Rimborsopoli, smontate le accuse ad Aiello

La storia giudiziaria del caso Rimborsopoli per il parlamentare del Pd Ferdinando Aiello è tutta una questione di paradossi. L’inizio dell’inchiesta è uguale per tutti: molti consiglieri regionali della passata…

La storia giudiziaria del caso Rimborsopoli per il parlamentare del Pd Ferdinando Aiello è tutta una questione di paradossi. L’inizio dell’inchiesta è uguale per tutti: molti consiglieri regionali della passata legislatura finiscono nel mirino della Procura di Reggio Calabria per rimborsi allegri e spese gonfiate. C’è anche Aiello, indagato e colpito anche da un provvedimento di sequestro preventivo. Che il Tribunale della libertà, in un primo momento conferma. Questa storia cambia allo step successivo previsto dalla giustizia. Per il parlamentare dem le cose si mettono meglio quando le carte arrivano alla Cassazione. È il settembre del 2016 e la Suprema corte annulla il sequestro, rispedendo le carte al Tribunale del riesame. Il giorno dell’udienza preliminare è, all’epoca, ancora lontano e la difesa di Aiello spera che il Tdl emetta un nuovo verdetto prima della pronuncia del gup. È una speranza vana: i mesi passano e dal Riesame non arriva nulla. Nel frattempo, il deputato viene rinviato a giudizio. È il 17 luglio 2017: mezza politica calabrese va a processo. Poco più di tre mesi dopo, i giudici del Tribunale della libertà fanno ciò che il legale di Aiello Antonio Mazzone sperava da mesi: si esprimono nuovamente sul sequestro, accogliendo le tesi difensive e annullando la loro precedente decisione. Le ragioni di questo annullamento daranno ora sostanza a un’istanza tesa a cancellare il rinvio a giudizio e separare la posizione del deputato dem da quella degli altri imputati. Sono argomenti – quelli oggi affermati dai giudici – che l’avvocato aveva sollevato in sede di arringa, nell’udienza preliminare, primo fra tutti quello dei tempi estremamente dilatati tra la pronuncia della Cassazione e quella del Tdl. 
È questo il più importante paradosso: quello di aver dovuto attendere così a lungo. Perché dalla decisione della Cassazione a quella del Riesame – che porta la data del 23 ottobre – sono trascorsi tredici mesi. 
Dopo più di un anno, dunque, i giudici del Riesame confermano a decisione degli ermellini e rivedono, di fatto, le proprie posizioni sulle accuse rivolte al politico. Sequestro annullato. Ma le motivazioni depositate il 23 ottobre si spingono oltre.

«NON CI FU PECULATO» Il Tdl, nel “rispondere” alla Cassazione, prova innanzitutto a spiegare quali fossero le valutazione che hanno portato, in un primo momento, a confermare il sequestro preventivo. E scrive che il «rimborso a opera dei capigruppo consiliari avrebbe comportato una sorta di duplicazione dell’indennità già ricevuta forfettariamente del consigliere per fronte alle spese medesime».
È questa considerazione a essere cambiata nell’ultimo anno. Il Tribunale del riesame, infatti, ritiene «di dover rivedere la propria precedente valutazione circa la questione del rapporto tra le indennità percepite dal consigliere e il rimborso delle spese relative al consumo di carburante, ai viaggi, ai soggiorni, ai pasti e al materiale informatico». In questo senso, i giudici spiegano che «la tematica delle indennità (…) non appare esplorata e approfondita sul piano investigativo con la necessaria accuratezza, così da poter affermare con certezza che il rimborso delle spese in questione costituisca una reale duplicazione in quanto già percepito forfettariamente dal consigliere a titolo di indennità». Non si può dire, dunque, che i rimborsi siano stati duplicati. Ed era questa una delle principali accuse. Una notazione anche sulle domande rivolte ad Aiello dal pubblico ministero: «Va, altresì, osservato – si legge nel dispositivo – che di tale questione non si è fatto cenno alcuno nel corso dell’interrogatorio al quale il pm ha sottoposto Ferdinando Aiello e ciò accresce la perplessità circa la corretta e precisa individuazione dei limiti al rimborso delle spese connessi alla percezione delle indennità». Risultato: «Salvo ulteriori approfondimenti istruttori ben possibili anche in sede di giudizio di merito, non è possibile ritenere integrato per il rimborso di tali spese il fumus commissi delicti del peculato». 

LA SEDE DI ROGLIANO C’è, nelle valutazioni del Tdl, anche una questione più “privata” che riguarda la «rimborsabilità delle spese relative alle utenze telefoniche, elettriche e del gas su immobili, che, secondo la pubblica accusa, non risulterebbero destinate a esigenze del gruppo consiliare, ma al soddisfacimento di interessi privati». Nel calderone dell’inchiesta finì anche una sede che secondo Aiello è sempre stato il suo punto di riferimento istituzionale, secondo l’accusa invece era casa della madre del deputato (le cui bollette sarebbero state pagate con i rimborsi del consiglio regionale). Anche questa considerazione, per il Tdl, non trova riscontro. La difesa avrebbe infatti dimostrato «attraverso la consulenza di parte redatta dall’ingegnere Vizza con allegata documentazione fotografica, e soprattutto con le sit rese da Francesco Venneri, stretto collaboratore di Ferdinando Aiello», che «l’immobile sito in Rogliano, corso Umberto Vico IX, presso cui risultavano attivate la fornitura del gas metano e quella elettrica, fosse effettivamente destinato, (anche se non è chiaro se in via esclusiva o meno), all’esercizio da parte di Aiello dell’attività istituzionale di consigliere. In proposito non appare, peraltro, incompatibile con tale conclusione il fatto che l’immobile fosse nella titolarità della madre di Aiello e quindi dato dalla stessa in comodato gratuito al figlio». Un ragionamento che alleggerisce – e non di poco – la posizione dell’ex consigliere regionale. Peccato sia arrivato a tredici mesi dal rinvio della Cassazione. E dopo la decisione di mandare Aiello a processo.







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