Rimborsopoli, «Adamo potrebbe far sparire dei documenti»

REGGIO CALABRIA Per difendersi dalle accuse che il procuratore aggiunto Gaetano Paci e il pm Matteo Centini hanno formulato contro di lui nell’ambito dell’inchiesta Rimborsopoli – indignato – l’ex consigliere…

REGGIO CALABRIA Per difendersi dalle accuse che il procuratore aggiunto Gaetano Paci e il pm Matteo Centini hanno formulato contro di lui nell’ambito dell’inchiesta Rimborsopoli – indignato – l’ex consigliere regionale Nicola Adamo aveva giurato e spergiurato che nelle spese messe a carico del gruppo consiliare «non sono spese pazze, non ci sono profumi, non ci sono champagne, non ci sono mutande, non ci sono lap dance, non ci sono gratta e vinci». Ed è vero, il Tdl lo ha confermato. Quello che c’è – ed è tanto grave da indurre i giudici a confermare la misura del divieto di dimora in Calabria – è un drenaggio regolare e ingiustificato di fondi a favore dell’associazione Idea, formalmente incaricata della promozione delle attività del gruppo misto, ma in realtà – per usare le parole del gip Olga Tarzia, accolte in pieno dai giudici del Tdl – trasformata in un “simil segretariato” i cui dipendenti venivano pagati dal gruppo consiliare «pur svolgendo molto generiche attività politiche mirate solo ed esclusivamente alla promozione di Adamo e non del gruppo».

 

BUCO NERO “IDEA” Conclusioni condivise dal collegio del Riesame che sottolinea: «Gli elementi di indagine raccolti consentono di ritenere che l’attività dell’associazione in questione non fosse volta alla promozione politica delle attività del gruppo consiliare c.d. misto». Addirittura, evidenzia il collegio, l’Idea sembra essere stata creata «per finalità eterogenee rispetto a quelle indicate dalla normativa di riferimento regionale e che il tutto sia stato realizzato al di fuori di una valutazione consiliare di gruppo». L’associazione – retribuita anche per attività definite dal gip “misteriose” perché identificate solo come “internet” o “web tv” – sarebbe stata utilizzata solo in base alle alle specifiche e personali esigenze del consigliere Adamo. «Chiara – scrive il collegio nelle motivazioni – appare la strumentalizzazione delle contribuzioni consiliari a finalità individuali e non alle attività di promozione o funzioni istituzionali del Consiglio e dell’articolazione collettiva del gruppo in particolare (incompatibile con una finalità istituzionale del genere appare ad esempio la “realizzazione e gestione sito Web committente” ovvero “l’organizzazione di propaganda politico-istituzionale”)».

 

IL SILENZIO ASSENSO DEL CAPOGRUPPO Soldi transitati nelle tasche di Adamo – ci tengono ad evidenziare i giudici – senza alcun tipo di controllo da parte del capogruppo Giuseppe Bova, che nel difendersi – ricorda il Collegio – «ha anche sostenuto, impropriamente e destrutturando la funzione assegnata per legge al capogruppo che non può essere ignota a chi svolte siffatte funzioni e si avvale di consulenti esperti in materie giuridiche, che il controllo sulla spesa spettava ai singoli consiglieri i quali ricevevano l’anticipazione erogata». Di fatto, per i giudici per Nicola Adamo si è provveduto «ad istituzionalizzare, per come accertato, un sistema di parcellizzazione quasi “stipendiale” del contributo pubblico, al punto che, prima ancora che le spese fossero effettuate, e contravvenendo alla logica del “rimborso”, voluta dal legislatore regionale, già si era previsto il trasferimento all’associazione “Idea” di una somma indicata in contratto in modo forfettario».

 

MUTANDE NO, CONDOMINIO SÌ Una somma andata a finanziare spese che vanno ben oltre quelle coperte dai rimborsi regionali. E se è vero che non ci sono né mutande né gratta e vinci, nella rendicontazione fornita dall’ex consigliere figurano «affissione manifesti, condominio, fornitura elettrica, servizi di telefonia, stampa materiale campagna elettorale, servizi telematici, pagobancomat senza causale, ricariche telefoniche, pagamento Rav ad Equitalia». Tutte spese non conferenti e relative ad una struttura – conclude il Collegio – «a servizio del solo consigliere Adamo, senza che sia coinvolta anche lontanamente un’attività di programmazione, di rappresentanza o istituzionale del gruppo consiliare di appartenenza».

 

«CONDOTTA SISTEMATICA E NON ISOLATA» In sintesi, per il Tribunale non solo è ampiamente dimostrato come l’ex consigliere «si sia appropriato di somme enormi, ricorrendo allo stratagemma di utilizzare, al fine di giustificare le sue presunte spese, la documentazione prodotta dall’associazione Idea, dallo stesso incaricata, dietro compenso forfettario stabilito, di svolgere tutta una serie di funzioni di segreteria», ma avrebbe anche progettato in modo sistematico un «sistema» di copertura grazia alla «produzione di una moltitudine di documenti contabili invero inconferenti. Non appare fondata, pertanto, la contestazione difensiva che afferma la risalenza nel tempo delle condotte contestate e la cessazione dalla carica di consigliere regionale, posto che la reiterazione nel tempo, per come accertata delle condotte, dimostra come lo stesso Adamo abbia ideato un sistema operativo di appropriazione del denaro pubblico a proprio vantaggio, così sofisticato da ritenere che non si sia trattato di una condotta occasionale o isolata».

 

PERICOLO REITERAZIONE DEL REATO Anche perché dalle indagini sarebbero emerse anche «palesi discrasie tra quanto documentato in sede di richiesta di rimborso dall’Adamo e liquidato dal Bova e quanto “contabilizzato” dall’associazione stessa” e c’è il rischio “probabile” – evidenziano i giudici – che il ricorrente, se non limitato nella sua capacità di movimento sul territorio calabrese, possa concretamente adoperarsi per individuare e far scomparire tracce documentali dell’attività dell’associazione, che ancora non sono state acquisite alle indagini o possa artatamente crearne nuove e fittizie a giustificazione dei rimborsi ottenuti». Del resto Adamo, nonostante abbia cessato le sue funzioni in Consiglio, appare «non estraneo, per l’intervenuta cessazione dalla carica di consigliere regionale, dall’ambiente in cui sono maturati i delitti (in tal senso si giustifica anche il richiamo operato dal gip all’attuale ruolo di deputato parlamentare del coniuge del ricorrente) e che rende evidente un fondato pericolo di reiterazione della condotta criminosa». Per questo, per i giudici, Nicola Adamo deve rimanere lontano dalla Calabria, anche se – ed è stato l’ex consigliere a lasciarselo scappare – questo potrebbe non riuscire a limitarne il margine di manovra. Poco dopo essersi rifiutato di rispondere all’interrogatorio di garanzia, aveva infatti dichiarato: «Il fatto che non sia in Calabria non significa che non debba fare politica, anzi a Roma sono nel cuore della politica nazionale». Di cui la moglie Enza Bruno Bossio è peraltro esponente di primo piano.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it







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