Un calabrese su dieci rinuncia a curarsi

ROMA Il federalismo non fa bene alla salute dell’Italia, che si conferma divisa nell’accesso alle cure. Quasi un cittadino su 10 rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di…

ROMA Il federalismo non fa bene alla salute dell’Italia, che si conferma divisa nell’accesso alle cure. Quasi un cittadino su 10 rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di attesa; la prevenzione si fa a macchia di leopardo, con un Sud che arranca e regioni come Lazio e Veneto che fanno passi indietro rispetto al passato. Altrettanto diversificato di regione in regione l’accesso ai farmaci innovativi, soprattutto per il cancro e l’epatite C. È quanto emerge dall’Osservatorio civico sul federalismo in sanità di Cittadinanzattiva, presentato oggi a Roma. Dati che si riverberano anche sulle condizione calabrese. Al Sud più di un cittadino su dieci si “arrende”; un fenomeno ben conosciuto anche alle nostre latitudini.
«È ora di passare dai Piani di rientro dal debito ai Piani di rientro nei Livelli essenziali di assistenza, cruciali per la salute dei cittadini e la riduzione delle diseguaglianze», sottolinea Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva. 
La spesa sostenuta privatamente dai cittadini per prestazioni sanitarie in Italia è al di sopra della media Ocse, 3,2% a fronte del 2,8%. In generale le Regioni alle prese con il Piano di rientro, e la Campania in particolare, sono quelle che, a fronte di una minore spesa pubblica e privata e di una elevata tassazione, danno meno garanzie ai cittadini nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza, si sottolinea.

GLI INCUBI: TICKET E LISTE D’ATTESA Liste di attesa e ticket si confermano i principali ostacoli per curarsi con la sanità pubblica. Un cittadino su quattro, fra gli oltre 26mila che si sono rivolti al Tdm nel 2015, segnala difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per liste di attesa (oltre il 58%) e per ticket (31%). A lamentarsi di più sono i residenti in Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sicilia, Trento, Bolzano e Veneto. Va ancora peggio a quel 7,2% dei residenti costretto proprio a rinunciare a curarsi: il 5,1%, ovvero circa 2,7 milioni di persone, lo ha fatto per motivi economici, a cui seguono le liste d’attesa. Questo accade soprattutto al Sud (l’11,2% dei residenti rispetto al 7,4% del Centro e al 4,1% del Nord). Su un campione di 16 prestazioni sanitarie, i tempi minimi di attesa si registrano tutti nel Nord Est o Nord Ovest, i tempi massimi, in 12 casi su 16, sono segnalati al Centro.

POSTI LETTO In un contesto di riduzione dei posti letto per acuti (di 13.377 unità tra 2010 e 2013), Basilicata e Sicilia rispettano lo standard di 3,0 posti letto per mille abitanti. La maggior parte delle Regioni non sottoposte a Piano di Rientro presenta valori più elevati: è il caso del Friuli Venezia Giulia (3,8), Valle D’Aosta (3,7) Emilia Romagna (3,6), Marche (3,3), Veneto, Toscana e Umbria (3,2), mentre Calabria, Puglia e Campania – Regioni sottoposte da anni a Piano di rientro – mostrano valori medi inferiori alla soglia, rispettivamente: 2,6; 2,9; 2,9.
Il Regolamento sugli Standard ospedalieri inoltre riduce la media dei giorni di degenza per le acuzie a 7 giorni. Risultano in linea con tali standard, Piemonte (6,82), Toscana (6,87), Valle D’Aosta e Marche (6,99). Il Veneto mantiene una media più alta (8,26), seguono Liguria (7,63) e Friuli Venezia Giulia (7,58). Le Regioni del Sud sottoposte a Piano di Rientro presentano valori medi molto più bassi: Puglia (6,22), Campania (5,65) e per ultima la Calabria con soli 5,49 giorni medi di degenza per acuti.
Anche rispetto all’assistenza territoriale ed in particolare alle cure primarie, le regioni in Piano di Rientro, e nello specifico alcune regioni del Sud, non offrono risposte soddisfacenti ai bisogni della popolazione. A titolo di esempio, sulle 16 Regioni prese in esame dal Ministero nel 2013, 7 (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Puglia) risultano “adempienti con impegno per l’erogazione dell’assistenza domiciliare
Ci sono ancora sei Regioni che nel Piano sanitario non prevedono l’integrazione socio-sanitaria: Abruzzo, Calabria, Lazio, Molise, Sicilia e PA Bolzano.

SICUREZZA A RISCHIO Il federalismo mette a rischio anche la sicurezza. Sui punti nascita, per esempio, gli standard ministeriali sono rispettati a macchia di leopardo. Su 531 centri attivi nel 2014, 98 effettuano ancora meno di 500 parti l’anno, la soglia minima di sicurezza. Su 16 Regioni prese in esame dal documento “Verifica ed Adempimento Lea”, 6 risultano inadempienti (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Lazio, Abruzzo); 5 adempienti solo con impegno (Piemonte, Emilia Romagna, Molise, Basilicata). Tra le Regioni che hanno trasmesso il report sulla presenza di punti nascita con meno di 500 parti l’anno, la Basilicata ne ha attivi 3, l’Emilia Romagna 7, il Lazio 6, La Puglia e la Lombardia 9. Il Sud arranca anche sulla prevenzione. Su 16 Regioni monitorate dal ministero della Salute nel 2013 su questo fronte, la metà risulta in linea con le indicazioni del ministero: Basilicata, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana, Umbria e Veneto. Ma rispetto al passato peggiorano Basilicata, Liguria e Veneto. E fra le otto inadempienti (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia), fanno ulteriori passi indietro Puglia, Sicilia, Calabria e Campania. In particolare, solo Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria, Provincia Autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta raggiungono il 95% per le vaccinazioni obbligatorie infantili. Nel 2013 sono stati inviati oltre 11 milioni di inviti per partecipare ai tre programmi di screening oncologici organizzati (seno, colon retto, cervice uterina): meno della metà si è sottoposto agli esami e l’adesione rimane critica al Sud. Infine, le regioni meridionali “vantano” una minore attenzione al trattamento del dolore.

 





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