La storia di Maria, in fuga dalla ‘ndrangheta. «Così mi sono ripresa la libertà»

L’infanzia in Aspromonte. Il trasferimento in Liguria e gli abusi. Il matrimonio con un boss violento. Un documentario di Irpi racconta (con tecnologie innovative) la storia dell’unica testimone di giustizia di Platì. «La mia vita non mi apparteneva più»

LAMEZIA TERME «Ai miei fratelli è andata diversamente perché sono morti. Se entri nella ‘ndrangheta prima o poi fai questa fine». Maria Stefanelli è una testimone di giustizia, è «la protagonista di un viaggio nella memoria», scrivono i giornalisti di IrpiMedia – testata indipendente e non profit di giornalismo investigativo transnazionale – che hanno realizzato il progetto “Donne in fuga dal crimine”. La prima di queste testimonianze si intitola “Se potessi tornare”. Per Maria, vedova, è stata molto dura andare avanti con una figlia alla quale dovere dare delle spiegazioni. Un nuovo nome, un nuovo cognome, via dalla vita di ‘ndrangheta. «Adesso siamo felici», racconta questa madre calabrese coraggiosa. La sua storia ha inizio a Oppido Mamertina.

Qui arrivano i giornalisti di Irpi (l’inchiesta è a cura di Cecilia Anesi e Lorenzo Bodrero) e nel loro viaggio si fanno accompagnare dai carabinieri perché ogni movimento, ogni passo strano a quelle latitudini viene monitorato. Grazie a un visore Maria può virtualmente tornare nei luoghi della propria infanzia, quelli che lei stessa ha indicato precedentemente in una mappa su tablet. Un viaggio virtuale, un esperimento giornalistico innovativo.
Maria ha ritrovato la casa della propria infanzia: «Qui c’era l’amore», racconta commossa mentre guarda attraverso il visore. Era una bambina spensierata prima che le crollasse il mondo addosso.

L’ORCO I guai sono partiti come una valanga, uno dietro l’altro: prima l’incendio del forno che dava loro da vivere. Poi la partenza per la Liguria, la morte del padre e lo zio che va a vivere con loro. Iniziano gli abusi sessuali su tutte le sorelle da parte di Antonino Stefanelli, che Maria chiama “l’orco”. L’uomo si era stabilito a Varazze costruendo lì una cellula di ‘ndrangheta. In momento drammatico della sua vita un fratello presenta a Maria Ciccio Marando, colui che diventerà suo marito. Originario di Platì, viveva a Torino dove i Marando avevano stabilito la propria roccaforte al Nord, a Volpiano a due passi da Torino. Poco dopo il loro incontro Ciccio Marando viene arrestato. Maria, che all’epoca aveva bisogno di protezione, va a trovarlo nel carcere delle Vallette. Gli racconta degli abusi subiti dallo zio. Si sposano approfittando di un permesso di 24 ore e Maria si trasferisce a Volpiano dove viene affidata alla suocera. «La mia vita non mi apparteneva più – racconta – perché apparteneva a mia suocera». A Ciccio Marando interessa il controllo del narcotraffico. E coinvolge anche la moglie. Nella storia di Platì c’è stata una sola testimone di giustizia. «Qui a Platì non si parla, neanche se ti ammazzano un figlio», confermano i carabinieri.

IL LABIRINTO Ma quello che fa impressione nel video girato dai giornalisti di Irpi è il vasto sistema di cunicoli, lungo la fiumara, organizzato come un passaggio segreto sotterraneo, per portare Ciccio Marando – fattosi nel frattempo latitante – fino a casa sua. Il cunicolo è così impressionante da avere dato vita a un capitolo a lui solo dedicato, “Nelle viscere dell’Aspromonte”.  
Ciccio Marando si porta fino a casa sua per incontrare Maria ma il suo non è amore. Marando è un uomo violento e picchia la moglie, tanto da procurarle un brutto aborto. Dopo quell’episodio tra i boschi verrà ritrovato il suo corpo carbonizzato e mangiato dai cinghiali. Durante il funerale già tutta Platì sa che a uccidere Ciccio Marando è stato un fratello della moglie, Ninì. Inizia la faida tra i Marando e gli Stefanelli. Per primi vengono trucidati Ninì e lo zio orco. Maria sarebbe stata la prossima.

«FATELO, LO STATO C’È» A salvare la donna è un amico carabiniere che la fa parlare col giudice Tatangelo il quale la convince ad accettare di farsi testimone di giustizia in cambio di una vita nuova. «L’ho fatto per mia figlia», racconta Maria. Il primo risveglio è stato in un albergo, con sua figlia, da sole, in fuga, ma libere. «Lo dico a tutte le donne in pericolo: fatelo perché lo Stato c’è». «Ho la mia libertà che è la cosa più bella che esista su questa terra», dice oggi Maria.
 La storia, il video e tutti i particolari potrete trovarli qui.





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