L’intimidazione sull’asse Savona-Reggio

REGGIO CALABRIA Era un daino, o forse un cervo. Ma la carcassa senza testa lasciata sulla strada che porta alla sua ditta, per Rolando Fazzari è soprattutto un messaggio. Chiaro,…

REGGIO CALABRIA Era un daino, o forse un cervo. Ma la carcassa senza testa lasciata sulla strada che porta alla sua ditta, per Rolando Fazzari è soprattutto un messaggio. Chiaro, preciso e conosciuto. «Noi ammazziamo». Non succede nella Piana di Gioia Tauro, nell’entroterra reggino o nella Locride profonda, ma a Balestrino del savonese, dove Fazzari, calabrese per sangue e origine, vive e lavora. O meglio, dove ha continuato a vivere e lavorare nonostante abbia rinnegato il suo sangue e la sua famiglia, considerata dalla Dia «braccio economico delle cosche calabresi, incaricato di investire e riciclare il denaro provento di attività illecite». In realtà, ha raccontato lui stesso agli inquirenti, sono molto di più che semplici imprenditori dei clan.

RIBELLIONE A DURO PREZZO Nonostante più di un’informativa lo indichi come “boss” del Savonese, non sa se suo padre, Francesco, sia mai stato ufficialmente battezzato, ma di certo – ha più volte raccontato – lo è stato suo fratello Filippo. Ma di certo, in famiglia, atteggiamenti e comportamenti tipicamente mafiosi non mancavano. A lui stesso è stata messa una pistola in mano con l’ordine di ammazzare un uomo che – gli dissero –  aveva fatto saltare una motopala nella loro tenuta di Acarta, in Calabria. O almeno, questa era la storia con cui avevano tentato di convincerlo. In ogni caso, Rolando Fazzari si è rifiutato. Se quell’uomo si è salvato, il figlio no. Pur di ucciderlo, lo hanno braccato fino a Roma, dove da tempo viveva. Lo hanno freddato nel quartiere dell’Eur. «Una volta tornati in Liguria, a Borghetto Santo Spirito – racconta – mi hanno messo una pistola fra le mani dicendo: “La pala l’hanno pagata! Se entra in cava qualcuno che non conosci, non devi far altro che ammazzarlo e sotterrarlo da qualche parte”».
Ma questo non è che uno degli omicidi di cui Rolando è venuto a conoscenza prima di prendere le distanze dalla sua famiglia e di cui ha parlato in dettaglio con il procuratore Francantonio Granero, per lunghi anni, anima e motore della Dda di Savona , che poi ha girato il fascicolo ai colleghi di Genova e Reggio Calabria, competenti per territorio.

GUERRA INTERREGIONALE Oggetto delle sue dichiarazioni sono i morti da inscrivere nella della faida di Cittanova fra i Raso-Gullace-Albanese e i rivali Facchineri, iniziata in Calabria, ma nel tempo tracimata anche in Liguria, dove molti dei Facchineri si erano trasferiti. E dove hanno trovato la morte. È il caso del diciassettenne Luigi Facchineri, ucciso a colpi di pistola il 21 settembre 1978 mentre si trovava in pizzeria, nel quartiere genovese di Teglia, insieme ad Alfonso Gaglianò. Una delle armi che ha sparato quella sera – ha indicato il collaboratore – è stata ritrovata poco tempo dopo nella cava Pittarello, gestita da Filippo Fazzari, il fratello di Rolando.
Ma l’imprenditore ha indicato anche chi avrebbe chiesto al parente di nasconderla. Si tratta di Carmelo Gullace, definito da Granero «uno dei grandi, di quelli che ancora sono rimasti praticamente intoccabili. Di sicuro è l’unico nel circondario di Savona, ma probabilmente anche nel Ponente ligure». È stato invece ucciso il 21 gennaio del 1991 a San Quirico, con un colpo di revolver alla gola, Stefano Raschellà, fratello di Nicodemo, ucciso un anno prima a Mammola, in Calabria. Rolando Fazzari ha raccontato che, poco prima di morire, Raschellà aveva chiesto il permesso di sposare sua sorella, Giulia Fazzari, poi finita in moglie a Carmelo Gullace.

INCHIESTA SCOTTANTE NONOSTANTE TALPE Ma questi non sono che alcuni dei fatti di sangue, come degli intrecci di interessi, di cui Rolando Fazzari ha parlato. Nonostante una fuga di notizie abbia troncato le gambe all’inchiesta di Genova, ci sono dettagli che – a quanto pare – sono rimasti al riparo dalle talpe e oggi sono in mano alla Dda di Reggio Calabria, che da tempo si sta impegnando per dare un nome e un volto agli assassini che negli ultimi vent’anni hanno seminato di lutti la Piana. Ecco perché la «chiara intimidazione mafiosa» – così definita da uno degli inquirenti che lavorano al caso – è un segnale inquietante, che l’imprenditore ha denunciato e chiede che sia chiarito al più presto. Accanto a lui, si è schierata la Casa della legalità, combattiva associazione antimafia di Genova, che al riguardo scrive «questo episodio, a nostro avviso, si inserisce, alla luce degli elementi generali a nostra conoscenza sul complesso panorama ligure, in un acutizzarsi di un più articolato e pianificato piano di reazione, che a partire dal 2015 si è sviluppato e si sviluppa con più azioni intimidatorie e ben coordinati tentativi di delegittimazione, promosso da soggetti appartenenti e legati alla ‘ndrangheta, unitamente a soggetti a questi contigui o comunque condizionabili, in risposta sia alle inchieste giudiziarie ed ai diversi provvedimenti di contrasto adottati, sia alla rottura della cappa negazionista che aveva caratterizzato questo territorio per decenni».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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