L’impero “commerciale” dei Pesce-Molè

REGGIO CALABRIA «Siamo di fronte a un salto di qualità della ‘ndrangheta, così come nel mondo della politica e delle istituzioni sono oggi in grado di collocare i propri uomini,…

REGGIO CALABRIA «Siamo di fronte a un salto di qualità della ‘ndrangheta, così come nel mondo della politica e delle istituzioni sono oggi in grado di collocare i propri uomini, le ‘ndrine sono in grado di collocare le proprie imprese nel mondo dell’economia legale. Siamo passati dall’attività meramente parassitaria delle estorsioni, alla mafia imprenditrice». Con queste parole il procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza ha sintetizzato l’operazione messa a segno dai finanzieri del Comando provinciale di Reggio, con l’ausilio degli uomini dello Scico di Roma che ha portato all’arresto di 13 persone – tutti appartenenti ai clan Pesce e Molè – che avevano letteralmente monopolizzato l’indotto del porto di Gioia Tauro. Sequestrati beni per 56 milioni di euro. 

 

LA LOGISTICA COLONIZZATA
Un’indagine «unica, atipica, complessa», commenta con soddisfazione il comandante Alessandro Barbera, che ha permesso di scoprire come i clan avessero di fatto messo le mani sui servizi connessi alle operazioni di import-export e di trasporto merci per conto terzi, creando una sorta di monopolio nel settore dei trasporti, attraverso una serie di aziende formalmente e fittiziamente intestate ad affiliati o a compiacenti prestanome dei Franco-Luccisano o dei Rachele.
Ma se sulla carta le ditte nulla avevano a che fare con il potente clan di Rosarno, gli utili finivano tutti in mano ai Pesce, ripartiti fra i diversi rami della famiglia, riconducibili ai fratelli Antonio, Vincenzo e Rocco, che operavano rispettivamente attraverso Francesco “Testuni”, 36 anni, dopo l’arresto sostituito da Domenico Sibio, da Nuccio Rao e da Salvatore Pesce. Una divisione né equanime né paritaria, che agli inquirenti ha permesso anche di testare gli equilibri all’interno del clan, la cui direzione rimane saldamente in mano al ramo dei “Testuni”.

 

«INDAGINE ATIPICA»
Nonostante arresti e operazioni ne abbiano nel tempo sfoltito i ranghi, «la cosca Pesce si è comunque dimostrata in grado di inserirsi nell’economia legale della Piana di Gioia Tauro – sottolinea Barbera – e ha sfruttato la forza e il prestigio nel tempo acquisiti per i propri fini e
interessi». Una rete immensa, capillare e asfissiante che i militari hanno scoperto a partire da una “semplice” verifica fiscale, in occasione della quale – spiega il comandante Domenico Napolitano – «è stato possibile reperire atti, documentazione extracontabile e “pizzini” che hanno permesso di ricostruire l’impero commerciale del clan Pesce». Ma quello non è stato che il principio di un’indagine condotta «con un approccio trasversale che ha consentito di valutare gli elementi emersi nel corso delle verifiche anche alla luce di quelli raccolti nel corso delle precedenti indagini – carte, conversazioni, intercettazioni – che acquisiscono oggi nuovo e diverso valore», aggiunge Napolitano.

 

FALSE COOPERATIVE, REALI PROFITTI
Un lavoro certosino, minuzioso, che ha svelato un quadro di inquinamento pressoché totale del settore della logistica, colonizzato dalle imprese dei clan, non solo in grado di imporsi a soggetti terzi come interlocutore unico nel settore, ma anche come “lavanderie” in grado di generare un’enorme liquidità attraverso la contabilizzazione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Soldi che finivano poi per essere corrisposti agli elementi di spicco delle cosche Pesce e Molè che passavano regolarmente all’incasso. Manovre rese possibili anche dalla creazione di una serie di fittizie cooperative di lavoro, costituite all’unico scopo di far evadere le imposte alle imprese riconducibili alle cosche mafiose, nonché per consentire la fuoriuscita di flussi finanziari delle aziende della ‘ndrangheta, tramite fatture relative ad operazioni inesistenti.
«Un giro enorme di scatole vuote in realtà appartenenti alla ndrangheta», afferma il procuratore capo Federico Cafiero de Raho, che spiega come l’unico scopo di quelle che – su carta – erano cooperative di lavoratori non fosse altro che fare da schermo giuridico ai reali committenti.

 

SOLDI PER I CLAN
Il meccanismo era semplice. L’azienda di trasporti riconducibile ai clan “girava” la commessa ottenuta – o meglio pretesa in nome della caratura criminale della propria famiglia – alla cooperativa, dribblando così oneri contributivi e fiscali nei confronti dei lavoratori, che non figuravano come dipendenti, ma soci di una coop cui venivano ceduti i mezzi in comodato d’uso. «L’affermazione secondo cui la ‘ndrangheta dà lavoro e lo Stato lo toglie viene ancora una volta smentita dai risultati di questa operazione. I lavoratori delle cooperative venivano privati anche dei contributi previdenziali e dei diritti minimi perché figuravano come soci delle cooperative, cooperative costituite solo con l’unico scopo di fornire manodopera a basso costo alle cosche», dice il procuratore de Raho, che chiarisce come – di fatto – il trucchetto permettesse di mettere sul mercato forza a prezzo di ribasso, con notevole danno per tutti gli altri operatori del settore, tagliati fuori perché impossibilitati a praticare prezzi altrettanto concorrenziali. Ma queste non erano le uniche attività che permettessero ai clan di macinare quattrini a Gioia Tauro.

 

LA TRUFFA DEL CARBURANTE
I Pesce infatti, non disdegnavano di certo i proventi che si potevano macinare con il contrabbando di merce contraffatta o di carburante. Un’attività già emersa nel corso di diverse indagini – prima fra tutte “Oro nero” – che ha permesso ai Pesce di realizzare una colossale truffa. Da una parte, i clan acquisivano gasolio sottoposto a un regime impositivo agevolato perché destinato a particolari settori – motopesca, agricoltura, sottoserra – utilizzandolo però per i trasporti, dall’altra obbligavano distributori stradali, compiacenti o a loro riconducibili, ad emettere false fatture per “coprire” il carburante acquistato in contrabbando.

 

IL TASSELLO MANCANTE
Un sistema complesso, strutturato, sofisticato che sembra presupporre una cabina di regia di livello. O meglio, spiega de Raho, «più che un regista, sappiamo che ci sono dei soggetti che, occupando posizioni anche di rilievo nell’ambito della cosca Pesce, hanno finito per poter governare questo genere di operazioni, avvalendosi della collaborazione di consulenti che consentono operazioni di questo tipo. Questo forse è il tassello che manca, l’individuazione dei soggetti che hanno consentito l’individuazione di un circuito così rilevante e concludente in tutti i suoi aspetti». Ma si lascia strappare il procuratore: «Gli approfondimenti sono ancora in corso anche perché indagini di questo genere finiscono per essere fonte e spunto per nuove indagini».

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it





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