“Alto tasso”, i soldi per il gioco lo fanno finire in mano a più usurai

Tra le vittime degli usurai anche un uomo malato di ludopatia. «Se avessi avuto € 1000 li avrei spesi in una sola giornata» racconta la vittima. La garanzia per il prestito era il bancomat dove l’uomo riceveva una piccola pensione

di Michele Presta
COSENZA
 Fiumi di quattrini prestati a “strozzo” per sanare i debiti di un ludopatico. Minacce di botte e di conseguenze gravi e tassi usurai che fanno lievitare il prestito per migliaia di euro. I racconti del terrore, prendendo a prestito il titolo di un libro di Edgar Allan Poe, contenuti nell’inchiesta “Tasso Alto” tratteggiano il dramma sociale di una parte di Cosenza in mano a “cravattari” senza scrupoli. I soldi prima di tutto, questa è la regola dalla quale non sfuggono neanche gli “amici” in difficoltà presentati agli usurai. «Avrei dovuto pagare entro il 18 giugno il capitale di 1.400,00 euro e in più la somma di 4.800,00 euro come interessi, per un totale di euro 6.200,00 – racconta una delle vittime -. L’usuraio ha aggiunto che se non avessi pagato entro il prossimo 18 giugno la predetta cifra, il mese successivo gli avrei dovuto versare la somma di 12.400,00 euro, cioè il doppio della rata di giugno». È questo uno dei tanti passaggi annotati dagli inquirenti. Il primo a rivolgersi alla squadra mobile è stato un uomo, preoccupato per le sorti di un suo amico malato di ludopatia. «Questo si ammazza» ha raccontato agli uomini in divisa che poi dopo diversi interrogatori hanno capito che anche il primo denunciante era a sua volta vittima di usura.
TUTTO IL PRESTITO NELLE SLOT MACHINES Testimonianze che sanno di confessioni liberatorie sono quelle annotate e finite nel fascicolo d’indagine. Lo evidenzia anche il gip del tribunale che ha redatto l’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto l’arresto di 3 persone in carcere, di una ai domiciliari e di un divieto di dimora. «Le persone offese hanno quasi sempre mostrato di provare vergogna in ordine alle vicende che le vedevano coinvolte ed una certa resistenza a raccontare i fatti, che non avevano rivelato neppure alle persone a loro più vicine». Ma per tessere la tela e capire come operassero gli indagati, c’è stato bisogno anche dei dettagli più personali. «Tutti i soldi che avevo li spendevo. Se avessi avuto € 1000 li avrei spesi in una sola giornata» racconta una vittima. È per questo che, in base a quanto ricostruito nelle indagini, l’uomo ha incontrato Antonio Berlingieri per tramite di Pasquale Placido. Lo chiama “zingaro” l’usuraio che gli presta i soldi, ma non è il solo a cui è stato costretto a restituire i soldi presi in prestito. La vittima aveva contratto dei debiti anche con Maurizio Bruno e Sergio Manna. Ricorreva agli usurai per estinguere il prestito di altri usurai. «Pasquale mi ha consigliato di essere puntuale nei pagamenti “di non sbagliare” altrimenti mi avrebbero ammazzato, credo si riferisse allo zingaro e ai suoi parenti rom». Gli usurai a garanzia del prestito si fecero consegnare il bancomat della vittima in modo da prelevare mensilmente una quota di pensione che incassava a titolo di invalidità.
LA QUESTURA SCOPRE TUTTO Giorni che diventano anni, liti familiari e aiuti che diventano insopportabili. «Mi devo andare ad ammazzare a papà» dice al telefono la vittima parlando con la figlia. I due piangono, non c’è rimedio poi qualcuno decide di raccontare tutto. Il conoscente della vittima spiega quello che succede alla polizia. Berlingieri viene a saperlo e chiama il suo “cliente”. «Qual è il problema che tu non ti puoi incontrare con me? Qual è il problema?» gli dice al telefono che la polizia nel frattempo aveva messo sotto controllo. «C’è la Questura dietro» risponde la voce dall’altro capo del telefono. «Che vogliono dalla Questura? Che tu mi lavi la macchina? Eh quindi? Quindi non devo  più lavare la  macchina». Nel valutare la lunga captazione telefonica, il gip, spiega che: «Berlingieri, assai verosimilmente per precostituirsi una scusa, ostenta serenità rispetto all’accaduto, sottolineando che si tratta di un amico, che non ha alcun motivo di risentimento nei suoi confronti e che d’altronde non ha nulla da temere perché i loro rapporti sono sempre stati di natura amicale o al più legati alla frequentazione dell’autolavaggio da parte sua. L’atteggiamento dell’indagato non cambia neppure quando l’uomo, chiaramente spaventato, gli rivela di aver confermato il resoconto del terzo e di temere di incontrarlo perché ormai la Questura è stata allertata». (m.presta@corrierecal.it)





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