Mantella: «Perri era nelle mani dei Iannazzo»

LAMEZIA TERME È l’edilizia uno dei rami forti della cosca Iannazzo. I lavori pubblici in particolare. Andrea Mantella, collaboratore di giustizia vibonese, ricorda bene gli incontri con Tonino Davoli, elemento…

LAMEZIA TERME È l’edilizia uno dei rami forti della cosca Iannazzo. I lavori pubblici in particolare. Andrea Mantella, collaboratore di giustizia vibonese, ricorda bene gli incontri con Tonino Davoli, elemento di spicco del clan. Davoli, stando agli ultimi verbali del pentito, aveva tessuto ottimi rapporti con le cosche vibonesi. Con i Bonavota si incontravano almeno due volte al mese. Erano summit per parlare di lavoro, per raccomandarsi a vicenda gli imprenditori “amici” o per appianare divergenze. E Davoli, racconta Mantella, parlava tanto, raccontava quelli che erano gli affari dei Iannazzo. «Diceva – spiega il collaboratore – che loro sull’autostrada hanno dei mezzi, che praticamente hanno comprato un ponte lì che hanno pagato oltre 500.000 e passa euro, un ponte che serviva per le gallerie, degli escavatori, mi dicevano che non tutto era a nome loro, che stanno facendo un sacco di soldi, praticamente che Perri era nelle loro mani».
In più occasioni gli inquirenti della distrettuale antimafia di Catanzaro chiedono a Mantella chiarimenti sui rapporti tra i Perri e i Iannazzo. Stilando una lista di nomi e cognomi, tra le persone coinvolte nel processo Andromeda, il cui rito abbreviato si avvia alla sentenza, gli investigatori fanno anche il nome di Franco Perri. «Se è quello che dico io… l’imprenditore dell’Atlantico lì, come si chiama, Due Mari», afferma Mantella che ribadisce «era in toto nella mani dei Iannazzo, è la stessa cosa dei Iannazzo».

I GIAMPÀ STRETTI IN UNA MORSA Mentre il potere dei Iannazzo si espande, racconta il pentito – tanto da poter contare su grossi interessi economici con riferimento anche alle imprese che effettuavano i lavori di ammodernamento dell’autostrada – i Giampà e i Torcasio «erano stretti in una morsa», confinati nel territorio di Nicastro. La mano della cosca si era allungata oltre la Piana di Sant’Eufemia, a San Mango D’Aquino, Nocera Terinese, Falerna, Gizzeria, San Pietro a Maida, l’area industriale di Lamezia «fino ai confini della zona di Acconia e Curinga». Sempre più potenti, i Iannazzo stavano scalzando i clan rivali e Davoli stesso, nel corso dei consueti incontri, riferisce che «i Perri erano passati con loro». E di questo “tradimento” i Giampà si lamentavano perché «venivano meno i loro interessi criminali nei confronti di una importante azienda». Mantella racconta di avere potuto appurare questo fatto sia dai racconti di Tonino Davoli che dagli stessi Giampà, essendo il pentito legato al clan da rapporti di parentela, era il cognato di Pasquale Giampà – fratello del capoclan Francesco “U Professore” – ucciso in un agguato nel 2001.
Ma Perri, stando ai racconti di Mantella, non era certamente l’unico imprenditore ad avere stretti rapporti con i Iannazzo. Nel corso degli incontri dai Bonavota, Davoli in una occasione presentò un “amico”, un imprenditore lametino con interessi nel settore dell’abbigliamento, «era un loro amico che pagava al clan Iannazzo», dice il pentito, e che aveva interesse a investire nel Vibonese. «Tonino Davoli gli disse a Domenico Bonavota in mia presenza – racconta Mantella – “Compare Mimmo questo è un amico nostro, sta aprendo questa attività qui, non c’è problema”… non c’è problema significa che paga l’estorsione». E se un imprenditore è amico, tanto da essere portato nel covo del clan Bonavota «a bere birra fresca», significa che non c’è bisogno di attentati preventivi per farsi pagare l’estorsione.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it





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