Qualche spunto per il “commissario” Oliverio

Pochi sanno che nel 2009, a seguito della conclusione del mandato (2008) di soggetto attuatore per l’inventariazione del debito pregresso, fui nominato dal governo per costituire il centro dei costi…

Pochi sanno che nel 2009, a seguito della conclusione del mandato (2008) di soggetto attuatore per l’inventariazione del debito pregresso, fui nominato dal governo per costituire il centro dei costi e responsabilità afferenti, tra l’altro, ai quattro ospedali oggi in via di stressata promozione politica. Nell’esercitarlo ebbi dubbi, che invero residuano ancora, condivisi dall’allora commissario di Protezione civile, Vincenzo Spaziante, dal quale funzionalmente dipendevo.
Una perplessità che mi fece retrocedere da ogni intento, anche perché l’intervento iniziava con un milionario adeguamento del terreno prescelto ad hoc in quel di Vibo Valentia, perché a suo tempo minacciato da problemi di dissesto idrogeologico.

Gli ospedali che c’erano e quelli che ancora non ci sono
Quanto alla costruzione degli ospedali me ne ronzava per la testa qualcun’altra. Su tutte, ritenevo che, a fronte dell’importante avvio degli interventi di realizzazione di così importanti opere pubbliche, occorreva quantomeno essere assistiti da una riprogrammazione sanitaria organica e complessiva, allora e a tutt’oggi mancante.
Nel momento in cui si chiudevano tout court ospedali montani e periferici, senza versare sul territorio siti assistenziali sostitutivi, si sottraeva soprattutto ai nostri anziani persino l’illusione di essere curati in prossimità della loro dimora. Ciò in quanto erano abituati a ritenere i siffatti presidi ospedalieri, ancorché degradati, l’unico riferimento assistenziale godibile. Tutto questo ha portato i nostri nonni nella disperazione in cui essi ancora oggi vivono. L’errore di ipotesi di ieri, di non pensare a bonificare ciò che c’era in attesa che i megaospedali si trasformassero in realtà godibile (ad oggi rendicontiamo già sette anni di ritardo), ha creato tanto panico e un disservizio, spesso vitale, del quale in pochi hanno redatto il seppur macabro bilancio sociale.
Per fare questo occorreva bene usare le risorse di allora destinate al rinnovamento tecnologico, come al solito disperse polverizzandole nei diversi presidi per avere ragione di inaugurare qualcosa, funzionale a creare il solito perverso consenso elettorale.

Cosa si poteva fare e non si è fatto ovvero si è fatto male
Insomma, occorreva allora impegnarsi ad immaginare e, dunque, a realizzare un ragionevole percorso che desse garanzie nel frattempo che si eccellentizzasse l’attività prestazionale attraverso la messa in opera funzionante dei nuovi ospedali. Quella eccellentizzazione del prodotto assistenza che occorrerebbe pretendere anche dagli erogatori privati, impegnati di contro a garantire una attività meramente routinaria che incoccia la domanda solo per le deficitarietà del sistema pubblico.
A proposito di come si è lavorato e come (pare) si continui a fare tutto questo, una ulteriore preoccupazione e una sollecitazione, utile a capire meglio chi siamo.
Prendiamo la nostra carta geografica (fisica mi raccomando – quella ove figurano le pianure, i fiumi e i monti – altrimenti rischiamo di commettere lo stesso errore fatto dall’Agenas di considerare un biliardo – vedi Praia a Mare/Castrovillari – la valle del Noce e la relativa catena montuosa che li separava).
Proviamo a ridisegnarvi sopra le strutture esistenti, ospedaliere e non.
La prima osservazione critica che verrebbe immediatamente fuori alla prima occhiata riguarda l’attuale previsione degli Hub e degli Spoke. Una metodologia, questa, proprio perché proveniente dalla conformazione fisica della ruota della bicicletta – ove l’hub è il mozzo e gli spoke sono i raggi – utilizzabile al meglio nelle regioni dalla conformazione tonda, atteso che il centro dista dalla periferia in modo pressoché egualitario. Una sintesi organizzativa che porterebbe a «disegnare» sul territorio oblungo più «ruote» organizzative tali da rendere le distanze pressoché uniformi e non già come accade, per esempio, nella provincia di Cosenza ma anche di Reggio Calabria, ove esistono aree chilometricamente più agevolate e altre fortemente penalizzate.

Gli handicap
Stante un siffatto stato di cose, che facciamo – una volta costruiti (e ovviamente inaugurati) i quattro megaospedali – quando i nostri nonni non ci saranno più e noi prenderemo il loro posto?
Il maggiore dei problemi sarà quello di raggiungerli agevolmente da parte di chi, anziano ovvero disabile, peggio di come è già oggi, non sarà assistito da mezzi pubblici e da un rete stradale efficiente (tale è quella che separa i centri abitati, per esempio, del Pollino ionico piuttosto che della Sila più impervia ovvero dell’Aspromonte). In proposito, in queste e in tante altre ipotesi di bisogno assistenziale ospedaliero, ancorché diurno, dovrà registrarsi l’indispensabile soccorso dell’assistenza sociale, intendendo per tale quel ramo del welfare che rappresenta la «cura» in senso lato della persona, prima, durante e dopo l’accesso alle prestazioni sanitarie in senso stretto. In una, il potenziamento dell’assistenza socio-sanitaria integrata, quasi sconosciuta alle nostre latitudini.

La quadratura dei conti
Rimarrà, poi, da educare il sistema all’esercizio della spesa, perché la smetta di buttare i quattrini dalla finestra. Non dovrà più di avallare sprechi inutili e colpevoli, del tipo le numerose cause sugli extrabudget vinte nei confronti degli erogatori della spedalità privata, anche in due gradi di giudizio, poi «sanate» – nel cosentino – con lodi strumentali a favorire l’altro e a generare sprechi di retribuzioni professionali ad hoc. Ma questo è un altro ragionamento sul quale occorre una successiva riflessione (ci si augura anche giudiziaria), partendo dai dati del debito consolidato, accertato negli anni 2008/2009, sui quali l’Advisor ha campato grasso sino ad oggi, facendo al riguardo poco o nulla e senza rilasciare alcuna certificazione.

La ricognizione e la riforma
Preliminarmente, saranno tante le attività ricognitive da farsi a cura del neonato commissario ad acta su ciò che è rimasto e continua a rimanere, più o meno volutamente, sotto la cenere (e non solo in materia sanitaria) a cominciare dalle disponibilità di immobili propri e del loro uso nonché del contenzioso mai inventariato e pesato (due vulnuera che rendono la nostra Regione l’esempio da non imitare).
Tutto questo, al fine di pensare, nell’altra veste di Governatore, ad una riforma strutturale che preveda l’istituzione di una Agenzia regionale per la salute a fare, per il momento, da playmaker, sino a quando non ci sarà quella sanitaria nazionale definitiva in tale senso.
Una scaletta di proposte della quale il neo commissario, presidente Mario Gerardo Oliverio, certamente terrà conto.

*docente







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