Il libro-testimonianza di Mimmo Lucano presentato in anteprima nazionale a Soverato

Tante ancora le domande per l’ex sindaco di Riace che ha ricordato nel corso della serata l’amico Giovanni Di Leo e Becky Moses, la ragazza morta bruciata nel campo di San Ferdinando. «A volte mi chiedo: ma cosa ho fatto? Perché l’ho fatto? Non è una risposta facile e non c’è una sola risposta»

Lucano libro riace

di Maria Rita Galati
SOVERATO
Ha il “valore della testimonianza” questo libro di Mimmo Lucano, sindaco di Riace dal 2004 al 2018, quando è stato sospeso dall’incarico in seguito all’arresto, avvenuto il 2 ottobre. Per quali reati? Aver firmato una carta d’identità? Aver celebrato matrimoni? Aver scelto di essere dalla parte della dignità umana? Se lo chiede ancora Mimmo Lucano, in attesa della conclusione di un processo che non vede protagonista solo un uomo, con le sue incertezze e le sue fragilità, ma un intero sistema: un modello di sviluppo che nella sua visione poteva garantire ai migranti l’integrazione e ai locali il riscatto da un destino segnato da abbandono e sottosviluppo. Di questo e di molto altro si parla nel libro “Il fuorilegge – la lunga battaglia di un uomo solo”, il libro di pensieri ‘buttato giù’ nel corso della chiusura forzata in casa nel periodo del lockdown, presentato ieri sera in anteprima nazionale nell’anfiteatro sul lungomare di Soverato grazie all’iniziativa dell’associazione culturale “Kalibreria” di Soverato.

I NOMI DEI RESPONSABILI Lucano è stato accompagnato nel dialogo con il pubblico dal giornalista Pietro Melia che in maniera schietta e diretta, senza filtri “diplomatici” e con grande maestria, ha accompagnato l’autore nel percorso a ritroso tra le tappe principali della sua parabola amministrativa e della vicenda giudiziaria non ancora conclusa, facendo nomi e cognomi e indicando singole responsabilità: “L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti che ha dato l’input alle ispezioni esplorative al Modello Riace ma anche il prefetto Michele Di Bari, promosso da prefetto di Reggio Calabria a funzioni di Capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione al Ministero; o ancora il procuratore di Locri Luigi D’Alessio, e ultimo – ma non ultimo – il ministro dell’Interno che succedette a Minniti, Salvini che proprio da Soverato, in un comizio finito senza voce a causa di un provvidenziale black out, insulta Lucano dandogli dello zero”. Attori non secondari di una vicenda umana ricostruita nel flusso di pensieri delle pagine dove viene fuori prima di tutto l’uomo, quello influenzato dai tanti Peppino della sua vita: da Peppino Impastato a Peppino Lavorato, e primo tra tutti il cugino Peppino che gli ha insegnato che l’avarizia, l’attaccamento al denaro non è compatibile gli ideali della sinistra, che lo accompagnò al concerto degli Inti Illimani a Catanzaro e lo fece innamorare del Sudamerica e colpì regalando il cappotto ad un senzatetto. Mimmo Lucano infatti, dopo i grandi risultati portati avanti viene fermato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed assiste impotente allo smantellamento dei progetti di accoglienza e al nuovo inevitabile spopolamento del borgo, dal quale viene lui stesso esiliato. Giustizia che diventa ingiustizia e la domanda sorge spontanea: “si può infrangere una legge ingiusta?”. “E’ probabile che Lucano abbia contravvenuto ad alcune regole dello Sprar – dice Melia -, nell’intento di costruire quel modello di sviluppo che nella sua visione poteva garantire ai migranti l’integrazione e ai locali il riscatto da un destino segnato da abbandono e sottosviluppo. Di certo però, perché lo asserisce la sentenza del Consiglio di Stato, i funzionari dello Sprar sono venuti meno al rispetto di quelle regole e per un fine meno “nobile”: chiudere un servizio, distruggere un’esperienza, mortificare una comunità che aveva provato a rialzare la testa”.

NEL RICORDO DI GIOVANNI DI LEO Un silenzio lungo un abbraccio per ricordare l’amico e compagno di tante battaglie per l’acqua pubblica, Giovanni Di Leo, scomparso all’improvviso qualche giorno fa. La chiacchierata che cattura e incanta decine di persone – correttamente distanziate e dotate di mascherina – nell’area dell’anfiteatro, si apre così. «Il ricordo di Di Leo mi procura commozione – esordisce Lucano – è una delle persone più sincere e autentiche che ho conosciuto. Andava oltre: aveva fatto dell’impegno per l’acqua pubblica e per la democrazia, per il diritto dei cittadini e dei più deboli, la sua ragione di vita». «L’acqua pubblica, rimarca Lucano, “diventa un pretesto per costruire un mondo più giusto, una società più solidale. E’ un principio che non è legato ad un partito ma ad un ideale». La Sorical, che proprio in questi giorni ha visto la successione di Cataldo Calabretta alla guida della società che era stata commissariata da Luigi Incarnato «di fatto implica il dissesto e il predissesto di numerosi comuni. La Sorical non ha ragione di essere: se ne deve occupare la Regione, è solo un carrozzone per distribuire ruoli e prebende. L’acqua è di tutti, ed è la risorsa del futuro. E’ impensabile che c’è chi ci specula». Resta quel pozzo tra Riace e la Marina da collegare all’acquedotto per far risparmiare ai cittadini del comune della fascia jonica tanti soldi di bolletta dell’acqua: un progetto ultimato ma sospeso due anni fa. Uno dei tanti che Lucano vorrebbe vedere conclusi in un futuro prossimo e possibile.
Un libro-testimonianza, quindi, rimarca Lucano che racconta con commozione ed orgoglio di quella avventura di accoglienza nei confronti delle persone migranti, che diventa prima ispirazione di modello studiato in tutto il mondo. «Riace era la punta avanzata di un’idea dell’inclusione e della solidarietà che sfidava lo Stato repressivo, dell’ordine, della sicurezza, della protezione dei confini e della chiusura dei porti – dice ancora Lucano -. L’accoglienza è stato un vento che ha oltrepassato le barriere generando un’evoluzione antropologica del concetto di comunità, rendendo permeabili i confini, includendo i migranti non come rifugiati o profughi ma come autentici e preziosi cittadini».

LA LETTERA DEL PAPA NEL 2016 Una vera e propria sfida che era stata molto apprezzata da Papa Francesco che nel 2016 scrisse al sindaco di Riace sottolineando nei fatti come quello che per l’Italia era un caso isolato per il Vaticano era un modello. Con una missiva, breve e affettuosa, Papa Francesco scrive a Lucano per esprimere apprezzamento per il modello di accoglienza messo in piedi nel piccolo paese della Locride, rinato proprio grazie ai rifugiati. «Conosco le sue iniziative, lotte personali e sofferenze – scrive il Pontefice al sindaco – Le esprimo, perciò, la mia ammirazione e gratitudine per il suo operato intelligente e coraggioso a favore dei nostri fratelli e sorelle rifugiati”. E mentre il Viminale ispezionava il modello Riace, con ispezioni a sorpresa e contestazioni su presunte incongruenze fra le carte dei progetti, dal pontefice arriva una proposta chiara “Le porte della mia casa saranno sempre aperte per lei e per questa nuova rete», scrive Papa Francesco al sindaco.

IL RICORDO DI BECKY MOSES Ricordando la morte di Becky Moses, la ragazza morta bruciata nel campo di San Ferdinando alla quale Lucano ha rilasciato una carta d’identità, un semplice atto amministrativo diventato reato, l’ex sindaco di Riace parla ancora del sogno del riscatto possibile, della nostra terra e della comunità. Lucano ricorda la ragazza nigeriana, aveva 26 anni. Era arrivata dalla Nigeria a Riace ed era ospite di un Centro di accoglienza straordinario (Cas): aveva una casa e stava imparando un mestiere. Quando la commissione territoriale ha comunicato il diniego, rifiutando la sua richiesta di asilo politico, per la legge e per la prefettura non poteva essere trasferita in uno Sprar perché diniegata e in attesa della seconda risposta (l’ultima dopo il decreto Minniti-Orlando, che ha abolito il secondo grado di appello per i migranti). Becky fa ricorso ma nonostante ciò le cose si mettono male, la vita nei Cas è diventata impossibile e decide di andare via. Lascia Riace, sola e con in mano un diniego della prefettura, chiede aiuto ad alcuni suoi connazionali che vivono ormai stabilmente nella tendopoli di San Ferdinando. «La burocrazia e le procedure dovrebbero tutelare la coscienza e il rispetto dei diritti umani non il contrario – dice Lucano -. Un destino crudele ha segnato per sempre la vita di una ragazza in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni. Un destino che forse dipende dalle scelte di noi esseri umani».
Allora la domanda nasce spontanea: la vicenda giudiziaria del sindaco non era fine a se stessa, non doveva essere solo chiuso lo Sprar? «Lo scopo ultimo doveva portare all’annullamento del messaggio politico, all’omologazione dell’immagine di Riace e del suo sindaco ai luoghi comuni della politica. Non riesco a immaginare quando verrà scritta la parola fine a tutta questa storia – conclude proprio così il libro di Lucano – A volte mi chiedo: ma cosa ho fatto? Perché l’ho fatto? Non è una risposta facile e non c’è una sola risposta. Forse la casualità, le persone che hanno attraversato il mare in una disperata ricerca di salvezza che sono arrivare qui da noi. Il vento ha scritto la mia storia». C’era una volta Riace, e c’è ancora.





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