La chiave del caso Moro è in riva allo Stretto?

REGGIO CALABRIA La chiave dell’agguato di via Fani potrebbe essere nascosta in riva allo Stretto e potrebbe essere già nelle mani di investigatori ed inquirenti. Le mitragliette Scorpion che quel…

REGGIO CALABRIA La chiave dell’agguato di via Fani potrebbe essere nascosta in riva allo Stretto e potrebbe essere già nelle mani di investigatori ed inquirenti. Le mitragliette Scorpion che quel giorno hanno sparato potrebbero essere infatti tra le armi dell’arsenale del clan De Stefano, consegnato dal pentito Nino Fiume nel 2002 e su cui da tempo sono in corso nuovi accertamenti. A svelarlo sono stati il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, e il procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo, sentiti ieri dalla commissione parlamentare sul caso Moro. A deputati e senatori, i due magistrati non solo hanno riportato le rivelazioni di Fiume, ma hanno soprattutto spiegato in quale contesto, non solo criminale, debbano essere inquadrate.

UN PENTITO DETERMINANTE Storica ombra dei fratelli De Stefano per volontà del boss, don Paolino, quindi fidanzato dell’unica figlia femmina, Giorgia, Fiume per anni ha vissuto a casa De Stefano. Ha assistito a discorsi e ha ascoltato confidenze di cui non erano messi al corrente neanche i luogotenenti di maggiore fiducia. Era lì persino quando in famiglia  per dialogare scriveva con i gessetti su lavagnette che venivano subito cancellate, per evitare che informazioni importanti potessero essere intercettate o rinvenute. Era considerato uno di famiglia e come tale veniva trattato. Anche per questo è a lui che i De Stefano affidano l’intero arsenale. Incluse due mitragliette Scorpion – ricorda il procuratore Lombardo – da conservare con particolare cura.

DUE MITRAGLIETTE DA CONSERVARE CON CURA «Queste armi in particolare – dice Fiume nella deposizione richiamata in aula da Lombardo – mi furono raccomandate da Orazio De Stefano che all’ epoca era latitante, all’epoca intendo febbraio 2002, e che era il vertice della famiglia De Stefano, accanto al nipote Giuseppe De Stefano, il quale mi disse più volte “Nino guarda tutte le armi nostre le devi custodire con particolare cura ma stai attento alle due ai due fucili mitragliatori tipo Scorpion, perché sono simili a quelle usate per l’ omicidio Moro». Ma – mette in chiaro da subito il procuratore aggiunto – in realtà potrebbero anche essere proprio quelle.

LA PRUDENZA DI FIUME Quel “simile” utilizzato da Fiume potrebbe infatti non essere che una misura prudenziale adottata da un collaboratore da sempre considerato credibile e che non vuole essere smentito. «Il suo “simile” – sottolinea Lombardo – lo dobbiamo valutare certamente come un passaggio da approfondire». Di certo, aggiunge, Fiume ha sempre ribadito che su quelle armi «c’era un’attenzione molto alta e che erano nascoste in un una particolare situazione e condizione, con misure particolarmente elevate di protezione». È un dato da considerare, come da considerare è che siano state affidate proprio a Fiume.

IL TECNICO DI FAMIGLIA L’attuale collaboratore era uno di famiglia. Ma questo non basta a spiegare perché uno dei clan dell’élite della ‘ndrangheta affidi ad un unico soggetto il proprio intero arsenale. «Fiume – ricorda l’aggiunto della Dda reggina – è un tecnico. La sua officina è quella in cui – per conto della ‘ndrangheta reggina, ovviamente capeggiata dai De Stefano – le armi vengono modificate, in cui si modificano anche armi giocattolo, in cui si costruiscono silenziatori artigianali, in cui si assemblano le armi, già successivamente alla prima guerra di mafia che si conclude nel 1977». Non si tratta di un dato neutro.

LA PISTA DEL BAR OLIVETTI Tra le pieghe delle tante indagini su via Fani già in passato è emerso come nei pressi del luogo dell’agguato ci fosse un bar, all’epoca già chiuso, non solo fondamentale per la “logistica” del commando che ha ucciso gli uomini della scorta e rapito Aldo Moro, ma anche quanto meno “strano”. Prima di tirare giù le serrande era frequentato da uomini della ‘ndrangheta e della banda della Magliana e il suo proprietario, Tullio Olivetti, sembrava impegnato in business molto più remunerativi di caffè e cornetti. Indagato perché sospettato di essere coinvolto in un traffico di armi, si è dato alla latitanza per anni, fin quando l’inchiesta non si è sgonfiata grazie ad un’opportuna perizia e alla ritrattazione del principale testimone.

GIOCATTOLI PERICOLOSI Peccato che – ha scoperto nel corso dell’ultimo anno la commissione – quel passo indietro sia arrivato dopo una serie di pressioni ricevute in carcere dal testimone da parte di uomini legati al clan De Stefano e che la perizia che ha “scardinato” il processo possa essere riletta in chiave decisamente più preoccupante. Per i tecnici dell’epoca, la “gola profonda” che aveva parlato con i magistrati non era che un “mitomane” perché le armi su cui aveva dato indicazioni non erano che pistole giocattolo. Negli stessi anni però i carabinieri indagavano non solo su una serie di laboratori specializzati nella trasformazione delle armi giocattolo in armi reali, ma anche su un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di armi che avrebbe trattato con Giorgio De Stefano una partita di “pezzi” italiani e stranieri. Un’associazione attorno a cui gravitava proprio Olivetti.

UN MOSAICO COMPLICATO Si tratta di elementi che all’epoca del sequestro Moro e all’indomani del suo omicidio non sono stati neanche presi in considerazione, ma oggi iniziano ad acquisire senso. E non solo perché emerge una traccia diretta che lega quelle armi al clan De Stefano. Ma soprattutto perché il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro sempre di più appaiono un tassello da collocare in un mosaico complesso, in cui mafie, servizi deviati e massoneria hanno un ruolo da protagonisti. Un mosaico che negli anni Settanta è stato in larga parte costruito a Roma, dove all’epoca i grandi capi delle più importanti famiglie calabresi e siciliane erano presenza fissa. Non a caso le armi non sono l’unico filo che lega il sequestro Moro alla ‘ndrangheta.

UNA FOTO FONDAMENTALE Grazie alle indagini del procuratore Gianfranco Donadio, consulente della commissione, una foto testimonia che quel giorno, in via Fani, c’era anche ‘Ntoni Nirta “Due nasi”, figlio di uno dei più importanti casati di ‘ndrangheta della Calabria. Di lui, fin dagli anni Novanta, ha parlato uno dei primi e forse il più importante pentito milanese, Saverio Morabito, che per primo lo ha collocato in via Fani. Parole all’epoca mai riscontrate e su cui mai troppo si è approfondito ma che adesso acquistano senso. Perché Nirta, De Stefano, Barbaro-Papalia, sono i nomi dei casati che hanno scritto di proprio pugno la storia della ‘ndrangheta nuova. E che fin dal summit di Montalto, quando i primi organismi di vertice vengono forgiati, sono in rapporti stretti fra loro.

LE DOMANDE DELLA COMMISSIONE Di fatto è proprio questo che alla commissione interessa capire: Saverio Morabito era in condizioni di sapere? Cosa lega i Papalia di Milano, che gli riferiscono della presenza di “Due Nasi” in via Fani, i De Stefano, che potrebbero aver preso in custodia le armi usate e la ‘ndrangheta di San Luca? La risposta – spiega il procuratore aggiunto Lombardo, che proprio su questo da anni concentra i suoi sforzi investigativi – va cercata in uno scenario che esula dal mero orizzonte politico-eversivo e in un quadro che include l’evoluzione delle mafie come fattore che ha condizionato lo sviluppo politico del Paese.

IL DEBUTTO DELLA SANTA È negli anni Settanta, dopo il summit di Montalto, che la ‘ndrangheta inizia a forgiare i suoi organismi di vertice e sono questi ad avviare le interlocuzioni con poteri diversi: la massoneria, i servizi di intelligence, la grande finanza. I terreni d’incontro sono diversi. Ci sono i sequestri di persona, i primi grandi affari di droga, le piazze che si riscaldano e si devono controllare, o devono essere guidate come nel caso dei moti del Settanta a Reggio. È qui che gli emissari della prima Santa, la prima struttura di vertice segreta cui la ‘ndrangheta abbia dato vita, si incontrano con poteri altri, diversi dall’ambito strettamente criminale.

L’ÈLITE Ma in questo organismo, che non tutti gradiscono né approvano – e non a caso i vecchi boss Mico Tripodo e ‘Ntoni Macrì pagano con la vita la loro contrarietà – non tutti i clan sono rappresentati. Ci sono i De Stefano, ci sono i loro storici alleati, i Piromalli, ci sono i Barbaro-Papalia, ci sono i Nirta “La Maggiore”. E questi ultimi – ricorda Lombardo – «aggregano attorno a sé i Pelle Gambazza, capocrimine per moltissimi anni prima di Mico Oppedisano dell’operazione Crimine, i Romeo “Staccu” e i Mammoliti “Fischiante” che sono il Gotha criminale di quegli anni. Sono le famiglie che, insieme ai Papalia, per primi delocalizzano per loro operazioni criminali dal territorio calabrese ai territori che contano, Roma e Milano».

LE REGOLE DEL GOTHA Sono loro – insieme a pochi altri selezionatissimi clan – a dare vita alla Santa. E nel tempo tra loro rimangono legati in maniera ombelicale. Non a caso, ricorda il procuratore aggiunto della Dda reggina, «Fiume afferma che per rafforzare il ruolo dei De Stefano,  nel momento in cui erano stati uccisi sia Giorgio De Stefano nel ’77 – che non è l’ avvocato Giorgio, ma il vecchio capo – sia il fratello Paolo nell’85, si pensa di far fidanzare e sposare Giuseppe De Stefano, figlio di Paolo, proprio con un’appartenente alla Maggiore». Allo stesso modo, quando nel ’91 c’è da mettere pace fra lo schieramento condelliano e lo schieramento destefaniano che da anni si massacrano in una guerra fratricida a Reggio, è il vecchio patriarca Antonio Nirta cl. ‘19 a intervenire nelle trattative per tutelare gli interessi dei giovanissimi boss. Due anni dopo, invece, è lo stesso patriarca, dopo la strage del 1 maggio – il primo vero conflitto armato fra i Nirta e i Vottari – a chiedere l’intervento dei figli di don Paolino. «Sapete quanti anni hanno i figli di Paolo De Stefano nel 1993? – chiede il procuratore Lombardo – Ventiquattro, venticinque». Ma a certi livelli l’età non conta. «Quando è chiamato a risolvere il problema che riguarda il suo territorio va a casa De Stefano e a due ragazzi dice “dovete intervenire voi, perché per mettere pace nel mio territorio io ho bisogno di gente alla mia altezza, altissima, anche se giovane».

QUESTIONE DI LIVELLO Rapporti cristallizzati in fortunate intercettazioni che mostrano in maniera plastica il cuore della ‘ndrangheta. «Quando parliamo di Gotha criminale, non solo in Italia, parliamo necessariamente di queste famiglie e per porci il problema di una compatibilità tra quello che ci dice Saverio Morabito, tra quello che ci dice Nino Fiume e quello che accade in via Fani nel 1978 dobbiamo fare riferimento solo a questo livello, che è quello che può sapere», spiega Lombardo.

IL PERCORSO È TRACCIATO Un livello che nel tempo si è intrecciato con i massimi vertici delle altre mafie storiche e che oggi non può non essere considerato se l’obiettivo è decifrare quelli che rimangono i grandi misteri della storia della Repubblica. Si tratta di legami ancora in parte oscuri, ma su cui la Dda reggina sta lavorando da tempo. E quanto già verificato basta per affermare che sono proprio questi storici legami di massimo livello fra le èlites delle mafie a «rendere compatibile il fatto che Nirta Antonio, figlio di Ciccio, possa – se questo ovviamente viene accertato – essere stato presente in via Fani e – se quella presenza non era una presenza passiva, né occasionale – le armi possono essere arrivate ai De Stefano». Sono tracce tutte da riscontrare e su cui bisogna indagare ancora. Determinanti potrebbero essere le prove balistiche e gli accertamenti su armi e proiettili, a quanto pare allo stato bloccati da garbugli burocratici fra Reggio e Roma. Ma il percorso – e soprattutto l’orizzonte – è tracciato.

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it





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