Tutti gli amici calabresi dei Casamonica

REGGIO CALABRIA C’è un filo – esile come un’ipotesi, inquietante come le coincidenze – che lega i Casamonica, potente clan di ex nomadi che negli anni Sessanta ha messo radici…

REGGIO CALABRIA C’è un filo – esile come un’ipotesi, inquietante come le coincidenze – che lega i Casamonica, potente clan di ex nomadi che negli anni Sessanta ha messo radici a Roma, alla Calabria. Lo ha tessuto – indisturbato – l’imprenditore romano Pietro D’Ardes, oggi condannato in via definitiva a undici anni di reclusione, ma dal 2006 al 2009 libero di agire indisturbato. E di mettere le mani, grazie a cordiali rapporti intrecciati prima con il clan Alvaro, quindi con i potentissimi Piromalli, sulla All Services, importante cooperativa di transhipment attiva nel porto d Gioia Tauro.

UN DIPENDENTE SPECIALE Un affare a cui D’Ardes inizierà a interessarsi nel 2006, grazie all’imbeccata ricevuta dall’avvocato calabrese Giuseppe Mancini, all’epoca difensore di Rocco Casamonica, che proprio a quel tempo non casualmente figurava fra i detenuti in affidamento in prova in una delle aziende dell’imprenditore. Peccato – scoprirà la Squadra Mobile per ordine della Procura distrettuale di Roma – che Casamonica nelle cooperative di D’Ardes non svolgesse mansione alcuna. Un dato che aveva fatto supporre all’allora sostituto procuratore Cavallone che l’impero economico costruito in brevissimo tempo da D’Ardes, poggiasse su fondamenta foderate di soldi sporchi dei Casamonica. A confermarlo ci sarebbe anche una conversazione, registrata nel maggio del 2007 fra D’Ardes e il suo “dipendente” Rocco. L’affare All service è in via di definizione, ma l’imprenditore sembra essere propenso a fare una scelta di cautela, facendosi prestare i soldi da un istituto di credito, pur non avendone necessità perché «con tutti i tuoi giri d’affari i soldi ce li ho per forza». E che i Casamonica – tutti – fossero coinvolti nei business dell’imprenditore romano lo dimostra anche una cena del 25 gennaio 2007.

L’AFFARE ALL SERVICES SOTTO L’ALA DEGLI ALVARO In quei giorni D’Ardes è in Calabria, ma non è arrivato da solo. Insieme a lui c’è il genero di Rocco Casamonica, che con l’imprenditore alloggia all’Hotel-ristorante “La Lampara” di Pellaro, la sera del 25 incontra il compare Giuseppe Alvaro e il figlio Antonio. Altri incontri seguiranno tanto in Calabria come a Roma, nei mesi successivi fin quando, il 18 maggio 2007, D’Ardes non comunica a Casamonica che l’affare è concluso. Dalla Calabria, Antonio Alvaro – riferisce l’imprenditore – avrebbe dato il via libera all’operazione con parole precise «… compare non parlate più con nessuno… che è tutto a posto… perché i vecchi hanno detto… il pericolo però è che qualcuno che si vanta e diventa peggio della bomba di Hiroshima». È un accordo da cui guadagnano tutti, spiega l’imprenditore. Lui riesce a mettere le mani sulla cooperativa, ma anche gli Alvaro entrano in un giro d’affari in precedenza mai esplorato. Loro – spiega a Casamonica – «c’hanno una potenza .. però non hanno mai .. capito?».

COINCIDENZE Sono queste le tracce che portano l’indagine della Squadra Mobile di Roma in Calabria, a Gioia Tauro, dove l’imprenditore romano progettava di mettere le mani sull’importante cooperativa grazie ai buoni uffici del clan e dove l’indagine incrocia l’inchiesta che la Dda reggina da tempo porta avanti sul clan Piromalli. Ma soprattutto dove sta per essere scritta una delle pagine destinate a cambiare gli equilibri delle ‘ndrine della Piana e non solo. D’Ardes e Casamonica – che nonostante figuri come semplice lavorante, segue il suo “capo” anche in delicati viaggi d’affari e viene messo a conoscenza dei dettagli più segreti di tutta l’operazione All services, inclusi i dettagli del prestito – si presentano diverse volte in Calabria. Ma – forse non casualmente – arrivano nella Piana a fine gennaio del 2008.

L’OMBRA DEI PIROMALLI L’affare può dirsi concluso, D’Ardes riesce a inserirsi nella cooperativa di Gioia Tauro con un affitto del ramo d’azienda prodromico all’acquisizione, ma soprattutto è certo di essere coperto. Da mesi, insieme a Casamonica ha incontri cordiali con “il compare” Giuseppe Alvaro, vero e proprio garante dell’affare in Calabria. La cooperativa fa gola a molti, per questo D’Ardes, ancor prima di muoversi, inizia a cercare “coperture” fra i clan della zona. Nonostante alcuni successivi abboccamenti con il clan Molè, l’imprenditore ha scelto già da che parte stare. Dietro di lui ci sono gli Alvaro, in quel momento storico alleati con i Piromalli, del tutto intenzionati a scrollarsi di dosso quel clan cresciuto sotto la propria ala, ma che stava diventando ingombrante. Lo scontro con i cadetti cui per lungo tempo è stato delegato il controllo militare della Piana c’era già stato per le pretese sul nascente impero Annunziata – secondo recenti inchieste, creatura dei Piromalli, che dagli avidi scagnozzi sono stati costretti a difendere l’imprenditore – ma è tornato a verificarsi per il porto.

MOLÈ HA PAGATO PER LA ALL SERVICES? E proprio quella pretesa – forse – è costata la vita al boss Rocco Molè e il prestigio all’intero clan, costretto a spostare tutti i propri affari altrove. Un omicidio che ha cambiato il volto della ‘ndrangheta nella Piana e che si verifica proprio nei giorni in cui D’Ardes e Casamonica si trovano a Gioia Tauro. Due eventi che – come mettono nero su bianco i giudici nel motivare la sentenza di primo grado del procedimento Cent’anni di storia – non sembrano scollegati. Quell’assassinio venne compiuto pressoché in concomitanza alla vittoria del D’Ardes con riferimento alla vicenda All Services; vittoria che da questi venne comunicata telefonicamente ad Arena Giuseppe in data 31.01.2008, il che ha fatto ritenere agli inquirenti che il suddetto omicidio potesse avere degli addentellati con quella particolare scalata aziendale, dando comunque loro la certezza che quell’avvenimento segnasse la sconfitta radicale ed eclatante del gruppo dei Molè, nonchè la parallela ascesa del gruppo degli Alvaro di San Procopio che, per la prima volta, figuravano al fianco della consorteria dei Piromalli.

TROPPO TARDI Un’ipotesi su cui a lungo hanno ragionato i pm Roberto Di Palma e Roberto Pennisi quando atti e documenti di quell’indagine romana dalla Capitale sono stati trasferiti per competenza a Reggio Calabria. Alla Dda reggina da tempo si lavorava a quel primo filone d’indagine del procedimento Cent’anni di storia, riferibile alle connessioni dei Piromalli con le amministrazioni locali e comunemente noto come “sindaci”. Ma quando le acquisizioni romane vengono trasferite ai pm reggini, era passato troppo tempo per disporre accertamenti mirati sui contatti dell’imprenditore e di Casamonica. E Rocco – «per questioni di competenza naturale», dicono fonti di Procura – non è stato mai sentito né indagato. L’ipotesi che abbia avuto un ruolo nell’omicidio di Molè – come logista o come esecutore materiale – è stata più volte presa in considerazione, ma quando gli atti sono arrivati a Reggio la pista era ormai troppo fredda perché si potessero disporre accertamenti. E il ruolo di Casamonica è rimasto un mistero, sebbene – anche in sede giudicante – i magistrati abbiano affermato l’esistenza di una relazione fra l’acquisizione della cooperativa All Services e quell’omicidio eccellente. Il fascicolo sull’omicidio Molè continua ad essere a carico di ignoti, ma nel frattempo altre indagini e altre tracce hanno testimoniato la vicinanza dei Casamonica ai clan calabresi.

LE CONFESSIONI DEL GIOVANE BOSS Il dato è arrivato dalla viva voce di Simone Pepe, giovanissimo e capobastone di Oppido Mamertina, ‘ndranghetista per scelta e sanguinario killer degli assassini del patrigno, Mimmo Bonarrigo. Inquirenti e investigatori sono arrivati a lui anche grazie alle lunghe, incaute confessioni telefoniche cui si lasciava andare, confessando senza remore crimini efferati. Confessioni come quella che il 22 dicembre 2012 fa a Giuseppe Casamonica. Irritato e sdegnato per un’incriminazione legata all’utilizzo di una carta di credito clonata, considerato un reato da polli, si sfoga con l’amico: «A Peppì per una carta di credito, Peppì mi hanno inculato per una carta di credito… (impreca)… i Vigili… per una carta di credito mi hanno inc… ho fatto tre omicidi Peppì mi hanno inculato per una carta di credito te ne rendi conto… Peppì per una carta di credito di merda …(impreca)… hai capito Peppì che devo fare». Un crimine efferato – accertato da investigatori e inquirenti – ammesso con una nonchalance che sembra essere l’ennesima prova dei rapporti – solidi – fra i Casamonica e i clan calabresi.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it





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