Il Tdl: no all’arresto del senatore Aiello

CATANZARO Il Tribunale del Riesame dice no all’arresto di Piero Aiello. Si mette, quindi, la parola fine al caso che ha coinvolto il senatore di Ncd per il quale era stata…

CATANZARO Il Tribunale del Riesame dice no all’arresto di Piero Aiello. Si mette, quindi, la parola fine al caso che ha coinvolto il senatore di Ncd per il quale era stata chiesta la custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione “Perseo”. Il Tdl ha respinto l’appello presentato dalla Procura della Repubblica e finito di nuovo davanti al Tribunale della libertà dopo una precedente pronuncia della Cassazione. Adesso, però, è stata definitivamente accolta la tesi sempre sostenuta dal legale di Aiello, l’avvocato Nunzio Raimondi, dell’inesistenza delle ipotesi accusatorie. 

A un anno dal blitz “Perseo”, che sgominò il clan Giampà e la sua rete di insospettabili fiancheggiatori, è rimasta per molto tempo in bilico la posizione del parlamentare catanzarese. Un lungo braccio di ferro tra la Direzione distrettuale antimafia e la magistratura giudicante iniziò il 26 luglio scorso quando il gip Abigail Mellace negò l’arresto del politico. Gli inquirenti, coordinati dal pm Elio Romano e dall’allora procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, avevano ricostruito l’incontro avvenuto a Lamezia nello studio dell’avvocato Giovanni Scaramuzzino, pochi mesi prima della tornata elettorale per il rinnovo del consiglio regionale, tra Aiello, il boss Giuseppe Giampà e Saverio Cappello. Dopo essersi “pentito” Giampà ha svelato: «Incontrai Aiello nell’ufficio di Giovanni Scaramuzzino prima delle regionali ed egli mi chiese di appoggiarlo, dicendo che, qualora fosse stato eletto, avrebbe procurato a me e Maurizio Molinaro lavori all’ospedale di Lamezia Terme». Praticamente sovrapponibile la versione resa dal secondo collaboratore di giustizia, Saverio Cappello. Con un’unica differenza, se per Giampà, infatti, il politico avrebbe detto di essere pronto «a mettersi a disposizione» in caso di elezione, nella versione del pentito Cappello fu invece l’avvocato Scaramuzzino, in separata sede, a dire che in caso di aiuto ad Aiello, questi sarebbe stato disponibile a ricompensare gli uomini del clan.

Una discordanza che secondo il gip non sarebbe sufficiente a dimostrare che Aiello «sia stato effettivamente consapevole di partecipare a una riunione con importanti esponenti di vertice di una delle più pericolose organizzazioni di ‘ndrangheta calabrese». Una tesi contestata dalla Dda che aveva quindi presentato appello al Tribunale della libertà di Catanzaro. Ma anche per i giudici del Riesame la condotta del senatore Piero Aiello non avrebbe avuto rilievi penali, anche se, sottolineavano come apparisse criticabile «quanto meno sotto il profilo etico, che taluno si proponga di assumere una carica rappresentativa politico istituzionale senza minimamente preoccuparsi di coloro ai quali chiede sostegno elettorale». Nelle motivazioni di quella decisione i giudici catanzaresi spiegarono che «non risulta che Aiello sia conoscitore della realtà criminale di Lamezia Terme e degli equilibri ‘ndranghetistici lametini se non per quanto eventualmente evincibile dai mezzi di comunicazione». Quindi per il Riesame «prima della riunione Aiello e i due pentiti non si conoscevano affatto, di talché Aiello ben poteva ignorare la reale personalità delinquenziale dei suoi interlocutori (ove non ne fosse stato previamente informato dallo Scaramuzzino, circostanza da ritenersi, alla luce di quanto sinora evidenziato, tutt’altro che probabile)». Motivazioni, però, contestate punto per punto dal dettagliato ricorso in Cassazione presentato dal pm Romano.





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