operazione “Ndrangheta banking”, eseguita dalle prime luci dell’alba dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria e dagli uomini del locale centro Dia, all’esito dell’inchiesta coordinata dai pm Giuseppe Lombardo e Alessandra Cerreti. Assieme all’ex patron della Medinex, già imputato nel procedimento “Reggio Nord” perché ritenuto imprenditore espressione dei clan, a finire in manette sono state altre dieci persone – Francesco Buda, Giuseppe Codispoti, Domenico Condello, Francesco Condello, Gianluca Ciro Domenico Favara, Francesco Foti, Fortunato Danilo Paonessa, Vincenzo Pesce e Carmelo Vardè – mentre il gip ha disposto gli arresti domiciliari per altri sei indagati, Carlo Avallone, Antonino Cotroneo, Biagio Francesco Maduli, Paolo Pizzimenti, Maria Grazia Polimenti e Giacinto Polimeni e Mario Donato Ria.

 

 

I frutti di “Meta”

In molti casi, non si tratta di nomi nuovi per i magistrati della Dda reggina, ma – sottolinea il vicecomandante del Ros nazionale, il generale Pasquale Angelosanto – di personaggi già emersi nell’ambito del prolifico filone investigativo inaugurato dall’operazione “Reggio Nord” e culminato in “Meta”, inizialmente battuto su ordine del pm Lombardo dall’allora comandante del Ros reggino, Valerio Giardina e dal suo secondo, Gerardo Lardieri. Non terminano dunque di portare nuovi frutti gli approfondimenti prima mirati, poi seguiti, alla cattura dell’ex primula nera della ‘ndragheta reggina, il superboss Pasquale Condello di recente condannato a 20 anni di reclusione, e che oggi hanno portato gli inquirenti a svelare un imponente sistema di credito parallelo gestito dai clan, che tra la Calabria e la Lombardia aveva letteralmente strangolato diversi imprenditori. Un’operazione importante per il procuratore capo della Dda reggina Federico Cafiero de Raho perché «se è vero che il patrimonio della ‘ndrangheta si disperde in mille rivoli, quello che abbiamo individuato con questa operazione è fra i più pericolosi perché è proprio attraverso l’attività finanziaria e l’esercizio abusivo del credito che vengono irretiti diversi imprenditori in difficolta». Ed era proprio una vera e propria banca parallela quella gestita dai clan Condello e Pesce-Bellocco di Rosarno scoperta oggi dagli investigatori, che aveva costretto quattro imprenditori – due calabresi e due lombardi – ad attraversare quelle che Cafiero de Raho non esita a definire «forche caudine del credito fornito dai clan» che a detta del procuratore «una volta varcate segnano l’ingresso in un circuito che massacra e distrugge». E non solo per gli interessi maturati sul prestito, che – hanno scoperto gli investigatori – toccavano punte anche del 20%. «L’obiettivo delle cosche – spiega de Raho – rimane sempre quello di appropriarsi delle imprese»

 

Favara ambasciatore in Calabria…

Personaggio chiave del business sarebbe stato Gianluca Favara, ritenuto organico alla cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, ma soprattutto un ambasciatore e un broker. Uno di quei personaggi – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – di cui il Ros di Reggio Calabria si era occupato nel corso delle indagini su Pasquale Condello che avevano portato gli inquirenti a ipotizzare che «le cosche consociate (le famiglie dei Condello, dei Morabito di Africo, dei Pelle di San Luca, dei Barbaro di Platì, dei Molè e Piromalli di Gioia Tauro, dei Bellocco-Pesce di Rosarno) distanti solo dal punto di vista territoriale e logistico, avevano delegato alcuni soggetti “trait d’union” per la veicolazione delle informazioni e tra questi, appunto, il citato Favara Gianluca». Non a caso, spiega il comandante del Ros reggino Gianluca Piasentin, è proprio Favara ad intervenire quando un appalto vinto a Rosarno dagli imprenditori reggini Barbieri – ritenuti espressione dell’omonimo clan, satellite della più nota e potente cosca De Stefano – rischia di provocare irrimediabili “incomprensioni” con il clan Pesce, che su quei lavori aveva già messo gli occhi. «A mettere a posto le cose è proprio Favara – dice Piasentin – cui basta spendere il proprio nome per far rientrare la situazione».

 

… E broker in Lombardia

Ma se in Calabria Favara veicolava informazioni, in Lombardia il medesimo soggetto procacciava affari. Per tutti. Stando a quanto scoperto dagli inquirenti a Milano, all’ombra del Duomo l’ambasciatore dei clan era al lavoro per impossessarsi di imprese e aziende. Fra queste c’erano anche quelle dell’imprenditore Agostino Augusto, ingegnere milanese titolare dell’impresa Makeall, ma soprattutto di cinque case di cura, già finito al centro dell’operazione “Mentore” della Dda milanese. Tentato dal prestito dei clan, trascinato fino in Calabria, terrorizzato e minacciato, Augusto nel giro di pochi mesi si trasforma da rampante imprenditore in impaurita marionetta nelle mani di Favara e dei suoi sgherri che sul suo impero puntano a mettere le mani proprio tramite Pasquale Rappoccio. Presentato all’imprenditore milanese in difficoltà come un «amico competente per materia», in grado di fornire in fretta le attrezzature mediche necessarie all’allestimento di tre case di cura, l’ex rappresentante della Medinex era stato chiamato in realtà a rilevare a prezzi stracciati l’ormai zoppicante Makeall spa. Una manovra a tenaglia che avrebbe visto da una parte Favara mettere spalle al muro con pressioni fisiche e verbali l’ingegnere milanese – Augusto finirà due volte in ospedale – dall’altra, Rappoccio chiamato a presentarsi come unico interlocutore finanziario disponibile. Una strategia che seguiva un «copione – affermano gli inquirenti milanesi – oramai consolidato nel modus operandi della ‘ndrangheta calabrese», in grado di penetrare l’economia e la società lombarda affondando come un coltello nel burro.

 

 

Un copione noto

Cambiano i nomi, il settore commerciale, la grandezza dell’impresa, ma lo schema è sempre il medesimo. Le ‘ndrine tentano imprenditori più o meno in difficoltà con liquidità in pronta consegna e progressivamente si appropriano dell’azienda piccola o grande che sia. Una scaletta che il duo Favara-Rappoccio avrebbe seguito alla perfezione, passo dopo passo. «Un ganglio della famiglia Pesce-Bellocco – si legge nell’ordinanza – si inserisce quasi in punta di piedi nella vita dell’imprenditore per poi assumerne il totale controllo e determinarne il totale assoggettamento e asservimento alle volontà di un sedicente “legatus” di famiglie mafiose calabresi. Il contesto sociale ed economico in cui operava l’ingegner Augusto ha costituito il terreno fertile sul quale Favara Gianluca ha potuto operare concentrando e radicando la propria azione sfruttando anche quella di altre realtà associative sia ‘ndranghetiste, come con la “locale di Lonate Pozzolo”, rappresentata da Rispoli Vincenzo, ovvero di ordinari gruppi di usurai, come i personaggi inseriti nella Rodes s.r.l., attuando così un comune programma delinquenziale».

 

 

I satelliti criminali di Favara

Ma attorno a Gianluca Favara si muove una galassia criminale che va ben oltre una – pur importante – locale milanese, o uno sparuto gruppo di usurai lombardi. «Gianluca Favara – evidenzia il capocentro della Dia reggina, il colonnello Gaetano Scillia – non è solo il punto di riferimento di importanti clan di Reggio e della Piana, ma ha anche contatti con il clan Rinzivillo, gli “stiddari” di Gela». E non solo. A vario titolo, Favara coinvolgerà nell’affare Fortunato Paonessa, ufficialmente titolare della Vecam – dopo averne acquisito le quote da Giuseppe Diano, coinvolto nell’operazione “Arcobaleno”, condotta dalla Dia reggina contro le cosche Buda e Pesce-Bellocco» – per gli inquirenti presunto ambasciatore a Milano dei Condello-Imerti, ma anche il capo della locale di Fondi, Antonino Venanzio Tripodo, figlio di quel don Mico Tripodo la cui morte suggellerà la prima guerra di ‘ndrangheta. Ma quando Favara ha bisogno di consigli o di risolvere “questioni” sorte con altri gruppi delinquenziali, o ancora progettare affari come un non meglio specificato traffico di droga da perfezionare con la cosca mafiosa Muià-Facchineri, è il “cordone ombelicale” con la casa madre che torna a farsi sentire e, secondo le indagini, è a Domenico Arena – contiguo al broker della droga Giuseppe Coluccio – che chiede supporto, consiglio e lumi sul da farsi. Tutte questioni risolte con un perentorio «devi dire che così è perché l’ho detto io» di Arena, che in maniera più che eloquente colloca in Calabria il reale baricentro dell’intero sistema. Una rete fitta e ramificata di interessi e affari meneghini, ma con cuore e testa calabrese che in Favara aveva il dominus e in Carlo Avallone, l’ingegnere, un elemento fondamentale. Lombardo doc, nato a Milano e residente a Gerenzano, per gli inquirenti Avallone era un vero e proprio «procacciatore di imprenditori in difficoltà da sottoporre ad usura prima, estorsione poi, e infine all’acquisizione di quanto di buono rimaneva nelle differenti società». E anche l’ingegnere, al pari di Favara e di protagonisti e comparse di questa storia, non è uno sconosciuto per gli inquirenti: nel 2003 è stato coinvolto in un’indagine coordinata dalla Procura di Novara per riciclaggio di assegni e altri mezzi di pagamento bancari, associazione per delinquere e ricettazione di assegni in cui faceva capolino – tra gli altri – un commercialista di Rosarno, Gregorio Laruffa che gli inquirenti indicano come vicino a Bruno Siclari, altro colletto bianco che in Calabria ha legato il suo nome e la sua fortuna ai clan e per questo finito dietro le sbarre. Un network composito, ma che in Gianluca Favara e nel suo progetto criminale avrebbe avuto il suo baricentro e il suo unico e unitario obiettivo. «Questa operazione – conclude il procuratore capo della Dda Federico Cafiero de Raho – deve costituire un monito per gli imprenditori. Quegli sprovveduti che ancora fanno ricorso alla ‘ndrangheta devono capire che non solo perdono i propri soldi, ma anche la propria incolumità e libertà».  (0050)

 

Alessia Candito 

a.candito@corrierecal.it





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