Estorsioni a Badolato, chieste le condanne per capi e gregari della cosca Gallelli

Secondo le indagini condotte dalla Squadra mobile di Catanzaro e coordinate dalla Procura distrettuale antimafia il boss Vincenzo Gallelli avrebbe imposto, per oltre vent’anni, la “guardiania” sulle proprietà dei baroni Gallelli

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
Condanne pesanti dai 12 ai 18 anni di reclusione sono state invocate nei confronti degli imputati coinvolti nel processo “Pietranera” contro la cosca Gallelli di Badolato.
Il pubblico ministero ha chiesto la condanna di Vincenzo Gallelli, 18 anni e 15mila euro di multa; Andrea Santillo, 12 anni e 10mila euro di multa; Antonio Santillo, 12 anni e 10mila euro di multa; Antonio Gallelli, 15 anni e 12mila euro di multa; Francesco Larocca, 12 anni e 12mila euro di multa; Giacomo Nisticò, 9 anni e 7.000 euro di multa; Giuseppe Caporale, 15 anni e 12mila euro di multa; Antonio Luciano Papaleo, 8 anni e 6.000 euro di multa.
Gli indagati, tutti del comprensorio di Soverato, sono ritenuti colpevoli, a vario titolo, di più episodi di estorsione aggravata dalla metodologia mafiosa, nei confronti di due imprenditori agricoli le cui attività si trovano nel territorio del Comune di Badolato.

IL BOSS GALLELLI Le attività investigative, condotte dalla Squadra mobile di Catanzaro e coordinate dalla Procura distrettuale antimafia hanno permesso di accertare che il capocosca, il 74enne Vincenzo Gallelli ha imposto, per oltre vent’anni, la “guardiania” sulle proprietà dei baroni Gallelli, rappresentati dall’avvocato Michele Gigliotti, fissando le modalità di sfruttamento dei terreni e costringendo, di anno in anno, gli imprenditori a concederli a pascolo ed erbaggio a propri familiari, nipoti e pronipoti, impedendone così il libero sfruttamento commerciale da parte dei proprietari.

LE INDAGINI Le indagini, effettuate mediante l’attivazione di intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno fatto emergere, in particolare, come gli imprenditori agricoli, vittime delle pretese estorsive, dalla metà degli anni 90 al 2008 siano stati costretti ad accettare la presenza nelle loro aziende, con il ruolo “custode”, di Vincenzo Gallelli, che in virtù del suo peso criminale, garantiva loro la “tranquillità ambientale”, costringendoli a donargli in cambio numerosi terreni, nonché ad affidare la gestione e lo sfruttamento di altri fondi agricoli a sé o ai suoi familiari più prossimi, come il pronipote trentasettenne Antonio Gallelli con divieto, di fatto, di esercitare, sui terreni attività non concordate con il capo cosca. Quest’ultimo per realizzare il proprio piano criminale ha utilizzato il nipote Antonio Santillo (cl.89), i pronipoti Antonio Gallelli (cl.80) e Giuseppe Caporale (cl.81), paventando per il tramite di Franco Larocca (cl.66), del genero Giacomo Nisticò (cl.67), il verificarsi di gravissimi atti di sangue qualora le direttive del capo cosca non fossero state seguite. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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