Svolta nel processo Matacena, i principali imputati scelgono l’ordinario

REGGIO CALABRIA Fatta eccezione per la storica segretaria dell’ex ministro Claudio Scajola, Roberta Sacco, hanno scelto tutti di rinunciare al rito abbreviato e affrontare il processo con rito ordinario l’ex…

REGGIO CALABRIA Fatta eccezione per la storica segretaria dell’ex ministro Claudio Scajola, Roberta Sacco, hanno scelto tutti di rinunciare al rito abbreviato e affrontare il processo con rito ordinario l’ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena, la moglie Chiara Rizzo, lo storico collaboratore Martino Politi, accusati a vario titolo di aver aiutato il politico a sottrarsi a una condanna definitiva per mafia, nonché ad occultare il suo immenso patrimonio. Adesso toccherà al gup definire la posizione della Sacco, come pure disporre come e in che termini il procedimento a carico della Rizzo, Politi e Matacena potrà essere riunito a quello che già vede imputati con rito ordinario l’ex ministro Claudio Scajola e la storica segretaria dei Matacena, Mariagrazia Fiordelisi. Una svolta radicale nella strategia difensiva dei coniugi Matacena, come del loro storico collaboratore che si è resa di fatto necessaria in seguito alla modifica del capo di imputazione – che oggi non solo ripropone l’aggravante mafiosa, ma dettaglia con maggior precisione manovre e responsabilità nel progetto di salvare Matacena dall’esecuzione di una condanna per mafia – chiesta e ottenuta dal pm Giuseppe Lombardo. Una mossa che non solo ha scompaginato le strategie delle difese, ma ha anche aggravato la posizione degli imputati. Alla luce delle nuove informative depositate agli atti del procedimento, la Rizzo appare sempre più come la principale dominus delle strategie necessarie per permettere a Matacena di dribblare l’esecuzione della condanna definitiva per mafia, ma soprattutto per occultare il suo immenso patrimonio. Tutte manovre che per gli inquirenti avrebbero un obiettivo molto concreto e che plasticamente rappresenta il ruolo – storico, sottolinea la Procura – avuto dall’ex politico armatore a Reggio Calabria e non solo: quello di «stabile interfaccia della ‘ndrangheta, nel processo di espansione dell’organizzazione criminale, a favore di ambiti decisionali di altissimo livello». L’ultima informativa della Dia dimostra infatti come la Cogem – nonostante una quasi banale schermatura, senza dubbio riconducibile ai coniugi Matacena – negli ultimi quattordici anni non solo sarebbe diventata grande appaltatrice di appalti pubblici a Reggio Calabria, ma li avrebbe anche equamente spartiti fra i più noti clan reggini. Rapporti contrattuali che per la Dda non sono coincidenze, né casualità, ma risponderebbero allo schema di spartizione degli appalti su cui le ‘ndrine reggine avrebbero forgiato le nuove regole e i nuovi assetti all’indomani della seconda guerra di ‘ndrangheta. «Tali rapporti contrattuali – si legge infatti nel nuovo capo di imputazione – costituivano lo strumento per affidare parte dei lavori relativi alle opere pubbliche già richiamate a soggetti direttamente o indirettamente inseriti nella, o comunque riferibili alla predetta organizzazione criminale di tipo mafioso, con la conseguente volontaria agevolazione del predetto sistema criminale mediante la canalizzazione a suo favore dei connessi vantaggi patrimoniali di rilevante entità». Un’organizzazione che per il pm Lombardo sarebbe «interessata a mantenere inalterata la piena operatività del Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile, costituita dalle molteplici società ed aziende prima indicate ed altre in corso di individuazione, che venivano utilizzate, dietro articolate ed indispensabili operazioni di interposizione fittizia in grado di superare gli sbarramenti costituiti dalle informazioni prefettizie, per schermare la vera natura delle compagini sociali, dei consorzi e delle associazioni temporanee di imprese».

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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