Resta a Catanzaro il processo d’Appello sulla confisca a Salvatore Mazzei

Respinti dalla Cassazione i «fondati motivi di sospetto sull’imparzialità dei giudici» avanzati dall’imprenditore di Lamezia Terme e dai suoi familiari. Il processo, tirato in ballo nelle intercettazioni dell’operazione Genesi, era affidato a un collegio presieduto dal giudice Petrini

di Alessia Truzzolillo
ROMA
Resta a Catanzaro il processo d’Appello sulla confisca dei beni all’imprenditore pregiudicato Salvatore Mazzei, 64 anni, e ai suoi familiari. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione la quale ha dichiarato inammissibile la richiesta di rimessione del procedimento in altra sede. Secondo la Suprema Corte la richiesta è inammissibile per erronea notifica da parte della difesa.
Avevano «fondati motivi di sospetto sull’imparzialità dei giudici». Per questa ragione il 19 febbraio scorso, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, l’imprenditore Mazzei e i propri familiari, i figli Armando Mazzei e Stefania Mazzei (moglie del parlamentare della Lega Domenico Furgiuele) avevano proposto, tramite i propri legali, di spostare il processo relativo alla confisca del patrimonio di famiglia (per un valore stimato di circa 200 milioni di euro) in altra sede. La confisca era stata decretata dal Tribunale di Catanzaro il 16 gennaio 2017 e su questa decisione i Mazzei avevano deciso di fare ricorso, assistiti dagli avvocati Francesco Gambardella, Eugenio Battaglia, Tommaso Luppino.
L’appello contro la confisca dei beni della famiglia dell’imprenditore era affidato a un collegio presieduto da Marco Petrini, il giudice ora sospeso, finito agli arresti il 15 gennaio scorso (attualmente si trova ai domiciliari) con varie ipotesi d’accusa di corruzione in atti giudiziari. Nelle carte dell’inchiesta è finito anche questo processo che vede protagonista il giudice Petrini e il commercialista Claudio Schiavone (anch’egli indagato dalla Procura di Salerno per corruzione giudiziaria).
In una conversazione intercettata tra Ottavio Rizzuto, 71 anni, presidente della Bcc di Crotone e Emilio Santoro, medico di Cosenza e faccendiere di Petrini, salta fuori il discorso relativo a un sequestro effettuato da parte della Dda di Catanzaro all’imprenditore di Lamezia Terme Salvatore Mazzei. «In merito – scrive il gip – il Santoro parla della somma ricevuta da Claudio Schiavone dallo stesso Mazzei. Secondo Santoro, Schiavone avrebbe “fregato più di 100mila euro”» a Mazzei». A queste parole, in merito indaga la Guardia di finanza di Crotone (i Mazzei non risultano indagati), si sommano altri particolari. Perché il commercialista Schiavone veniva spesso nominato quale consulente in vari procedimenti giudiziari. E in merito al processo sui beni confiscati ai Mazzei Schiavone aveva fatto una consulenza con la quale attestava che i beni sequestrati avevano una provenienza lecita e giustificata. In seguito, una perizia sempre sullo stesso imprenditore sarebbe stata affidata alla moglie di Schiavone. È sempre il fidato faccendiere di Petrini, Santoro, a parlarne con i magistrati di Salerno, competenti per i procedimenti sui giudici del distretto di Catanzaro.
Aperta la breccia dello scandalo l’imprenditore lametino e i familiari «deducono che dagli articoli di stampa risulterebbero contestate al magistrato illecite interferenze nei provvedimenti emessi dai Tribunali del distretto anche in materia di prevenzione e che sarebbe emerso anche il coinvolgimento di altri magistrati del distretto; che un indagato avrebbe riferito di un commercialista, ugualmente indagato (Schiavone, ndr), il quale avrebbe redatto una consulenza sulla legittima provenienza dei beni dell’imprenditore Salvatore Mazzei e che una perizia sullo stesso imprenditore sarebbe stata affidata alla moglie del commercialista, pur precisando di non conoscere l’esito della vicenda né di sapere se al magistrato che presiedeva il collegio fossero state o meno consegnate somme a titolo correttivo. Tali notizie, secondo gli istanti, integrano una situazione locale, esterna alla dialettica processuale, oggettivamente idonea ad intaccare la serenità dei giudici di Appello, che giustifica i motivi di legittimo sospetto sulla imparzialità dell’organo decidente».
I Mazzei, nonostante l’incognita ancora da chiarire sulla destinazione dei 100mila euro che Schiavone avrebbe “fregato” al capostipite, avevano puntato il dito sul sospetto di mancanza dell’imparzialità dell’organo decidente per spostare il processo lontano da Catanzaro. Ma nel capoluogo dovranno restare per affrontare il processo. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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