OUTSET | Lo scalpo del nemico in cambio di due villette

VIBO VALENTIA Una vita a Vibo Valentia può valere il costo di due villette. Sono quelle che il costruttore Francesco Barba avrebbe realizzato e poi regalato agli esecutori materiali dell’omicidio…

VIBO VALENTIA Una vita a Vibo Valentia può valere il costo di due villette. Sono quelle che il costruttore Francesco Barba avrebbe realizzato e poi regalato agli esecutori materiali dell’omicidio di Mario Franzoni, avvenuto nel 2002 a Porto Salvo, frazione di Vibo. Barba avrebbe commissionato il delitto a esponenti della cosca Lo Bianco, tra cui Andrea Mantella. Perché? Perché la vittima aveva minacciato i suoi figli con una pistola. Come corrispettivo l’imprenditore edile vibonese Barba si era impegnato a costruire due villette a Vibo Valentia, cedendole in favore degli esecutori materiali dell’omicidio. Il patto sarebbe stato siglato, ha raccontato Mantella ai magistrati, nel corso di una riunione all’hotel 501 di Vibo Valentia, presenti Mantella e altri esponenti dei Lo Bianco-Barba. Secondo il racconto del pentito – che gli inquirenti ritengono riscontrato – sui due chalet la polizia municipale di Vibo avrebbe chiuso un occhio nonostante le irregolarità riscontrate nella costruzione. Il movente del delitto è uno dei fatti accertati dall’inchiesta della Dda di Catanzaro che ha portato all’arresto di otto persone, tra mandanti ed esecutori di due omicidi compiuti tra il 2002 e il 2006. 
Le attività d’indagine, coordinate dal procuratore Distrettuale Nicola Gratteri, dal procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e dal sostituto procuratore Camillo Falvo ,supportate anche dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Giuseppe Giampà, Raffaele Moscato, Pasquale Giampà, Andrea Mantella, hanno permesso di fare luce sui moventi degli omicidi e sui relativi mandanti oltreché sugli esecutori materiali dei gravi fatti di sangue, tutti riconducibili ad appartenenti alle cosche Lo Bianco e Piscopisani di Vibo Valentia oltre che ai Giampà di Lamezia.
Rispetto al tentato omicidio e successivo omicidio di Giuseppe Salvatore Pugliese Carchedi sarebbe stato accertato che il movente immediato di tale gesto andava individuato in una relazione clandestina intrattenuta dalla vittima con la figlia minorenne di Felice Nazzareno, esponente di vertice dei Piscopisani. Pugliese Carchedi si sarebbe rifiuta di troncare la relazione nonostante i vari avvertimenti che gli erano pervenuti. Tuttavia, al di là dell’apparente movente riconducibile all’antico schema del “delitto d’onore”, la reale causale del fatto è emersa essere quella dei contrasti in seno alla criminalità organizzata vibonese ed in particolare il fatto che la vittima non riconoscesse l’autorità criminale dei maggiorenti delle cosche perpetrando in assoluta autonomia delitti, anche di natura estorsiva.

 

 





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