Moscato: «Avrei dovuto uccidere Loielo»

VIBO VALENTIA La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro è arrivata nel luglio di quest’anno dopo quasi nove ore di camera di consiglio: otto ergastoli e due assoluzioni per il…

VIBO VALENTIA La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro è arrivata nel luglio di quest’anno dopo quasi nove ore di camera di consiglio: otto ergastoli e due assoluzioni per il clan Patania di Stefanaconi, protagonista di una sanguinosa faida con la cosca dei “piscopisani” che ha segnato la storia recente della ndrangheta vibonese. Nel processo sono stati assolti Giuseppina Iacopetta, vedova del capoclan Fortunato, ucciso proprio dagli “azionisti” di Piscopio nel settembre del 2011, e il figlio Nazzareno, mentre il carcere a vita è toccato a Saverio, Giuseppe e Salvatore Patania. Ergastolo anche per il boss Pantaleone “Scarpuni” Mancuso, Cristian Loielo, Salvatore Callea, Francesco Lo Preiato e Giuseppe Comito, mentre 30 anni sono stati inflitti a Cosimo Caglioti. Al centro del procedimento, nato dall’operazione “Gringia” della Dda di Catanzaro, quattro omicidi (Fiorillo, Matina, Scrugli, Fortuna) e sei tentati omicidi (Fiorillo, Calafati, Scrugli, Battaglia, Moscato, Meddis).

I PENTITI Le motivazioni della sentenza, depositate lo scorso 14 dicembre, ripercorrono tutte le fasi del procedimento argomentando, in particolare, sulla credibilità dei collaboratori di giustizia Loredana Patania (nipote di Fortunato) e Daniele Bono, nonché dei killer macedoni pentiti Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi. Alle loro dichiarazioni, decisive per ricostruire le dinamiche criminali che hanno portato a una lunga scia di sangue nel Vibonese tra il 2011 e il 2012, si aggiungono anche quelle di Raffaele Moscato, esponente di spicco del clan dei “piscopisani” che dal marzo 2015 collabora con la giustizia.  Sono proprio alcune dichiarazioni di quest’ultimo, “battezzato” nel 2010 e poi entrato nella “società maggiore” con il grado di “vangelo”, a confermare come il livello di tensione tra le cosche del Vibonese fosse altissimo, con un cartello di cosche (i “piscopisani”, i Bonavota di Sant’Onofrio, il gruppo Mantella a Vibo, gli Anello di Filadelfia, i Vallelunga di Serra San Bruno e gli Emanuele di Gerocarne) contrapposto allo strapotere dei Mancuso, che potevano contare su diverse “famiglie” (come i Patania a Stefanaconi e i Loielo a Gerocarne) pronte a dimostrarsi fedeli con il clan di Limbadi e determinate a ridimensionare le ambizioni autonomiste degli altri clan.

 GLI AGGUATI PROGRAMMATI Moscato ha rivelato dell’agguato che i “piscopisani” avevano programmato – ma mai portato a termine – per uccidere “Scarpuni”, considerato il capo dell’ala militare dei Mancuso e determinato a disfarsi degli autonomisti che imperversavano a Vibo città e nelle Marinate. Ma dalle dichiarazioni del pentito riassunte nelle motivazioni della sentenza emergono anche altri propositi di omicidi (poi non avvenuti) nell’ambito della guerra tra le famiglie di Piscopio e Stefanaconi. «Nell’ambito di questa stessa faida – scrivono i giudici della Corte d’Assise – era stato programmato un altro agguato, ai danni di Andrea Patania, loro cugino che aveva un bar a Sant’Onofrio: per l’esecuzione del piano si era messo a disposizione dei “piscopisani” Giovanni Emanuele – fratello di Bruno (in realtà è il cugino, ndr), dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta, molto legata ai medesimi piscopisani e contrapposta alla famiglia di Mancuso “scarpuni” – che avrebbe avuto il compito di guidare la macchina utilizzata per l’agguato, che sarebbe dovuto avvenire davanti al bar citato e non era andato a buon fine». Il favore però, sempre stando a quanto dichiara il pentito, andava eventualmente ricambiato: «A Moscato – si legge ancora nelle motivazioni della sentenza – era stato chiesto di uccidere Loielo Rinaldo, uomo vicino ai Mancuso, figlio di uno dei soggetti che aveva già ucciso Bruno Emanuele». Il pentito conosceva bene la zona di Gerocarne, anche perché era il paese d’origine della madre e lì vivevano alcuni suoi cugini, tra cui Franco Idà, cognato di Bruno Emanuele. La bomba che fu trovata a bordo dell’auto di Rinaldo Loielo quando fu arrestato nell’ottobre 2013, e che gli sarebbe stata fornita da “Scarpuni”, era invece destinata a far saltare in aria proprio Moscato.

Sergio Pelaia
redazione@corrierecal.it





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