Il filo rosso tra i narcos ed Msc nel porto della coca




REGGIO CALABRIA «Più di qualcosa da Msc lo dovranno spiegare». Sta tutto qui, nella frase che il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria si lascia scappare, il principale risultato…




REGGIO CALABRIA «Più di qualcosa da Msc lo dovranno spiegare». Sta tutto qui, nella frase che il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria si lascia scappare, il principale risultato dell’operazione Vulcano, che ha svelato la rete tessuta dai clan della Piana per importare cocaina dall’America Latina. Per la prima volta, dall’indagine della Dda di Reggio Calabria è emerso in modo chiaro e netto il legame dei trafficanti con la compagnia di navigazione.

FILO ROSSO CON MSC Uno dei principali nodi della rete – hanno scoperto gli uomini della Guardia di finanza, coordinati dai pm Miceli e Centini – era infatti il comandante della nave, Gabriello Salvarese. Nonostante fosse da tempo in pensione, Salvarese era riuscito ad avere da Msc l’incarico di condurre la nave “Poh Lin” sulla rotta “California Express”, che tocca due dei porti cruciali per le rotte del narcotraffico, Cristobal e Balboa, entrambi a Panama. Scali che evidentemente servivano alla joint venture di clan che ha organizzato il trasporto per imbarcare la coca da far approdare in Calabria. «I Piromalli, con gli Alvaro, i Crea ed alcune “famiglie” della ionica reggina, avevano messo in piedi un “cartello” unico per l’acquisto di ingenti quantitativi di cocaina dal centro e dal sud America e stavano per recuperare il primo carico. Questo era il primo viaggio», spiega il procuratore aggiunto Gaetano Paci. Una sorta di test. Ma anche qui è emersa un’ingegnosa novità rispetto ai consueti traffici.

TRASFERIMENTO IN MARE Colpiti da sequestri e arresti, i clan hanno infatti deciso di testare un modo diverso di recupero del carico. Invece di far approdare la nave in porto, per poi puntare sui dipendenti infedeli dello scalo per far uscire i borsoni di cocaina occultati nei container, l’Ati di ‘ndrine ha tentato di recuperare il carico di droga prima ancora che la “Poh Lin” entrasse in porto. Una manovra possibile solo con la complicità del comandante, l’unico a poter autorizzare l’equipaggio a fermare l’imbarcazione per consentire un’operazione di trasbordo. «Tutto era stato pianificato nei dettagli – racconta il colonnello Cioffi – e doveva avvenire al limite delle acque territoriali in modo da eludere i controlli dei pattugliatori».

MONITORAGGIO CONTINUO Precauzioni inutili per l’organizzazione, perché da tempo gli uomini della Gdf seguivano la nave. Grazie ad un’enorme mole di intercettazioni e un lavoro di mesi che ha permesso di decriptare anche il codice che era stato creato per occultare il reale senso delle conversazioni, i militari sapevano che lì c’era un carico di droga atteso dai clan. Ma soprattutto sapevano che i il comandante aveva programmato di liberarsene prima di arrivare a Gioia, spostandolo su un motopeschereccio.

IL «VELIERO MALEDETTO» Un momento atteso tanto dal comandante Salvarese, come dagli uomini della Gdf, che proprio durante le operazioni di trasbordo aveva programmato di intervenire. A guastare la festa a entrambi è stato «un veliero maledetto», lo definisce il colonnello Cioffi- scambiato dal comandante dei narcos per un’imbarcazione della Finanza. Un sospetto sufficiente a far saltare l’operazione. Ne sono certi i finanzieri perché poco dopo ascoltano il comandante spiegare alla rete di essere stato obbligato a proseguire per paura «degli sbirri».

NAVE SOTTO SEQUESTRO Ecco perché quando la nave entra in porto viene sequestrata ed inizia una lunghissima operazione di perquisizione che solo oggi è terminata, dopo oltre cinque giorni di lavoro. «Sapevamo – dice Cioffi – che a bordo c’erano circa 80 chili di cocaina, perché per mesi abbiamo ascoltato le conversazioni degli uomini della rete. Per questo, quando il trasbordo è saltato, abbiamo iniziato a cercare a bordo».

UN APPUNTO ILLUMINANTE La perquisizione immediatamente disposta nella cabina del comandante sembra dare esito positivo. Gli uomini della finanza trovano un foglietto con su scritto “80 chili”, un appunto con gli elementi per decifrare un complesso linguaggio cifrato e il codice identificativo di un container. Quando lo aprono ci sono solo casse di nocciole. Il sigillo – notano – è rotto e proprio davanti alla merce c’è uno spazio vuoto che potrebbe essere stato lasciato per dei borsoni. Della droga però nessuna traccia.

PERQUISIZIONE MONUMENTALE Una delusione, cui non ci si è rassegnati. Recuperati oltre trecento uomini in tutta la Calabria, diversi reparti della Gdf si sono messi a lavoro. La “Poh Lin” è stata ispezionata da cima a fondo. Alla perquisizione – spiega il colonnello Domenico Tavone – hanno partecipato uomini dalle competenze più diverse, inclusi i motoristi che hanno perlustrato la sala macchine, i rocciatori che si sono insinuati dove non era possibile accedere, i sub che hanno ispezionato serbatoi e sentine, ma si sono immersi anche sotto la nave, per verificare che la droga non fosse nascosta sotto la poppa o la prua e le unità cinofile hanno fatto perlustrare ai cani ogni anfratto .

«NON CE N’È PER NESSUNO» Nel frattempo, tutti i 1500 container sono stati scaricati e ispezionati uno per uno. Solo questa mattina all’alba, la droga è stata trovata. Come recitava l’appunto scovato nella cabina del comandante erano proprio ottanta chili di cocaina purissima, divisa in panetti e nascosta in tre borsoni. Un successo rotondo, dice il generale Gianluigi Miglioli, comandante regionale della GdF, che ha seguito da vicino ogni fase della gigantesca operazione, mobilitando ogni reparto che potesse essere utile. «Come si usa dire – commenta invece il procuratore aggiunto Paci – “qui non ce n’è per nessuno”. Che si tratti di colletti bianchi, politici al servizio dei mafiosi, professionisti o imprenditori, questa Dda non si tira mai indietro. E sa come colpire, anche grazie all’apporto straordinario delle forze dell’ordine, come gli uomini della Gdf oggi hanno dimostrato».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it







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