Il monopolio del taglio boschivo e «l’appoggio della Forestale» nella Sila degli Spadafora

Nella memoria della Dda di Catanzaro emerge un sistema corrotto a più livelli. La rivalità tra due ditte «in odore di mafia» e l’intervento del capo ‘ndrina di Mandatoriccio. «Qua sono abituati così… vogliono mangiare prima». La vicenda del maresciallo Greco si apre anche ad altri personaggi

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
«Però poi fammi sapere subito, subito, ci dobbiamo muovere subito che se no, ci stanno fregando i boschi…». Perché i boschi erano cosa loro, monopolio delle imprese allacciate con le cosche. E non c’è albero che possa venire abbattuto senza che tutto sia in perfetto equilibrio con un sistema, da lungo tempo collaudato, controllato dalla ‘ndrangheta. Un sistema che governava il lucroso affare del taglio boschivo.
 La conclusione dei magistrati della Dda di Catanzaro, Paolo Sirleo e Domenico Guarascio, sugli imprenditori boschivi che lavoravano in Sila
è tranchant rispetto al collaudato metodo di fare «in modo di mascherare le loro attività illecite con metodiche tali da non suscitare evidentemente particolari sospetti, avvalen­dosi dell’importante appoggio della Forestale». 
È, questo, l’epilogo di una delle tante vicende catalogate nella corposa memoria depositata nel processo che vede imputato per associazione mafiosa il maresciallo Carmine Greco, ex comandante della stazione forestale di Cava di Melis, nel Comune di Longobucco. 
Dalle indagini del Ros di Catanzaro, comandato dal maggiore Giovanni Migliavacca, emerge la figura di Domenico Pietro Graziano – soggetto che stando alla testimonianza dello stesso Migliavacca, aveva dei precedenti di polizia. Un uomo, Graziano, legato sia a Greco che agli imprenditori Spadafora, imputati nel processo “Stige” in veste di imprenditori collusi con la cosca Farao Marincola di Cirò, capaci di monopolizzare il redditizio affare del taglio boschivo grazie alle mediazioni degli uomini della cosca e a rapporti personali con funzionari e uomini del Corpo forestale. Un sistema ben oliato che andava avanti da decenni.
IL PRELIEVO DI INERTI A luglio 2017 Graziato telefona al maresciallo Greco chiedendo «al pubblico Ufficiale di poter andare a prelevare inerti, verosimilmente in un luogo pubblico (prelievo che a loro dire necessitava di particolari autorizzazioni)». L’uomo insiste nel sapere se la strada che conduce al luogo del prelievo era stato chiusa con catene da qualche funzionario o pubblico ufficiale. Con linguaggio cauto Greco gli fa capire che la strada non era stata certamente chiusa mediante catene – «catene non ce ne hanno messe… penso, sicuro non hanno messe» – e consigliava al suo interlocutore di andare e fare ciò che aveva programmato.
IL BOSCO BRUCIATO Qualche tempo dopo Graziano coinvolge gli Spadafora in un affare che riguardava l’acquisizione di un bosco molto grande, che era stato recentemente aggredito da un incendio. Tale bosco, per essere tagliato, necessitava di un’autorizzazione regionale che preve­deva, per chi avesse avuto la successiva autorizzazione al taglio, il rimboschimento dell’area mediante semina. C’era un forte interesse da parte delle ditte per l’accaparramento di lotti sottoposti ad incendi, dovendosi effettuare attività dì pulizia e di taglio che avrebbe permesso di realizzare materiale da immettere nelle centrali a biomasse. Un affare che ingolosiva parecchio gli Spadafora ai quali – come ha sottolineato il comandante Migliavacca – nel corso di una perquisizione è stata ritrovata contabilità occulta riguardante i profitti realizzati col traffico di materiale nelle centrali a biomasse.
Per agevolare l’affare Graziano interessa della vicenda un cugino al quale, in cambio di un “regalo” stava facendo sottostimare il bosco e si raccomanda, perciò, di non fare sapere alla proprietaria che la ditta, che avrebbe operato, era appunto quella degli Spadafora.
IL “RIVALE” Un mese dopo l’accordo per il taglio del bosco bruciato per il gruppo Spadafora/Graziano si presenta un problema: c’è un’altra ditta “estranea” interessata all’acquisizione di un bosco, confinante con quello di loro interesse, anche questo percorso dal fuoco, più grande e verosimilmente più redditizio. Ma se nel primo bosco l’intervento del cugino avrebbe scongiurato le interferenze della concorrenza, così non sarebbe stato per questo ulteriore appezzamento di terreno, ove, qualora fosse stata presentata un’offerta ai pro­prietari, avrebbe costretto il duo Spadafora/Graziano ad alzare il prezzo per poterselo aggiudicare. La ditta “estranea” stava rovinando la piazza e se ne doveva andare. Lo dice chiaramente Graziano a Rosario Spadafora: «…sta cacando il cazzo qua… vedi ve… piglia le informazioni chi è se ne deve allontanare di qua…». E aggiunge: «Ci stanno fregando i boschi». La ditta è la “Fabiano legnami” di Giovanni Fabiano, imprenditore indagato nell’inchiesta antimafia Imponimento perché considerato appartenente a un cartello di imprese legato alla cosca vibonese degli Anello di Filadelfia. Ergo, non trattandosi di un rivale qualunque, non era possibile mettere in campo una condotta intimidatoria ma era necessario un compromesso.
IL CRAPARO Era necessario chiamare “il craparo”. Ora, il craparo non è uno qualunque: è Vincenzo Santoro, detto “U monacu”, di professione pastore, condannato a 18 anni col rito abbreviato nel processo “Stige”. È lui il collante tra il cartello di imprese silane le cosche di Cirò, pezzi del Corpo forestale dello Stato e delle amministrazioni comunali. Santoro, stando alle parole del collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, è il capo ‘ndrina di Mandatoriccio preposto dal locale di Ciro per il controllo e la regolamentazione del sistema di sfruttamento dei boschi.
Dalle indagini, in effetti, risultano contatti telefonici proprio tra Santoro e Graziano.
Preso appuntamento con Santoro, Graziano telefona a Spadafora per concordare l’atteggiamento da tenere con la ditta concorrente: «Va e ci parli, digli… ti riforniamo quello che vuoi, però là… stai lontano». Insomma, propongono una collaborazione commerciale purché la ditta non presenti nessuna offerta per l’acquisizione del bosco. 
Come riassumono gli investigatori: «Appare evidente che l’intervento di una ditta in odor di ‘ndrangheta (e quindi eviden­temente conosciuta nel settore dagli altri competitors) rendesse necessaria, non già una mera condotta intimidatoria, come solitamente si fa con una impresa avulsa da questo sistema crimi­noso, bensì il ricorso al “responsabile”, per conto del locale di Ciro, del settore specifico, perché appianasse la situazione».
LA REAZIONE DI GRECO Oltre al “craparo”, Graziano decide di interessare della vicenda anche il maresciallo Carmine Greco e gli racconta di una ditta proveniente dal Catanzarese che aveva avuto contatti con i proprietari dei boschi. La reazione di Greco è emblematica, sottolineano i magistrati della Dda: «E che cazzo ne vuole fare questo?», dice il maresciallo come se la cosa lo interessasse personalmente. Poi tranquillizza Graziano: «Lascia fottere, domani mattina vediamo, dai, che poi andiamo».
IL SISTEMA BEN OLIATO Le inchieste della Dda si intrecciano fino a creare un quadro più chiaro del monopolio del taglio boschivo gestito dalle cosche. Il referente della cosca Anello, Nicola Monteleone lo spiega bene nel corso di una intercettazione: «A me il cottimista mi ha detto due parole… dice se faccio io il lavoro… venite con me portate quello che vi dico e andiamo a trovare la forestale… vedete che qua poi facciamo quello che vogliamo… (ride) che qua sono abituati così… vogliono mangiare prima».
L’importante nel territorio degli Spadafora, rilevano gli investigatori, era «lavorare con discrezione per non far apparire “che facciamo disastri” e che occorreva ungere il personale della forestale». (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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