Il giudice Caccia «ucciso dalla ‘ndrangheta per il suo impegno»

Le motivazioni con le quali la Cassazione ha condannato all’ergastolo Rocco Schirripa. «Partecipò all’agguato a Torino». Il magistrato fu la prima vittima della mafia al Nord. Aveva intuito i propositi di espansione dei clan in Piemonte già 37 anni fa

ROMA «L’omicidio di Bruno Caccia è qualificabile come delitto di criminalità organizzata»: lo afferma definitivamente la Cassazione nelle motivazioni della condanna all’ergastolo per Rocco Schirripa che, insieme a Domenico Belfiore e altre persone non identificate, organizzò l’agguato mortale al Procuratore capo di Torino ucciso la sera del 26 giugno 1983 sotto la sua abitazione. Il delitto è stato a lungo un “cold case” e la riapertura delle indagini si deve alla perseveranza dei familiari di Caccia. Il magistrato fu sorpreso dai killer che gli spararono da una Fiat 128 mentre portava a spasso il cane in Via Sommacampagna, nel capoluogo piemontese, uno di loro scese dall’auto ed esplose i colpi per finirlo.
«La matrice del delitto – affermano gli “ermellini” nella sentenza 17647 condividendo il verdetto della Corte di Assise di Appello di Milano del 2019 – è da collegare alla stretta vicinanza di Belfiore», uomo della mafia catanese, e Schirripa, affiliato alla ‘ndrangheta, «come attestato dalle conversazioni captate». Erano “compari”: Belfiore e la moglie avevano tenuto a battesimo la figlia di Schirripa.
Ad avviso della Cassazione, tra i moventi dell’omicidio di Caccia – ucciso a 65 anni – c’è «l’azione di antagonismo giudiziario» che il procuratore capo di Torino, 37 anni fa, stava conducendo «verso l’espansione calabrese illecita nell’area piemontese e torinese», anche nei casinò. Comunque, ritengono gli “ermellini” che «per la partecipazione a un delitto non serve, in contesti siffatti, un movente personale, specie se si considera che la vicinanza tra Schirripa e Belfiore era un elemento inconfutabile».
Belfiore è stato condannato al carcere a vita nel 1992, definitivamente, dopo un precedente annullamento da parte della Cassazione. Lungo e complesso il cammino investigativo per l’accertamento delle responsabilità, con la partecipazione dei servizi segreti e di infiltrati nelle carceri.
Nella requisitoria all’udienza svoltasi lo scorso febbraio, il Procuratore della Cassazione Alfredo Viola aveva detto che «Caccia è stato un servitore dello Stato con una condotta fuori dall’ordinario non per i passi fatti in avanti ma per i passi indietro fatti da altri, e con le parole di Giovanni Falcone ricordo che “si muore perché spesso si e’ privi delle necessarie alleanze”». Caccia, aveva sottolineato il Pg Viola, «è la prima vittima di mafia al Nord» e le misure di protezione disposte per tutelarlo «purtroppo si sono rivelate non stringenti». Piena luce sul delitto deve ancora essere fatta, e si è arrivati all’individuazione di Schirripa – in cella dal 2015 – tramite intercettazioni raccolte da un trojan nel maxiprocesso “Minotauro”, contro i clan calabresi.
A causa delle indagini lacunose condotte dalla Dda di Milano, il fascicolo sul caso Caccia venne avocato dalla procura generale del capoluogo lombardo. «Questa inchiesta sulla morte di un magistrato è l’unico caso nel quale l’attività processuale si è rifiutata di sentire i colleghi di Caccia e i suoi familiari», aveva rilevato a febbraio l’avvocato Fabio Repaci che rappresenta i congiunti del magistrato ucciso.





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