Le rivelazioni di Moscato e i contrasti interni ai Mancuso

VIBO VALENTIA Non solo la guerra contro il clan di Stefanaconi e l’omicidio del patriarca “Nato” Patania. Non solo l’elenco degli imprenditori vibonesi che sarebbero collusi con la ‘ndrangheta. Non…

VIBO VALENTIA Non solo la guerra contro il clan di Stefanaconi e l’omicidio del patriarca “Nato” Patania. Non solo l’elenco degli imprenditori vibonesi che sarebbero collusi con la ‘ndrangheta. Non solo i lavori pubblici al porto di Vibo Marina. Non solo il legame con i Tripodi di Portosalvo. Non solo le presunte talpe all’interno delle forze dell’ordine. Dalle dichiarazioni che il pentito Raffaele Moscato, organico al clan dei “Piscopisani”, sta rilasciando di fronte ai pm della Dda di Catanzaro Camillo Falvo e Ivan Barlafante, emerge un quadro per certi versi inedito della geografia mafiosa vibonese. Ovviamente la credibilità di Moscato, pentitosi all’inizio di marzo appena 24 ore dopo il suo arresto, sarà tutta da dimostrare nei processi, in particolare – almeno per ora – scaturiti dalle inchieste “Gringia” e “Black money”. Di certo, però, il racconto che il nuovo pentito sta fornendo agli inquirenti delinea dinamiche e retroscena sconosciuti e inquietanti. Al centro di tutto, il ruolo dei Mancuso nella faide che negli ultimi anni hanno insanguinato il Vibonese e i presunti contrasti tra le varie articolazioni del potente clan di Limbadi.
Com’era già parzialmente emerso dalle inchieste della Dda del capoluogo, a tirare le fila della guerra tra i Piscopisani e i Patania, essendo storicamente legato a questi ultimi, sarebbe stato il potente boss Pantaleone “Scarpuni” Mancuso. Lui avrebbe armato la cosca di Stefanaconi contro gli emergenti che mal sopportavano lo strapotere dei Mancuso. E sempre lui sarebbe stato il regista occulto dello scontro, riaccesosi negli ultimi anni nelle Preserre, tra i Loielo e gli Emanuele. Quest’ultimo clan, infatti, avrebbe avuto un legame con i Piscopisani e come loro si sarebbe sottratto al controllo del clan di Limbadi. Per questo “Scarpuni” avrebbe armato i rampolli dei Loielo desiderosi di vendetta contro i rivali, che negli anni avevano assunto il controllo militare del “locale di Ariola”, nel territorio compreso tra Soriano, Sorianello, Pizzoni e Gerocarne.
Ma i Piscopisani, ha riferito Moscato, avrebbero voluto dare una risposta estremamente cruenta a tutto ciò. Era già tutto organizzato, ma l’agguato saltò perché non c’erano «le condizioni giuste»: il clan emergente voleva uccidere proprio il superboss “Scarpuni”, crivellarlo a colpi di fucile, pistola e kalashnikov e, poi, tagliargli la testa con un’ascia. Moscato fa i nomi di chi avrebbe dovuto eseguire la terribile missione di morte: tra questi lui stesso, «Antonio Campisi, Francesco La Bella, Franco D’Ascola, Nazzareno Galati e Rosario Fiorillo». Ad organizzare l’agguato, invece, sarebbero stati, secondo quanto riferisce Moscato, «Salvatore Cuturello, Antonio Campisi, Francesco Scrugli e Rosario Battaglia». Tra i nomi citati dal pentito, spiccano quelli di Cuturello e Campisi: entrambi sono imparentati (genero il primo e nipote il secondo) con un altro boss dei Mancuso, l’ergastolano Peppe “‘Mbrogghjia”. Entrambi, secondo Moscato, credevano che ci fosse “Scarpuni” dietro la morte del narcos Domenico Campisi, padre di Antonio, assassinato il 17 giugno del 2011 lungo la provinciale Vibo-Nicotera.
«Questo fatto (il tentato omicidio di Pantaleone “Scarpuni”, ndr) è successo nel 2011, occasione in cui ho rubato un furgone – dichiara ancora Moscato – per commettere l’agguato; ricordo che Campisi Antonio, che si era messo con noi perché, come noi, aveva interesse ad ammazzare Pantaleone Mancuso, ci disse che voleva uccidere il Mancuso poiché lo riteneva responsabile dell’omicidio del padre Domenico; si sospettava – prosegue il pentito – che Campisi Domenico avesse ucciso Barbieri Vincenzo e che, per risposta, poiché questi forniva droga a Mancuso Pantaleone, questi lo avesse vendicato facendo uccidere Campisi Domenico; Campisi Domenico ha ucciso il Barbieri per problemi di cocaina». Barbieri, vero e proprio broker internazionale della cocaina ucciso il 12 marzo del 2011 nel cuore della “sua” San Calogero, era considerato una figura cardine del narcotraffico gestito dal clan di Limbadi.

 

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it





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