GOTHA | L’ombra dei Servizi sul porto di Gioia Tauro

REGGIO CALABRIA I Servizi hanno tentato di arruolare i Molé per controllare il porto di Gioia Tauro e per tentarli hanno “offerto” loro un carico di armi arrivato a Bari…

REGGIO CALABRIA I Servizi hanno tentato di arruolare i Molé per controllare il porto di Gioia Tauro e per tentarli hanno “offerto” loro un carico di armi arrivato a Bari dall’Albania. Arrivano dal pentito Pietro Mesiani Mazzacuva, cognato di Domenico Molè, le dichiarazioni che tornano a proiettare l’ombra dell’intelligence sul porto di Gioia Tauro, avamposto strategico storicamente nel mirino delle barbe finte italiane e straniere.

UOMO DI FIDUCIA CERCASI «Loro (i Servizi ndr) – spiega il collaboratore – cercavano un riferimento, questo è poco ma è sicuro e penso che pure ad altri poi gli fu proposto, all’interno del Porto di Gioia Tauro loro volevano un referente là dentro, qualcuno che tenesse l’ordine e che gestisse qualcosa per conto loro all’interno del Porto di Gioia Tauro». Il prescelto era stato Rocco Molè. Ritenuto affidabile. E riservato. Anche all’interno della sua stessa famiglia.

UN REGALO DALL’ALBANIA «Prima che gli venisse tolto il 41-bis a Mommo e Mico, Rocco Molè tramite Rocco Delfino, avevano avuto un aggancio con i servizi per fare arrivare a Bari dall’Albania un camion carico d’armi – riferisce il collaboratore – questo camion carico d’armi doveva arrivare a Bari e doveva essere poi lasciato in un punto che gli avrebbero detto questi dei servizi, da Iì la mia prima, diciamo, deduzione che avessero qualche collegamento».

CONTATTI MISTERIOSI Mesiani Mazzacuva non sa dire come fosse nato quel contatto, tanto meno a cosa potessero servire quelle armi. «A differenza degli altri e a differenza poi successivamente dei giovani, Rocco Molé evitava di far sapere le sue cose – spiega – neanche ai figli, cioè i nipoti, non gli fece sapere tutte le sue varie situazioni».

LA LONGA MANUS DEI SERVIZI Le armi però non erano l’unica cosa che i Servizi avrebbero messo sul piatto della bilancia. «Questi qua dicono poi che sarebbero intervenuti per far togliere il 41 a Mico e Mommo, cosa poi avvenuta logicamente». Anche le armi, nonostante una serie di difficoltà, alla fine sono arrivate.

LA FAMIGLIA STORCE IL NASO Nel frattempo però le voci sui contatti di Rocco Molè con i Servizi arrivano anche in carcere. E non tutti in famiglia sono d’accordo. Il pentito lo apprende direttamente durante un colloquio in carcere con il cognato. In quell’occasione lo ascolta dire ai suoi familiari «che non gli piaceva che Rocco avesse a che fare con i servizi dice “noi queste cose non le abbiamo mai fatte, questi vogliono sempre qualcosa in cambio”, quindi in cambio o un’infamità, consegnare qualcuno oppure fare qualcosa insomma… sempre fermo restando che poi se va bene ci paghi solo tu ma loro non ci pagano mai”».

NUOVE OFFERTE Parole che a Mesiani Mazzacuva bastano per capire che il rapporto di Rocco Molè con i Servizi «era sicuro e scontato». E la sua morte non avrebbe fatto cambiare idea alle barbe finte. «Dopo che Rocco Molé fu ammazzato non so però a chi, qualcuno fu avvicinato per mandare un’imbasciata alla famiglia Molé dicendo che loro volevano un punto di riferimento, che in cambio di questo punto di riferimento che doveva esserci, ma una persona seria, loro avrebbero fatto di tutto per fare uscire Mommo Molé dal carcere». Di più, Mesiani Mazzacuva non sa dire. Ma tanto basta alla Dda per esplorare nuove piste.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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