Crisalide, la Dda impugna la sentenza per Paladino ma non per Ruberto

Nei confronti dell’ex medico risulta carente «la prova di una stabile messa a disposizione del professionista» nei confronti della cosca tra febbraio e maggio 2015. L’ex presidente di Calabria Etica: «La notizia mi riempie di gioia e di soddisfazione, perché ho sempre creduto che la giustizia avrebbe riconosciuto la mia totale estraneità ai fatti»

CATANZARO Entrambi assolti in primo grado dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri di Lamezia Terme. La sentenza di primo grado del processo “Crisalide” per Pasqualino Ruberto, ex candidato a sindaco di Lamezia Terme, e Giovanni Paladino, medico con un passato attivo in politica, è arrivata il 15 maggio 2019. Il gup Pietro Carè ha depositato le motivazioni della sentenza quasi un anno dopo, ad agosto 2020.
Oggi la Dda di Catanzaro ha impugnato la sentenza invocando il processo d’Appello per Giovanni Paladino ma non per Pasqualino Ruberto per il quale si profila la speranza – sempre che anche la Procura generale decida di non impugnare anche nei suoi confronti la sentenza – che la decisione del gup passi in giudicato.
In primo grado, con rito abbreviato, vennero comminate 43 condanne e 9 assoluzioni. L’inchiesta che portò allo scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme nel 2017, nel primo grado di giudizio vide assolti due suoi protagonisti.

PALADINO E LA FAMILIARITÀ CON I TORCASIO Secondo il gup Giovanni Paladino viene considerato «in rapporti di familiarità con i vertici del clan Cerra-Torcasio-Gualtieri fin dagli anni ’90». Nonostante questo, nei confronti dell’ex medico risulta carente «la prova di una stabile messa a disposizione del professionista» nei confronti della cosca nel ristretto periodo temporale (febbraio 2015/31 maggio 2015) preso in esame dall’accusa e durante il quale Giovanni Paladino avrebbe chiesto l’appoggio elettorale della consorteria per il figlio Giuseppe Paladino (ex consigliere comunale e vicepresidente del consiglio a Lamezia Terme, condannato a 6 anni, sempre per concorso esterno, nel processo con rito ordinario) e, suo tramite, per il candidato a sindaco Pasqualino Ruberto.
In premessa il gup sostiene che: «Il vasto materiale intercettivo esaminato e, limitatamente alla posizione di Giovanni Paladino, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, consentono di affermare che, in occasione delle elezioni amministrative comunali del 2015, Giuseppe Paladino e Pasqualino Ruberto abbiano cercato (ed ottenuto) l’appoggio elettorale della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri. Il dato appare inconfutabile per ciò che concerne il giovane consigliere Giuseppe Paladino, nell’interesse del quale il padre Giovanni si preoccupa di “rinnovare” il patto elettorale stabilmente intrattenuto negli anni con gli esponenti della cosca». Infine, con poche, risicate parole il giudice spiega il perché dell’assoluzione: «… risulta carente la prova di una stabile messa a disposizione del professionista – e, di riflesso, di un rafforzamento della cosca per effetto di questo contributo – nel ristretto periodo temporale (febbraio 2015/31 maggio 2015) oggetto di contestazione». Le prove contro Giovanni Paladino, sono carenti, secondo il giudice, nell’arco temporale che riguarda la campagna elettorale del 2015.

RUBERTO E L’ATTACCHINAGGIO DA PARTE DELLA COSCA Pasqualino Ruberto era consapevole che a gestire il servizio di attacchinaggio dei suoi manifesti, e a sostenerlo politicamente durante le elezioni amministrative del 2015 a Lamezia, erano soggetti provenienti da un contesto criminale: la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri. Ma nei suoi confronti non emerge la prova, secondo Carè, di ciò che il politico avrebbe dato o promesso di dare in cambio dell’appoggio elettorale degli uomini del clan. Manca «sia la prova di un’offerta di denaro (la remunerazione per il servizio di attacchinaggio risultando tutto sommato congrua) che la promessa di una qualche specifica utilità, sia presente che futura, da parte del candidato, che possa integrare l’ipotesi della corruzione elettorale». Mancherebbero, inoltre, «gli indizi di un accordo che vada al di là di una generica disponibilità verso il “portatore di voti” ma che importi una stabile “messa a disposizione” del Ruberto per il soddisfacimento degli interessi del sodalizio». La Procura di Catanzaro ha deciso di impugnare la sentenza nei confronti del solo Paladino che dovrà difendersi nel giudizio di Appello.

IL COMMENTO DI RUBERTO «Apprendo – scrive Ruberto – ora dell’irrevocabilità della mia assoluzione, con la formula perché il fatto non sussiste, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che mi era stato contestato nel processo Crisalide. La notizia mi riempie di gioia e di soddisfazione, perché ho sempre creduto che la giustizia avrebbe riconosciuto la mia totale estraneità a fatti indicativi di connivenza con la criminalità organizzata. Sono e sempre sarò un fiero oppositore ad ogni forma di collusione con ambienti malavitosi e contro ogni forma di malaffare. Ringrazio i miei affetti familiari più cari, i miei amici per la vicinanza,il calore e la solidarietà che mi hanno manifestato in questi anni, sulla base della loro incondizionata certezza della mia innocenza. Ringrazio i miei avvocati Giuseppe Spinelli e Mario Murone, che in questi anni hanno condiviso con me il fardello della mia vicenda processuale. Esprimo la mia ferma convinzione che la professionalità della Autorità Giudiziaria, requirente e giudicante, quale si è manifestata nei miei confronti, costituisca genuina garanzia dei diritti dei cittadini, nonché ragione fondativa della mia piena ed indiscussa onorabilità. Il mio pensiero finale non può che essere rivolto ai miei genitori, che da lassù hanno visto trionfare la verità per il loro amato figlio». (ale. tru.)





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