Ucciso perché gay, il collaboratore Mantella sta indicando dove si trova il corpo

Carabinieri e Vigili del fuoco stanno setacciando un terreno a Mileto alla ricerca dei poveri resti di Filippo Gancitano, fatto uccidere dalla cosca Lo Bianco-Barba perché omosessuale e perché si temeva volesse collaborare con la giustizia

di Alessia Truzzolillo
MILETO
Filippo Gangitano è scomparso nel 2002 e il suo corpo non è mai stato ritrovato. Il collaboratore di giustizia Andre Mantella, cugino della vittima, ha raccontato che il clan Lo Bianco-Barba al quale entrambi erano affiliati, aveva scoperto che Gangitano era omosessuale e i vertici della cosca ne avevano ordinato l’eliminazione. Ordita la trappola è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Mantella racconta che ne avevano occultato il cadavere «dopo averlo messo nei sacchi del mangime; nel posto dove lo hanno seppellito ora hanno fatto una strada».
Mantella ha eseguito l’ordine e oggi è proprio lui che starebbe raccontando tutto indicando agli inquirenti anche il luogo in cui è stato seppellito Gangitano, nel territorio di Mileto. Un luogo che i carabinieri, coordinati dalla Dda di Catanzaro, stanno setacciando palmo a palmo alla ricerca dei resti. Una ricerca a tappeto svolta dai carabinieri.

L’OMICIDIO La scomparsa di Gangitano è stata denunciata dal padre il 27 gennaio del 2002. Secondo quanto racconta Andrea Mantella la vittima era andata a convivere con un ragazzo, il figlio di un fabbro, «a casa dei propri genitori, per questo si è saputo che era gay».

ARENA: «VOLEVA COLLABORARE» Ma non solo: anche il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena ha reso dichiarazioni sul movente dell’omicidio affermando che Gangitano voleva cambiare vita e si temeva una sua collaborazione con la giustizia.

MANDANTI ED ESECUTORI A ordinarne la morte furono, secondo quanto ricostruisce la Dda di Catanzaro, Carmelo Lo Bianco classe 32, Vincenzo Barba, Paolino Lo Bianco e Filippo Catania. Ad organizzare la trappola fu lo stesso Andrea Mantella, il quale in un primo momento cercò «di risolvere la situazione facendolo cacciare» ma sia Barba che Carmelo Lo Bianco «mi dissero che queste cose “non devono esistere”, che “noi dobbiamo dare conto a San Luca” e non ci potevamo i permettere di avere o di aver avuto un gay nella cosca». Mantella organizzò la trappola chiedendo al fratello Nazzareno Mnatella di accompagnare Filippo Gangitano alla masseria di famiglia. Qui Francesco Scrugli lo avrebbe freddato. «Decisi di ingannare mio fratello, chiedendogli di accompagnare Gangitano alla masseria di mio padre, dove lo aspettava Scrugli, senza dirgli che lo aspettava lui; gli dissi di portarlo con una scusa perché Scrugli gli doveva parlare; mio fratello inizialmente si rifiutò, poi, forse pensando che si trattava di un chiarimento con Scrugli, lo accompagnò». «Sul posto – prosegue Mantella – c’era anche l’altro mio fratello Domenico che, quasi piangendo, su incarico di Scrugli, sebbene ignari dell’omicidio, gli diedero una mano a sotterrare Gangitano, dopo averlo messo nei sacchi del mangime; nel posto dove lo hanno seppellito ora hanno fatto una strada; il fatto è avvenuto di sabato perché la domenica dovevamo fare il pranzo; da allora i miei fratelli non mi parlano più». Le ricerche proseguono senza sosta, perché i poveri resti di Filippo Gangitano riaffiorino e raccontino qualcosa in più di quel terribile omicidio.





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