Incroci di sangue tra ‘ndrangheta e servizi

REGGIO CALABRIA «Non posso rischiare il futuro per la vicenda dei carabinieri, intendo riferirvi esattamente come andarono le cose». C’è uno spartiacque nella storia del pentito Consolato Villani. Si colloca…

REGGIO CALABRIA «Non posso rischiare il futuro per la vicenda dei carabinieri, intendo riferirvi esattamente come andarono le cose». C’è uno spartiacque nella storia del pentito Consolato Villani. Si colloca esattamente nel momento in cui il pm della Dna Gianfranco Donadio, sconfortato, si appresta ad abbandonare la sala in cui il pentito è stato convocato per parlare dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo che già da minorenne gli è costato una pesante condanna. «Non ve ne andate, dottore», lo implora Villani, che forse per la prima volta capisce che ci sono passaggi della sua storia criminale che non può più nascondere. E sull’omicidio dei due militari, uccisi nel gennaio dell’84, rivela: «Dovevamo fare come quelli della Uno bianca».

«FARE COME LA UNO BIANCA» Poche parole, una rivoluzione rispetto alla verità processuale. Per Donadio – che racconta la vicenda ai magistrati della Procura di Catanzaro, presso cui ha denunciato Nino Lo Giudice per calunnia – Villani con quell’espressione individua «una sequenza di tipo sostanzialmente terroristico», che come la scia di sangue lasciata dalla Uno bianca «era stata caratterizzata dall’uso di un certo tipo di fucili Beretta di assalto – osserva il pm della Dna – qui era stata adoperata una mitraglietta, una Pistol Machine Beretta cosiddetta M 12». Un dettaglio importante e non valorizzato nel corso del processo, al pari della «rivendicazione di chiara matrice terroristica» arrivata a bucare anche le cronache nazionali, ma che nel processo non è stata considerata. Eppure anche a distanza di anni ha portato a tracce importanti.

LA PISTA DELLE ARMI «La ricostruzione della vicenda dell’uso costante dello stesso M12 – racconta al riguardo Donadio – dischiude un’altra prospettiva molto rilevante», poi finita al centro di un delicato filone investigativo affidato alla Dda di Reggio Calabria, che tuttavia non riguarda solo quella che il pm definisce la «clandestinizzazione delle Beretta», ma anche «un traffico di armi imballate, kalashnikov, sostanzialmente armi nuove».

COINCIDENZE Ma sono altri i dettagli che richiamano l’attenzione del pm. «Ricordo – mette a verbale di fronte ai colleghi di Catanzaro – che tra gli identikit raccolti in sede antiterrorismo presso I’Ucigos, ve ne erano taluni sostanzialmente uguali e riferiti a Capaci e agli omicidi della Uno bianca». Le parole di Villani dunque – spiega – erano tutto fuorché casuali, perché «ogni dettaglio andava immediatamente a collegarsi in un reticolo di ulteriori, diciamo un quadro inferenze molto molto complesso». Un quadro che racconta una strategia di attacco allo Stato orchestrata da clan siciliani e calabresi insieme, che hanno avuto a disposizioni armi e registi che forse con lo Stato avevano un diretto legame.

LE VERITÀ DI CALABRÒ Non lo dice solo Villani. Meglio e più chiaramente di lui, ne parla Giuseppe Calabrò, che qualche mese prima aveva inviato alla Dda di Reggio Calabria una lettera immediatamente spedita in Dna dall’allora procuratore aggiunto, Michele Prestipino. «In questa missiva, formata verso Pietro Grasso ma mai pervenuta in Dna che ci perviene in fotocopia allegata ad una nota di trasmissione della Procura di Reggio Calabria, in questa missiva sostanzialmente si riprende il tema del movente esterno, cioè di una azione suggerita e gestita da ambienti esterni alla ‘ndrangheta e si ricostruisce tutta la serie delittuosa nei confronti dei Carabinieri come una azione in qualche modo inserita in scenari e momenti non immediatamente contestualizzabili a Reggio Calabria».

L’OMBRA DI FACCIA DI MOSTRO Nel corso di quel colloquio, Calabrò non solo conferma quanto detto da Villani – incluso il ruolo che in quella strategia della «strage lenta» – hanno avuto i suoi familiari – «carne mia» li definisce – ma fa anche un passo in più. «Dice – racconta Donadio ai magistrati della Dda di Catanzaro – che nei contatti con il Lo Giudice aveva notato personaggi estranei alle ‘ndrine arrivare lì con macchine di grossa cilindrata e a una specifica domanda parlò anche di una Range Rover». Un particolare significativo. Quell’auto già in passato era stata infatti ricollegata alle operazioni del killer di Stato “Faccia di mostro”. «Si trattava – continua a spiegare il magistrato – di un personaggio appartenente ad ambienti dei servizi e ritenuto intraneo a vicende di grande significato».

LA PISTA SICILIANA E da tempo Faccia di mostro ha nome e cognome. «L’individuazione di Aiello è un fatto che risale all’anno 2007, se non vado errato l’individuazione di Aiello è conseguente all’approfondimento di due tematiche rimaste diciamo inesplorate in sede giudiziaria». La prima ha a che fare con la denuncia, per molto tempo rimasta inascoltata, di Vincenzo Agostino, padre del poliziotto Nino Agostino, la seconda riguarda le rivelazioni del pentito Nino Ilardo, che al colonnello Riccio ha dichiarato che quel delitto «era stato commesso da un agente dei servizi dal volto sfigurato ex poliziotto e che questo soggetto era particolarmente operativo, era stato particolarmente operativo in altri omicidi e in altri eventi stragisti, un vero e proprio anello di collegamento tra la mafia e i servizi».

CAUTELE Tutti elementi che inducono Donadio ad organizzare un colloquio investigativo con Nino Lo Giudice. È lui – tanto secondo Villani, come secondo Calabrò – l’elemento di collegamento con il misterioso uomo dei servizi. Un passaggio importante e delicato, tanto da spingere il magistrato a mantenere il massimo riserbo sull’incontro in programmazione e a muoversi in fretta.

PERICOLO DI VITA Sono le settimane che precedono il Natale, ma il procuratore della Dna procede comunque e si assicura che ogni singolo secondo di quel colloquio venga registrato. Un dettaglio che fino a quando Donadio non si è seduto di fronte ai magistrati di Catanzaro è rimasto inedito. E per un motivo molto semplice. «Non ho mai parlato in pubblico dell’esistenza di questa, come dire, costante e scrupolosissima registrazione perché quando scomparirà Lo Giudice ho ritenuto, come altri, probabile che potesse essere stato soppresso o comunque ho ritenuto possibile una condizione di pericolo estremo di questo soggetto. Se avessi detto: “Esiste una registrazione, vorrei dire pesantissima, da quando si è aperta la porta a quando si è chiusa la porta”; avrei con una sola parola di smentita probabilmente creato le condizioni per la soppressione del soggetto». Perché Lo Giudice sa. E le sue conoscenze potrebbero essere la chiave che svela i legami fra la stagione di sangue siciliana e la «strage lenta» calabrese.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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