Sequestro Sgarella, un calabrese nella “trattativa”

REGGIO CALABRIA È dalle intercettazioni depositate agli atti dell’inchiesta “Platino” che emergono non solo nuovi dettagli sul rapimento di Alessandra Sgarella che confermano la trattativa fra lo Stato e le…

REGGIO CALABRIA È dalle intercettazioni depositate agli atti dell’inchiesta “Platino” che emergono non solo nuovi dettagli sul rapimento di Alessandra Sgarella che confermano la trattativa fra lo Stato e le ‘ndrine per la liberazione della donna, ma svelano anche il nome dell’intermediario: l’avvocato Antonio Speziale, noto legale della Locride e storico difensore della famiglia Barbaro.
All’epoca – svela Agostino Catanzariti, ritenuto vicino ai Papalia di Buccinasco, intercettato dagli investigatori – Speziali era il legale di Giuseppe Barbaro detto Peppe ‘u Nigru classe 1948, che all’epoca del sequestro da dietro le sbarre si sarebbe adoperato per la librazione della Sgarella. Lo può confermare anche l’interlocutore di Catanzariti, Michele Grillo che proprio nel periodo del sequestro Sgarella era detenuto con ‘u Nigru e ha saputo direttamente da lui dei tentativi di abboccamento fatti dagli investigatori, dopo settimane passate girando a vuoto. «Sì che andavo con lui – spiega Grillo –. Quando l’hanno chiamato, io ero alla matricola. A me, sai cosa m’aveva detto lui? Se non potevamo vedere. Chiedeva: secondo te, chi ce l’ha? Come, quando. Parlammo di questo. Gli ho detto: che ne so, uno può chiedere. Avevano arrestato ai cosi, là i Canotti (Lumbaca, ndr)». Ma le informazioni che Catanzariti e Grillo sono stati involontariamente in grado di fornire non si limitano a questo. All’epoca – e lo confermano – Peppe ‘u Nigru si è effettivamente attivato per la liberazione della donna, coinvolgendo – affermano i due – anche il suo legale. Per Grillo e Catanzariti, in cambio di quella liberazione, non solo Peppe ‘u Nigru, avrebbe ottenuto il trasferimento dal carcere di Melfi a quello di Locri, ma anche dall’accusa di aver rapito Evelina Cattaneo. «Non ci potevano assolvere a tutti per il sequestro. Non potevano per linea di logica», sostiene Catanzariti che invece in quel processo ha rimediato una condanna, ricordando che il pm incaricato – quell’Alberto Nobili che assieme ad altri ha scritto la storia dell’antimafia in Lombardia – nel corso della requisitoria proprio per Peppe ‘u Nigru si sarebbe limitato a dire «lascio il parere alla Corte». Una prova inoppugnabile di quel baratto per il boss che esclama: «Più chiaro di questo come cazzo lo doveva dire». Ma a ottenere benefici da quella trattativa sarebbero stati anche i fratelli Giuseppe e Rocco Barbaro, del ceppo degli Spariti, graziati da consistenti sconti di pena. «Adesso – dice Catanzariti – ma che nicche e nacche, ‘u Sparitu e i coglioni e il cazzo, sappiamo le cose».

 

a.c.





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