“Dogville”, confermato l’impianto accusatorio

REGGIO CALABRIA È una conferma dell’impianto accusatorio ricostruito in sede di requisitoria dal pm Antonio De Bernardo, la sentenza con cui il gup di Reggio Calabria Cinzia Barillà ha condannato…

REGGIO CALABRIA È una conferma dell’impianto accusatorio ricostruito in sede di requisitoria dal pm Antonio De Bernardo, la sentenza con cui il gup di Reggio Calabria Cinzia Barillà ha condannato gli imputati del procedimento “Dogville”, tutti ritenuti a vario titolo espressione dei clan di Sant’ilario dello Jonio.
Le pene più alte vanno a Giuseppe Belcastro, ritenuto capo indiscusso della ‘ndrina dei Belcastro-Romeo, da anni in lotta per l’egemonia a Sant’Ilario dello Jonio, e Domenico Musolino, entrambi condannati a 13 anni e 4 mesi di reclusione, ma sanzioni severe sono arrivate anche per i familiari del boss. Sono infatti 7 gli anni di reclusione inflitti ad Antonio Galizia, figlio naturale del boss, mentre è di 5 anni la condanna rimediata dalla moglie di Belcastro, Grazia Marzano. Rimedia cinque anni di reclusione anche Ivano Tedesco, mentre è di quattro anni la pena inflitta a Giuseppe Nocera. Esce invece indenne dal processo di primo grado Antonia Napoli, per la quale la Procura aveva invocato 6 anni e 8 mesi di reclusione.
Ergastolano, ma fuori dal carcere per decorrenza termini dal 2010 a causa di un ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza, stando alla ricostruzione della Dda, Belcastro non solo aveva costretto un imprenditore a versargli regolarmente mille euro, ma anche ad assumere come braccianti agricoli alcuni affiliati alla cosca, incluso il figlio del boss, cui doveva regolarmente pagare lo stipendio nonostante non avessero mai lavorato. Gli assegni usati per pagare gli stipendi, venivano portati all’incasso da uno degli indagati, che poi girava il denaro a Belcastro. Vessato dalla cosca, l’imprenditore ha denunciato tutto alla polizia fornendo i riscontri all’attività di indagine che aveva già dimostrato l’operatività del boss Giuseppe Belcastro e dei suoi scagnozzi nel territorio di Sant’Ilario dello Jonio.
Cresciuto all’ombra della potentissima cosca D’Agostino, è tra le loro fila che Belcastro cresce come infallibile killer e fedele braccio destro dei tre fratelli D’Agostino, fino a quando l’avidità dei tre giovani boss non fa esplodere il malcontento. Uomo della vecchia ‘ndrangheta, fedele ai falsi principi di rispetto mafioso, a Belcastro non andava giù che i tre fratelli trattenessero per sé tutti i proventi dell’attività illecita, lasciando a stecchetto picciotti e gregari. Ed è per questo che, secondo le indagini – da killer fidatissimo del clan – si convertirà rapidamente nel capofila di una scissione interna che porterà “i cani morti di fame” della cosca a voltare le spalle ai D’Agostino. A dare manforte al ribelle, da Reggio arriverà anche Tommaso Romeo, noto killer della città forgiatosi negli anni della seconda guerra di ‘ndrangheta. «Attorno a loro – aveva commentato il procuratore aggiunto Nicola Gratteri all’epoca del fermo – si è andato coagulando gran parte del gruppo di fuoco dei D’Agostino. Di fatto, assistiamo alla creazione di una nuova ‘ndrina». Un affronto che il clan d’origine non ha sopportato. Dai primi anni Novanta, il comprensorio di Sant’Ilario verrà insanguinato dalla faida fra le due consorterie, durante la quale la cosca di nuovo conio verrà stritolata dalla potenza di fuoco che i D’Agostino possono mettere in campo, grazie anche a killer venuti da fuori. Solo anni di latitanza volontaria – ha sottolineato oggi Gratteri – hanno permesso a Belcastro e Romeo di salvarsi dalla furia del clan avversario. A spiegare quella lunga scia di sangue sarà l’operazione “Prima luce”, che nell’estate del 2000 porterà dietro le sbarre 14 persone, in seguito condannate sia in primo grado, sia in appello a pene pesantissime. Fra loro, anche Giuseppe Belcastro, ormai divenuto boss della piccola ma feroce cosca che a colpi di lupara aveva cercato di farsi strada a Sant’Ilario. (0050)

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it







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