LA BANCA DEI CLAN | Il diplomatico che mette pace tra le ‘ndrine

REGGIO CALABRIA Un uomo di ‘ndrangheta, nato all’ombra della cosca Pesce-Bellocco, ma divenuto un broker, un diplomatico, un uomo di tutti, da tutti riconosciuto, ascoltato, garantito. Per le ‘ndrine del…

REGGIO CALABRIA Un uomo di ‘ndrangheta, nato all’ombra della cosca Pesce-Bellocco, ma divenuto un broker, un diplomatico, un uomo di tutti, da tutti riconosciuto, ascoltato, garantito. Per le ‘ndrine del mandamento della Piana e della grande Reggio, Gianluca Favara era un uomo di cerniera, un ambasciatore, in grado di valutare situazioni spinose e rimediare a incomprensioni, «dialogare e rappresentare gli interessi, alle volte potenzialmente opposti, di differenti cosche che costituiscono espressione più diretta delle famiglie mafiose maggiorenti sul territorio, in modo da raggiungere – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Ndrangheta banking” – il ricercato “compromesso” tra le esigenze dei vari gruppi criminali e così prevenire eventuali conflitti». Ma per la Dda reggina – che tale ruolo ha ricostruito nel corso delle diverse indagini in cui Favara è inciampato – l’ambasciatore dei clan non è semplicemente una figura di estremo rilievo nella ‘ndrangheta reggina.


L’ambasciatore dei clan e l’evoluzione della ‘ndrangheta
Il suo ruolo, universalmente riconosciuto dagli uomini dei clan di due mandamenti, per gli inquirenti è la cartina di tornasole dell’evoluzione della ‘ndrangheta stessa. «Il Favara – sottolinea infatti il gip Cinzia Barillà – svolge la fondamentale funzione di salvaguardia degli equilibri e delle logiche dell’associazione criminale a base unitaria di cui fa parte, e risponde all’esigenza della ‘ndrangheta nel suo complesso, intesa quale organizzazione strutturata verso l’alto che riconosce a una serie di soggetti cerniera (tra i quali il Favara) il compito di assicurare un controllo totale sul territorio, e sugli ambiti operativi di interesse, attraverso un’interfaccia condivisa tra le “grandi famiglie” della provincia, finalizzata a dirimere sul nascere attraverso un’opera di concertazione contese o possibili frizioni, in modo da garantire alle singole cosche, sotto la comune appartenenza alla riconosciuta struttura unitaria, la propria identità criminale in relazione all’ambito territoriale di rispettiva pertinenza».

Come testimoniato dalle indagini che nel corso del tempo hanno fotografato l’evolversi delle ‘ndrine, anche grazie all’apporto collaborativo di diversi pentiti più o meno di rango, la ‘ndrangheta è cambiata, si è evoluta, ha abbandonato l’orizzontalità dei primordi, in cui cosche monadi si relazionavano in maniera paritaria e orizzontale con le altre famiglie più o meno contigue per territorio, per affermarsi come organizzazione piramidale e unitaria, che anche in virtù di accordi di vertice seguiti a sanguinosi conflitti, senza perdere nulla della propria capacità militare, preferisce ricercare l’accordo piuttosto che perseguire lo scontro.

L’appalto conteso a Rosarno

Un’evoluzione tutta racchiusa nella figura di Favara che il 24 dicembre del 2009 è lo stesso “ambasciatore dei clan” – ascoltato con interesse dalle cimici del Ros – a svelare agli investigatori. «Con questi qua – dice Favara ai suoi interlocutori al termine della visita dell’imprenditore reggino Carmelo Barbieri – è successo un bordello. Io non sapevo niente, questi sono venuti a trovarmi e non mi hanno trovato perché io ero a Milano, che c’era la gara al Comune di Rosarno e hanno partecipato». I «questi qua» di cui Favara parla, non sono imprenditori qualunque e tanto meno lo avevano cercato per una visita di cortesia. I fratelli Domenico e Vincenzo Carmine Barbieri sono considerati imprenditori al servizio del clan Buda-Imerti. È per questo che quella che i Barbieri avrebbero voluto fare a Favara prima di partecipare alla gara indetta dal Comune di Rosarno non sarebbe stata una semplice visita, ma un incontro necessario per accordarsi sulle modalità di partecipazione a quell’appalto. Ma “l’ambasciatore” era assente, per questo i Barbieri si rivolgono ai De Stefano «storicamente considerati la “mamma” del mandamento di centro della ‘ndrangheta calabrese – si legge nelle carte – per stabilire un contatto con Marcello Pesce, esponente di spicco di uno dei rami dell’omonimo clan, per ricevere a partecipare alla gara d’appalto».

Le iniziative dei Barbieri 

Ma la situazione si complica. E non solo perché un altro esponente di vertice dell’omonimo clan della Piana – Vincenzo Pesce, detto “Sciorta” – aveva già messo gli occhi su quell’appalto, programmando di affidarlo alla ditta formalmente intestata al consuocero Biagio Maduli. I “diritti” dei Barbieri su quel lavoro diventeranno infatti oggetto di contenzioso anche fra i clan reggini dei Tegano e De Stefano, da sempre federati e a pieno titolo parte del direttorio della ‘ndrangheta reggina, ma in quel 2008 sempre più divisi. E – forse – proprio la famiglia De Stefano, a causa del ruolo sovraordinato e di una strisciante conflittualità che stava vivendo con i Tegano, aveva reagito in maniera apparentemente sproporzionata, sulla base del fatto che «questo è lavoro è nostro e non ci interessa niente». Una situazione di tensione subodorata tanto dai Barbieri – che non a caso tornano a cercare l’intermediazione di Favara – tanto dai Pesce, che cercano in maniera confusa l’interlocuzione con il mandamento centro. 

 

L’intervento dell’ambasciatore

Ed è proprio “l’ambasciatore” a comprendere al volo come quell’appalto del valore risibile in comparazione con il giro d’affari dei clan coinvolti – “solo” 40.000 euro – potesse diventare terreno di uno scontro ben più serio e grave, dalle conseguenze potenzialmente gravi per gli assetti non solo del mandamento centro. Che i Tegano si mostrassero aperti alle rimostranze dei Pesce, mentre i De Stefano si arroccassero a difesa dei Barbieri, a Favara è sembrato immediatamente troppo strano. Per questo “l’ambasciatore” darà subito il via a una serie di frenetici incontri e consultazioni fra gli interessati, necessari per arrivare alla soluzione del contenzioso. Una soluzione che sarà proprio Favara a proporre e far passare. I Barbieri – «gli amici di Gianluca» nelle conversazioni intercettate – avrebbero rinunciato all’incarico, ufficialmente motivando l’abbandono con le difficoltà che le maestranze dell’impresa avrebbero avuto nel raggiungere la città di Rosarno, a causa dei lavori di ammodernamento dell’asse autostradale compreso tra gli svincoli di Reggio Calabria e Rosarno. 

Una vicenda paradigmatica

Una conclusione felice e indolore per una vicenda che per gli inquirenti è per più motivi paradigmatica. L’appalto conteso, i personaggi a vario titolo chiamati in causa per decidere l’esito della controversia, ma anche i rapporti che si intuiscono in filigrana delle conversazioni intercettate, per il gip dimostrano in primo luogo «l’esistenza di un doppio binario nella gestione della locale organizzazione mafiosa, l ‘uno sottordinato rigidamente confinato nelle dimensioni territoriali della cosca e delle “locali”, l’altro, di livello superiore, costituito da organi di rappresentanza comuni volti a garantire la “struttura” di vertice dell’organizzazione alle cui regole le “locali” devono rigidamente uniformarsi». Non a caso, non più tardi di un mese fa, la sentenza “Meta” ha affermato che esiste un “direttorio” reggino di vertice per il mandamento centro in grado di condizionare le decisioni di sistema, che «cogestisce e condivide in una struttura di maggior respiro il potere ‘ndranghestico con i maggiorenti delle cosche dei rimanenti mandamenti, servendosi anche della capacità di infiltrazioni in contesti istituzionali e di elevata qualificazione». Un mandamento che – sebbene abbia in larga parte rinunciato a riti e rituali ancora presenti nelle altre zone – proprio quest’indagine dimostra legato in maniera inscindibile al resto delle ‘ndrine calabresi. 

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

 





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