L’interdittiva “anticipata” al boss dei Labate dalla dipendente del Comune di Reggio

La donna avrebbe fornito a Pietro Toscano informazioni riservate mettendolo in guardia su eventuali controlli riguardo alla titolarità di un’agenzia funebre. I 500 milioni per corrompere un magistrato e i «contatti privilegiati» del “boss”. Al quale un ingegnere minacciato ha chiesto protezione anziché denunciare

REGGIO CALABRIA Anche i contatti della cosca Labate “Ti Mangiu” con una dipendente del Comune di Reggio Calabria sono finiti nel mirino della Dda nell’operazione “Cassa Continua”, che ha portato all’arresto di sei persone. Alla dipendente Antonia Messina, viene contestato il reato di rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, aggravato dalle modalità mafiose. La donna, in concorso con un altro indagato, avrebbe rivelato a Pietro Toscano, uomo alla testa del sodalizio, notizie segrete che aveva appreso nella qualità di dipendente del Comune di Reggio Calabria. In particolare, essendo a conoscenza della reale titolarità della ditta di onoranze funebri “Croce Granata”, i due indagati si sono recati nella sede dell’azienda per informare Toscano – non legittimato a ricevere la notizia – che la Prefettura di Reggio Calabria aveva emesso poche ore prima l’informativa interdittiva antimafia nei confronti della ditta di Francesco Toscano (al quale veniva regolarmente notificata in data 30 novembre 2017 presso la Casa Circondariale di Arghillà). Contestualmente, la dipendente e il “complice”, essendo a conoscenza per ragioni di ufficio della pendenza della procedura amministrativa per l’apertura della ditta “Croce Amaranto” di Vincenzo Laurendi, avvertivano Pietro Toscano del concreto pericolo di controlli sulla reale titolarità della società e dell’emissione di analogo provvedimento interdittivo, suggerendogli di adottare le dovute cautele. Il reato sarebbe stato commesso il 13 ottobre 2017. Benché la Messina non fosse legata a Toscano da alcun vincolo di parentela o amicizia, la donna si sarebbe precipitata per comunicargli quelle informazioni riservate. La conversazione, per gli inquirenti, «era caratterizzata da un evidente senso di soggezione della donna e del marito, i quali si scusavano finanche con il Toscano per il disturbo arrecatogli. Da ciò si evince il riconoscimento di un ruolo di primo piano nella gerarchia criminale del quartiere ove la stessa Messina abitava nei confronti di Pietro Toscano».

I «CONTATTI PRIVILEGIATI» DI TOSCANO Gli inquirenti sottolineano poi le risultanze emerse su Pietro Toscano e la descrizione della sua pericolosità «che discende anche dai contatti privilegiati che lo stesso ha vantato di possedere, nel momento in cui ha dichiarato che tale “Nino”» gli aveva proposto «la somma di 500 milioni di lire per corrompere un giudice in servizio all’epoca presso il Distretto giudiziario di Reggio Calabria».

L’AIUTO (MAFIOSO) ALL’INGEGNERE MINACCIATO Lo spessore criminale di Toscano emergerebbe anche dalla vicenda relativa ad un ingegnere, il quale, «in cambio della protezione mafiosa garantita da Pietro Toscano in merito alla problematica insorta con un suo cliente, si metteva a disposizione per il rilascio di autorizzazioni amministrative per l’imminente apertura della ditta “Croce Granata”, non essendo ben chiaro se detto contributo consistesse nella predisposizione di elaborati tecnici o in altri tipi di agevolazione». Ciò che maggiormente colpisce della vicenda, sottolineano gli investigatori, «è l’assoggettamento di un professionista che, sentitosi ingiustamente minacciato, piuttosto che denunciare il fatto alle competenti autorità, preferiva rivolgersi a Pietro Toscano, conscio della forza intimidatrice che lo stesso avrebbe esercitato sul predetto cliente. A sua volta, Toscano adottava la più tradizionale forma di espressione del carisma criminale, facendo sentire l’ingegnere un suo protetto e, al tempo stesso, in debito per l’attenzione ricevuta».





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