L’Anac e le interpretazioni personalistiche di Oliverio

Intervenendo, a bocce ferme, sul contenzioso avuto con l’Autorità nazionale anticorruzione, e scegliendo di farlo in seduta di consiglio regionale, il presidente Mario Oliverio apre un dibattito che merita di…

Intervenendo, a bocce ferme, sul contenzioso avuto con l’Autorità nazionale anticorruzione, e scegliendo di farlo in seduta di consiglio regionale, il presidente Mario Oliverio apre un dibattito che merita di essere proseguito a prescindere da chiavi di lettura personalissime, tipiche di una pessima calabresità che tenta sempre di proiettare la propria identità per metterla al centro del mondo.
«L’atto dell’Anac distorce la verità, la mia vicenda non riguardava atti corruttivi», ha sottolineato in consiglio regionale il governatore della Calabria. Ha fatto bene a ribadirlo ma nella verità nessuno aveva mai detto che le nomine contestate (oltre a quella di Gioffrè era sotto inchiesta anche l’altra del catanzarese Domenico Pingitore, opportunamente revocata all’indomani dell’intervento di Cantone) erano nate da un accordo corruttivo. È stato sostenuto, invece, che violavano la “legge Madia” che regola le inconferibilità e le incompatibilità nella pubblica amministrazione ed è quella in base alla quale Oliverio è stato inibito per tre mesi, inibizione poi sospesa dal Tar del Lazio.
Oggi, correttamente, Oliverio critica quella norma, la ritiene limitativa della libertà di azione della politica e la iscrive nel quadro dei tentativi, a suo modo di vedere, sbagliati di cedere al dilagare dell’antipolitica.
Su questo il dibattito è aperto. Oliverio sprona il consiglio regionale: «Deve essere espressa una sollecitazione al Parlamento, perché le norme contenute nel decreto legislativo aumentano la confusione. Siamo in presenza di una legislazione preoccupata di corrispondere alla canea dell’antipolitica, che alimenta un giustizialismo distorto che nulla ha a che fare con la necessaria operazione di trasparenza e pulizia». Nel merito della legge Madia: «Non capisco perché un candidato non eletto non possa essere utilizzato per altri incarichi. È una scelta incomprensibile su cui deve essere aperta una discussione forte. Non è difesa della casta, si tratta di principi basilari per un ordinamento democratico».
Una sortita, questa, da “renziano puro”, tanto da fargli avere subito il plauso di due consiglieri di opposizione, come dire, molto caratterizzati nel loro “garantismo” come Nazzareno Salerno (Fi) e Giuseppe Graziano (Cdl), convinti che l’Anac non possa sostituirsi alla politica: «La legge – spiegano i due – è profondamente iniqua come la Severino. Chi vince le elezioni deve poter governare. Non si possono delegare altri organi a governare al posto nostro».
Peccato per loro, e anche per Oliverio, che alla fine il consiglio regionale ha deliberato esattamente l’opposto, cioè l’adeguamento dell’ordinamento regionale alla legge Madia.
Prima di entrare, però, nel dibattito aperto dal governatore, va precisato un passaggio. Oliverio, riferendosi a Cantone, gli attribuisce di aver sostenuto che «le norme contenute nel decreto legislativo aumentano la confusione» per cui lo stesso Cantone «ha auspicato di mettere mano su una situazione pasticciata».
Una forzatura, perché il suo pensiero Raffaele Cantone lo aveva chiaramente e direttamente espresso scrivendo al Corriere della Sera proprio nel merito della questione dell’inibizione inflitta a Oliviero e poi revocata dal Tar. Evidentemente è il caso di rileggere quanto scritto da Cantone: «In primo luogo, la sospensione decisa dal Tar Lazio il 4 novembre scorso ha riguardato il provvedimento del Responsabile della corruzione della Regione Calabria (Rpc) e non il parere dell’Autorità sull’esistenza di una causa di inconvertibilità dell’incarico a Gioffrè. Al contrario, la lettura dell’ordinanza del Tar dimostra come essa ha confermato in pieno la validità del nostro operato – e cioè l’equiparazione tra direttore generale e commissario straordinario – ma ha trovato una contraddizione interna al provvedimento del Rpc della Regione Calabria (che è bene ricordarlo non è un dipendente dall’Autorità ma un dirigente della medesima Regione!)».
Ben altra e più delicata, dunque, è la questione che il responsabile dell’Anac pone e sulla quale chiede chiarezza al legislatore: «Quanto alla questione più generale, da tempo l’Autorità ha segnalato, in modo formale e in ben due diverse occasioni, a Parlamento e governo che il meccanismo sanzionatorio congegnato dalla legge del 2012 non va bene, perché affidato a un soggetto, il Rpc (dirigente interno dell’ente, nominato dall’organo politico) che non è in posizione di sufficiente indipendenza rispetto al soggetto da sanzionare. Abbiamo anche richiesto di affidare all’Anac, autorità indipendente e sottratta a pressioni e condizionamenti, il potere di accertare i fatti e di irrogare le sanzioni ».
Chiaro il concetto? L’attuale norma prevede che il controllore-sanzionatore sia un dipendente del controllato. Ossia una figura assolutamente fuori da quella posizione di indipendenza che la norma invece presupporrebbe.
Ciò detto, la questione è posta in maniera più onesta e trasparente proprio dai consiglieri di minoranza Salerno e Graziano: chi vince le elezioni è sovrano e vanno eliminati i controlli intermedi imposti da un legislatore ottuso e forcaiolo. Cantone raus!
Il più ovattato Oliverio, rivendica la libertà di nominare anche politici trombati, se li si considera “eroi” come nel caso di Gioffrè. Possiamo permetterci di suggerire di allontanare dai casi personali il dibattito e metterlo sui binari dell’interesse generale?
Se possiamo farlo, possiamo anche tentare di capire quale sia la ratio della tanta indigesta “legge Madia” (per inciso voluta da Bersani quando sosteneva Monti e non da Renzi). La norma mira a evitare che il politico trombato assuma incarichi di governo del territorio nel quale era candidato e possa, in astratto, approfittarne per punire i reprobi che non lo votarono e ripagare i fedeli che invece lo fecero. Può capitare cioè che amministrando un’Asp e dovendo decidere se promuovere il medico del paese dove ero candidato a sindaco faccia velo il fatto che quel medico abbia appoggiato la mia candidatura o meno.
Un sospetto del genere è malposto in Calabria?
Lasciamo al dibattito (ma non solo a quello politico) la risposta.





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