Inchiesta sulle Ong, c’è una pista calabrese

Non è colpa del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, se altre procure hanno sottovalutato gli elementi investigativi che nei mesi scorsi erano finiti sotto la loro percezione. Chiunque si è…

Non è colpa del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, se altre procure hanno sottovalutato gli elementi investigativi che nei mesi scorsi erano finiti sotto la loro percezione. Chiunque si è sbilanciato in queste settimane dando addosso a Zuccaro, peraltro attribuendogli intenzioni e giudizi che mai gli sono appartenuti, avrà di che scusarsi. Anche il tentativo di far poggiare le esternazioni del procuratore di Catania sullo studio fatto da un giovane che ha tracciato le rotte battute dalle navi dei soccorritori, si sta appalesando fuorviante e falso. In mano a Zuccaro c’è ben altro e soprattutto ci sono relazioni e atti ufficiali. Tracciano due piste in particolare, la prima parte dalla Calabria, l’altra dalla Spagna con tappa a Bruxelles.
Spezzoni che in maniera disorganica sono finiti negli uffici delle cinque procure italiane che, prima del “terremoto Zuccaro”, avevano aperto fascicoli sui flussi migratori e sugli scafisti legati alla “mafia islamica”: Trapani, Palermo, Reggio Calabria, Cagliari, Napoli. Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la struttura titolata al coordinamento delle inchieste sulla “criminalità transnazionale”. 
Ma torniamo alle due piste che hanno acceso l’attenzione del procuratore di Catania. Un elicottero della marina spagnola impegnato nell’«Operazione Sophia» (decisa in  seguito al terribile naufragio della primavera del 2015, quando l’Unione europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean (Eunavfor Med), una operazione militare per contrastare l’opera dei trafficanti) capta una conversazione radio che provvede a registrare e, successivamente, a far tradurre. Due persone dialogano in lingua ucraina. Il chiamante è sulla terra ferma, in Libia. Il secondo è a bordo di una nave noleggiata da una Ong. La traduzione attesterà che il tono è amichevole, la chiamata era attesa e il suo contenuto, estremamente conciso, non lascia spazio ad equivoci: viene comunicato il via libera per la partenza di alcuni gommoni, la nave li attende nel “punto stabilito”. Insomma nessun recupero “casuale” ma un vero e proprio appuntamento in mare tra scafisti e soccorritori.
L’intercettazione viene trasmessa a Bruxelles. Una copia finisce nelle mani del procuratore Zuccaro: è inutilizzabile non perché vi siano dubbi sulla sua provenienza ma perché trattasi di una intercettazione “non ortodossa” e quindi non può fornire prova in un processo. Tutto qui. 
Zuccaro però decide che sia giunto il momento di far scoppiare il caso e concede un’intervista, nella quale fa presente che spesso il rapporto tra scafisti e soccorritori appare viziato da comportamenti che oggettivamente portano vantaggi, non solo economici, a chi specula sulla pelle di un esercito di disperati ammassati sulle coste libiche.
La sortita del procuratore Zuccaro provoca violente reazioni spesso animate da un insano pregiudizio. Ma provoca anche l’effetto che forse Zuccaro si proponeva: cominciano a essere girate al suo ufficio anche altre segnalazioni e altre informative, queste invece, legittime e utilizzabili, che fino a quel momento avevano preso strade diverse ed erano rimaste senza riscontro.
Tra queste due in particolare. La prima parte dalla Calabria e reca le firme di alcuni solerti agenti della Polizia di frontiera. La seconda è uno studio dell’Aise, il nostro servizio segreto all’estero.
È il 30 maggio 2016. A Schiavonea, in Calabria, attracca la motonave “Dignity One”. Da questa vengono sbarcati 403 migranti. La polizia di frontiera detta le regole, imponendo che si dia priorità ai minori senza accompagnatori, poi ai “casi clinici”. Il resto dei naufraghi potrà sbarcare solo dopo i controlli di polizia sulla loro identità. Già, perché la polizia sospetta la presenza tra questi anche di alcuni scafisti. Ne nasce un contenzioso tra i responsabili della Ong tedesca che ha noleggiato la nave e i poliziotti. Alla fine tra i centodue “minori” sbarcano anche alcuni soggetti che appaiono aver ben più di 18 anni. La polizia non può opporsi, visto che i soccorritori certificano il contrario ma decide di fotosegnalare i casi più sospetti. E bene fa, perché qualche mese più tardi uno dei segnalati verrà identificato come un membro dell’organizzazione che aveva organizzato più “pellegrinaggi” (li chiamano così sui loro siti internet) verso l’Italia.
È il primo riflettore acceso sulla motonave “Aquarius” che oggi è tra le più attenzionate nelle esternazioni del procuratore di Catania che osserva: «Su 134 navi gestite dalle organizzazioni non governative – a fronte delle tre che operavano nel 2015 – sei sono gestite da cinque Ong tedesche. I costi di gestione – prosegue il procuratore Zuccaro – sono molto elevati. La nave “Aquarius” di SOS Méditerranée spende 11.000 euro al giorno mentre il peschereccio Jugend 40.000 al mese».
La nostra “intelligence”, dal canto suo, avrebbe monitorato l’attività di 14 navi, scegliendo quelle che da sole hanno praticamente coperto il 40% dei “recuperi in mare” effettuati negli ultimi dieci mesi. E qui occorre premettere una riflessione: le Ong utilizzano quasi esclusivamente barche noleggiate e non di loro proprietà. Inoltre, gli equipaggi non sono composti da personale appartenente alle Ong stesse, quindi motivato nel lavoro da spirito “umanitario”, bensì da marittimi di professione.
E veniamo alle 14 navi monitorate. Di queste solo una batte bandiera italiana, mentre tre operano sotto l’egida di Panama e delle Isole Marshall, quanto di meno trasparente possa capitare di dover incontrare nell’ambito di una indagine giudiziaria di qualsivoglia natura. Molte di queste sono quasi totalmente in mano ad equipaggi ucraini, dal comandante al mozzo di bordo.
Ucraini sono anche molti degli “operativi” reclutati dagli scafisti in Libia. In tre casi l’attenzione viene catturata da organizzazioni umanitarie tra le più note: la Moas italo-americana e le delegazioni di Francia, Itaia e Spagna di “Medici senza frontiere”. L’inaffidabilità degli equipaggi, inoltre, è la ragione che ha spinto l’organizzazione “Save the children” a rivolgersi all’unica nave battente bandiera italiana, la “Vos Hestia”.
Infine i rilievi satellitari. Questi testimoniano che gran parte dei recuperi avvengono proprio a ridosso delle acque libiche ma ancora in quelle internazionali, vale a dire a più di dodici miglia dalla costa libica. In diversi così, però, i recuperi sono avvenuti ben dentro le acque territoriali libiche, tra le cinque e le dieci miglia marittime. Il che significa che navi noleggiate dall’Ong hanno scientemente violato le norme del diritto internazionale. Spinte da ragioni umanitarie? Oppure in esecuzione di accordi criminosi stretti anche all’insaputa di chi ne paga il nolo?
Carmelo Zuccaro ritiene che questi interrogativi, insieme ad altri, dovranno avere una risposta da parte della magistratura italiana che però più contare su mezzi ridottissimi rispetto a quelli dispiegati dagli altri attori in campo.

direttore@corrierecal.it







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