L’emergenza Covid-19 nelle baraccopoli della Piana, senza acqua, casa e dignità

Non tutti possono rispettare le restrizioni imposte dal decreto del premier Giuseppe Conte. Non possono le migliaia di braccianti della Piana di Gioia Tauro, molti dei quali resi invisibili dai Decreti Sicurezza. E costretti a spostarsi per “lavori” che non possono essere autocertificati

di Francesco Donnici

ROSARNO Dopo lo sgombero ed abbattimento della baraccopoli di San Ferdinando dello scorso 6 marzo 2019, non molto è cambiato nella Piana di Gioia Tauro. Il giorno stesso, associazioni e sindacati avevano denunciato il rischio che molti ragazzi – soprattutto quelli divenuti irregolari perché non più beneficiari della protezione umanitaria dopo l’entrata in vigore dei Decreti Sicurezza – non avrebbero trovato posto nella tensostruttura messa a disposizione dal Governo e si sarebbero dispersi per le campagne circostanti. E così è stato. 
A poco a poco si sono create nuove baraccopoli e molti braccianti della Piana sono divenuti sempre più invisibili agli occhi della gente, quindi dello Stato.
Lo sanno le molte associazioni, coordinamenti, sindacati e le autorità che agiscono – ognuno coi mezzi a propria disposizione – su quel territorio. Tra queste Mediterranean Hope Fcei, o Medici per i diritti umani, che da anni cerca di portare all’attenzione delle Istituzioni l’emergenza abitativa e sanitaria che interessa quelle persone e che, con l’entrata in vigore della nuova legislazione, si è ancor più accentuata. 
Quella del progetto delle Chiese Evangeliche in Italia è invece un’esperienza più recente sul territorio di Rosarno e della Piana.

L’idea di base è quella di creare una rete tra le diverse realtà che operano su quel territorio facendo un fronte comune finalizzato «all’eliminazione dei ghetti nel diritto».
 A dirlo è Francesco Piobbichi, uno degli operatori del progetto che come altri si è mobilitato per far fronte all’emergenza che ha costretto il governo nazionale ad adottare misure molto stringenti che vedono come obiettivo principale quello della tutela della salute pubblica. «Grazie all’impegno del sindaco di San Ferdinando, abbiamo a disposizione il gel igienizzante che distribuiremo nei diversi punti dove sono accampati questi ragazzi. Lo spirito col quale facciamo questa attività è anche di denuncia perché sappiamo bene che questo non basta a tutelare la loro salute». 
La tendopoli è il punto con maggiori controlli e tutele. Sembra un paradosso se si considera che i moduli igienici e le fognature sono attrezzate solo per periodi brevi. Inoltre la struttura ospita oggi poco più di 400 persone a fronte delle diverse migliaia sparse per tutta la Piana e destinate ad aumentare, a prescindere da qualsiasi virus, durante il periodo di raccolta. 
Come dichiarato giorni fa dal sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi (qui la notizia) è stata disposta una sanificazione della struttura, soprattutto per ciò che attiene i moduli igienici, il gel disinfettante è stato distribuito anche lì, direttamente dal Comune, ed è stato avviato un dialogo con la prefettura affinché venga fornita una tenda utile, in caso di contagi da Covid-19, per eventuali quarantene.
Cautele che non potranno essere adottate negli altri stanziamenti che, di fatto, agli occhi dello Stato non esistono.
L’esempio più lampante è il ghetto di Taurianova, o le piccole baraccopoli sparse per la Piana. Qui manca l’acqua e lo spazio per poter mantenere le distanze minime, come previsto nel decreto del presidente del consiglio, non esiste. Qui non esistono case, ma solo baracche messe in piedi dai ragazzi per dissimulare la presenza di un tetto sulle loro teste.

Le condizioni igieniche sono precarie e, inoltre, molti braccianti, lavoratori a nero, continuano a spostarsi, costretti da chi gli chiede di non fermare la raccolta nemmeno in questo periodo. Spostamenti che non possono essere autocertificati perché molti sono irregolari, come i lavori che svolgono. Da qui la contro-campagna #vorreirestareacasa, lanciata dall’associazione “Binario 95” e che guarda alle categorie più deboli, chiedendo aiuto per chi, in questo momento, una casa dove restare non ce l’ha. 
Nei giorni scorsi, le associazioni hanno chiesto un tavolo tecnico perlomeno per far riattivare o comunque fornire l’acqua anche nelle baraccopoli. «Chiediamo che il problema del contenimento del contagio nei luoghi di vita dei braccianti venga affrontato dalle istituzioni con urgenza e con provvedimenti che possano garantire l’efficacia delle misure di quarantena, nonché meccanismi di early warning immediato», si legge in un comunicato congiunto delle associazioni.
«Date le condizioni strutturali e igienico-sanitarie dei luoghi di dimora dei migranti, per lo più lavoratori impiegati in agricoltura, nel caso in cui si presentasse un caso di positività al SARS-CoV-2, la propagazione potrebbe avvenire in modo rapido e difficilmente controllabile. È importante quindi sottolineare che quella degli insediamenti informali rappresenta una popolazione ad alto rischio, in considerazione della precarietà delle condizioni igienico-sanitarie dei luoghi di dimora e delle difficoltà di accesso ai servizi sanitari del territorio, in assenza in molti casi dei requisiti amministrativi per poter accedere al medico di base».
Le richieste sono dunque di potenziare i servizi igienici messi a disposizione in quelle zone. Di fondo invece, si coglie l’attimo per rimarcare, una volta ancora, l’inciso fondamentale: anche nelle baraccopoli disperse nella Piana di Gioia Tauro ci sono delle persone che come tali necessitano di tutele da parte di uno Stato spesso intervenuto con provvedimenti provvisori ed urgenti che quasi mai hanno rappresentato una vera e propria soluzione. E alla fine della pandemia si raccoglieranno i cocci di questa realtà.
«Oggi è il momento della responsabilità», ha sottolineato Giuseppe Conte nel discorso che ha portato all’applicazione delle restrizioni a fini preventivi. Domani sarà di un’altra responsabilità non meno distante da noi e dallo Stato italiano, spesso disattesa, ma sulla quale – specie in questi giorni – si avrà la possibilità di riflettere. (redazione@corrierecal.it)







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