L’ipocrisia internazionale nella lotta ai narcos

REGGIO CALABRIA Parola d’ordine, ipocrisia. Nonostante i proclami ufficiali, a livello nazionale e internazionale una reale volontà di arginare il fiume di cocaina in circolazione non c’è, scaricandone l’onere su…

REGGIO CALABRIA Parola d’ordine, ipocrisia. Nonostante i proclami ufficiali, a livello nazionale e internazionale una reale volontà di arginare il fiume di cocaina in circolazione non c’è, scaricandone l’onere su quelle – poche – procure impegnate in Italia nella lotta al narcotraffico, da tempo regno quasi incontrastato delle ‘ndrine. È un bilancio amaro e preoccupante quello che emerge dalla presentazione di “Oro bianco, storie di uomini, traffici e denaro dell’impero della cocaina”, ultima fatica editoriale del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e dello studioso Antonio Nicaso. Un dato che rischia di diventare inquietante, anche se non riesce neanche a sfiorare le istituzioni che dovrebbero farsene carico, se a fornirlo è uno dei procuratori che ha scritto di proprio pugno la storia della lotta al narcotraffico internazionale, accompagnato dal procuratore Federico Cafiero de Raho, che negli ultimi anni con lui ha coordinato importanti inchieste, e da Antonio Nicaso, lo studioso con cui da sempre svolge in tandem il lavoro teorico e di approfondimento. «L’Onu dovrebbe avere il potere di entrare in Colombia, Bolivia, Perù, Uruguay, gli unici paesi dove la coca si produce allo stato naturale, per proporre ai cocaleros incentivi economici per agevolare la riconversione delle colture». L’unica vera strada per combattere il narcotraffico internazionale, spiega a chiare lettere Gratteri, è questa perché fin quando per milioni di contadini poveri le piantagioni di coca rimarranno l’unica fonte di sostentamento, i narcos troveranno sempre braccia da sfruttare e sierra da distruggere. «Fare la riconversione delle colture significherebbe dare ai contadini l’equivalente della differenza del prezzo di vendita del granturco rispetto alla coca, dimostrando loro la convenienza». Il problema è che l’unico organismo internazionale in grado – almeno formalmente – di avviare su larga scala un programma di questo genere è troppo debole anche per prenderlo in considerazione. « L’Onu – dice amaro Gratteri – è un organismo debole che arriva sempre troppo tardi, quando ci sono solo macerie». Tanto meno sembrano averne la forza i governi nazionali o regionali, se è vero che il processo di “pacificacion” della lunga guerra civile, passa anche attraverso la costituzione di una zona franca per le Farc in mezzo alla Sierra. Così la lotta contro il fiume di bianca che invade le città, come contro quello di denaro proveniente da esso che intossica l’economia mondiale, rimane tutta sulle spalle di quelle poche procure che seguendo l’ombra delle ‘ndine, trovano la coca. Ma le procure che se ne occupano sono sempre meno. «La piazza di consumo più importante è Milano, ma la locale Dda ha ridotto del 70% le inchieste sul narcotraffico», tuona Antonio Nicaso per spiegare che « La cocaina non desta allarme sociale, è considerato uno status symbol più che un problema». Allo stesso modo, dice lo studioso, nessuno né sembra storcere il naso di fronte al fiume di denaro – e il conseguente potere – che la coca procura, tanto meno si indigna o ha intenzione di intervenire sulle ben note falle del sistema che permettono al sistema criminale che regge il narcotraffico e ha le ‘ndrine fra i propri fondatori, di riciclare e reinvestire gli immensi proventi che derivano dalla vendita della coca. Il problema non riguarda solo gli Stati Uniti e le sedi off shore delle loro banche o i paradisi fiscali come l’isola di Sark, che da possedimento privato della Corona inglese può permettersi il lusso di non applicare la normativa internazionale antiriciclaggio. «La city di Londra è divenuta grande centrale del riciclaggio europeo, che viene studiato anche nelle prestigiose università britanniche». Un dato che non stupisce – spiega Nicaso – se è vero che le istituzioni europee, più volte invitate a togliere dalla circolazione la banconota da cinquecento euro, troppo congeniale alle necessità dei narcos», hanno sempre fatto orecchie da mercante. Allo stesso modo, spiega il procuratore Federico Cafiero De Raho, è inconcepibile che si possa immaginare «di inserire nel computo del Pil entrino anche droga, prostituzione e contrabbando, cioè anche la provenienza di un reato. Questo dimostra come a livello internazionale non ci sia alcuna sensibilità sul tema. Tutti colo che operano in questo settore, che si battono perché le regole vengano rispettate non possono accettare che la ricchezza proveniente dal lavoro e quella proveniente da fonti illecite, sia considerata uguale». Per questo, Antonio Nicaso «ribadisce che la lotta alla mafia e al narcotraffico sono culturali ancor prima che giudiziaria. Dobbiamo partire da una grande rivoluzione culturale». Nell’attesa, la Dda di Reggio continua a lavorare.

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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