‘Ndrangheta a Verona, l’ex sindaco Tosi indagato per peculato

È accusato di concorso in peculato. Il procuratore Cherchi: «Contratti tra politica e criminalità organizzata. Per la prima volta i clan toccano questa parte di territorio». Sequestrati beni per 15 milioni. Il denaro tornava in Calabria, riciclato attraverso imprese edili. Rapporti del clan Arena con l’azienda pubblica dei rifiuti

VENEZIA L’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi, è tra gli indagati nell’inchiesta della Dda di Venezia che ha portato oggi a 26 misure cautelari, tra le quali 23 arresti, a carico di un’associazione criminale che agiva nel capoluogo scaligero, riconducibile alla cosca dell’ndrangheta degli Arena-Nicoscia. Nei confronti dell’ex sindaco l’accusa è concorso in peculato. Nell’inchiesta i reati ipotizzati, a vario titolo, sono quelli di associazione mafiosa, truffa, riciclaggio ed estorsione. Tosi, si apprende dalle carte dell’indagine, è invece accusato di concorso in peculato in relazione alla distrazione da parte dell’ex presidente della municipalizzata dei rifiuti Amia, Andrea Miglioranzi (ai domiciliari) di una somma “«non inferiore a 5.000 euro» per pagare la fattura di un’agenzia di investigazioni privata, su prestazioni in realtà mai eseguite in favore di Amia, ma nell’interesse di Tosi.
LE INDAGINI Sono durate oltre due anni le indagini che hanno portato oggi le squadre mobili di Verona e Venezia a indagare 26 persone (di cui 17 destinatari di custodia cautelare in carcere, 6 agli arresti domiciliari e 3 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria) ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, riciclaggio, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, emissione di false fatturazioni per operazioni inesistenti, truffa, corruzione e turbata libertà degli incanti, talora aggravati da modalità mafiose (qui la notizia).

I RAPPORTI CON AMIA «Per la prima volta la criminalità organizzata tocca il territorio veronese, dopo Eraclea e Padova – spiega il procuratore distrettuale antimafia, Bruno Cherchi – le ipotesi che avevamo fatto in passato sulla criminalità organizzata stanno dando riscontri su una situazione che deve essere attentamente considerata. Si tratta di un pericoloso segnale d’allarme che dovrebbe allarmare la società civile per la pericolosità dei contatti tra amministrazione e politica e criminalità organizzata». Le indagini hanno dimostrato che gli indagati, legati alla ‘ndrangheta calabrese, della cosca Arena-Nicoscia avevano avuto contatti importanti con la società pubblica di gestione dei rifiuti Amia di Verona.
IL BOSS “TOTAREDDU” Il boss della ‘Ndrangheta che gestiva l’organizzazione nel veronese è Antonio Giardino detto “Totareddu”, uomo vicino alla cosca del Crotonese. L’attività del gruppo mafioso – è stato detto da inquirenti e investigatori a Venezia – ha portato al sequestro di 15 milioni di euro frutto di un’attività volta al riciclaggio ed allo spaccio di stupefacenti, con società fittizie che evadevano il fisco e creavano provviste di denaro.
DENARO DAL VERONESE IN CALABRIA Non si trattava, per gli inquirenti, di un fenomeno mafioso tradizionale ma organizzato con una rete di contatti nel territori che ha coinvolto la municipalizzata veronese per lo smaltimento dei rifiuti, che faceva circolare denaro, corsi di formazione, con due dirigenti che sono tra gli indagati. Il denaro gestito nel veronese giungeva dalla Calabria, veniva riciclato per lo più attraverso imprese edili portando ai reati di riciclaggio, estorsione ed evasione fiscale.





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