Fusioni dei Comuni sì, ma con responsabilità

È quantomeno da considerarsi particolare l’approccio calabrese al fenomeno delle fusioni dei comuni. Per intanto il confronto pare essere tutto imperniato tra le due agguerrite tifoserie: chi le vuole (almeno…

È quantomeno da considerarsi particolare l’approccio calabrese al fenomeno delle fusioni dei comuni. Per intanto il confronto pare essere tutto imperniato tra le due agguerrite tifoserie: chi le vuole (almeno sulla carta) contrapposto con chi (sembra) volerle rifiutare. 
Non è e non deve essere così. Le fusioni sono strumenti che sconvolgono i vigenti assetti politico-istituzionali locali, con conseguente stravolgimento dell’offerta amministrativa. In quanto tali vanno valutate con intelligenza, ragionevolezza, conoscenze tecniche, consapevolezza dell’evento e occhio lungo, nel senso di sapere ove, quando e come volere pervenire alla istituzione di una nuova città e alla contemporanea estinzione di quelle che la generano. Di certo, vanno incentivate, specie per i comuni piccoli, con servizi carenti e con bilanci non sostenibili. Ma va fatto con un grande senso di responsabilità.

I COMPITI ISTITUZIONALI
Sul tema esistono due livelli di decisione politica, intermezzati dall’esercizio del consenso/dissenso referendario, esempio della più autentica democrazia partecipativa. 
Il primo – di democrazia rappresentativa esercitata dai Consigli comunali – appartiene ai Comuni interessati a fondersi,  in quanto tali tenuti all’iniziativa attraverso l’adozione di una delibera consiliare c.d. di impulso. 
Il secondo – di esercizio di democrazia evolutiva da perfezionarsi con legge provvedimento regionale – è ad appannaggio della Regione tenuta, a mente della Costituzione (art. 113, 2), a decidere  secondo le sue leggi. 
In entrambi gli step a condizionare le scelte deve essere, comunque, la dimostrata utilità pubblica di perfezionare l’evento. Più esattamente, le decisioni devono essere supportate dal dimostrato convincimento che con la fusione si raggiungono generalmente risultati migliori, in termini di convivenza e di condizioni di vita sociale, di programmazione, di organizzazione burocratica, di erogazione dei servizi al pubblico e di sostenibilità del bilancio. Il tutto da celebrare in un apposito studio di fattibilità, ove fornire prova della bontà dell’aggregazione, generativa di un nuovo ente locale ed estintiva di quelli che l’hanno generata, con in esso riportati tutti i cambiamenti che ne derivano in termini di riferimenti strutturali che subentrano e di quelli che scompaiono. 

GIUSTO O SBAGLIATO, QUESTO È IL DILEMMA
Su tutto deve dominare il giudizio preventivo della meritevolezza della fusione, senza la quale non solo è difficile concepire un così importante stravolgimento della geografia delle autonomie locali, ma si rischia di combinare un disastro. 
Su tale giudizio non deve essere affatto trainante l’accesso alle agevolazioni statali, peraltro condizionate dalla capienza del relativo fondo nazionale che, più si incrementa il numero di fusioni, meno disponibilità assicura. Con i due/tre milioni annui per una durata di 10/15 anni si fa (molto) ben poco in termini di generazione di occasioni di crescita diffusa e di espansione dei servizi, specie se tali somme devono essere destinate a colmare buchi di bilancio e/o ad assicurare spese altrimenti insostenibili.

LO STATO DELL’ESSERE REGIONE, MEGLIO DEL FARE
Proprio per questo motivo, prescindendo dai referendum calabresi, la cui peculiarità è stata quella di arrivare al voto senza generare la necessaria consapevolezza dei cittadini ma anche dei proponenti, occorre agire con attenzione da parte dell’istituzione regionale, chiamata a governare i processi relativi.
C’è una proposta di legge (Sergio-Greco) che pare essere la migliore di quelle oggi vigenti nelle altre regioni, anche perché depurata dei passaggi che altrove stanno creando non pochi problemi applicativi. C’è la necessità della Regione di approvare una legge di riordino delle proprio sistema autonomistico locale, ove fissare priorità, obiettivi e risorse destinate ad hoc. Nella contemporaneità esiste l’opportunità di compensare – prescindendo dai termini ordinatori scanditi nella attuale disciplina (che è un disastro) – i gap di analisi ed estimativi della fusione di Corigliano e Rossano giungendo così a motivare esaurientemente, attraverso una documentata meritevolezza dell’iniziativa, la legge-provvedimento istitutiva della importante realtà cittadina. E non perché così è scritto che si debba fare a prescindere. 

LA BUONA PRATICA
D’altronde, il preventivo riconoscimento della meritevolezza della fusione da parte della Regione costituisce il presupposto fondamentale e ineludibile per determinare la «nascita» del nuovo ente locale. Esso è il momento cruciale nel quale la Regione, chiamata dalla Costituzione ad istituire il nuovo comune, debba decidere, nel suo massimo organismo, attestando in via preliminare che la Città, prodotta attraverso la fusione, ha le carte in regola per esistere e che tutti gli atti a ciò destinati sono stati formati e pesati correttamente. Non solo. In assenza di una normativa curata nei dettagli (così com’è quella attuale), è indispensabile che il tutto venga assistito dalla individuazione degli step procedurali, ante e post provvedimento istitutivo, scanditi nei particolari. Ciò al fine di evitare che, poi, non si sappia cosa fare, così come sta accadendo in Presila, ove il malcontento e il disservizio prevalgono.
Si dovranno, pertanto, mantenere il più possibile attivi gli organi istituzionali, quelli che conoscono la materia da «trasformare», intendendo per tale la loro città e i loro cittadini che dovranno comporre il nuovo insieme istituzionale. Al riguardo, sarebbe pericolosissimo affrettare, per ragioni immeritevoli, le elezioni amministrative solo perché l’interesse della politica le richiede. Ci si assumerebbe la responsabilità di generare mostri e mostriciattoli.
Agire bene e ragionevolmente è dunque il motto che dovrebbe fare proprio Mario Oliverio. Ciò significa approvare prima la programmazione e le regole. Poi tutto il resto. Il modo per dare, finalmente e simultaneamente, ordine definitivo alle politiche aggregative e alle procedure relative nonché certezza al futuro della nascente capitale dello Jonio. Perché non farlo?
Da qui, inizierebbe il nuovo percorso di una Regione che ha voglia di cambiare, davvero, «il mondo», iniziando da se stessa. 

*docente Unical





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