Clan De Stefano, il “Principe” condannato a 18 anni

REGGIO CALABRIA Tre assoluzioni e pene pesantissime per il reggente e i capi operativi del clan De Stefano. Così ha deciso il gup Antonio Laganà al termine del primo grado…

REGGIO CALABRIA Tre assoluzioni e pene pesantissime per il reggente e i capi operativi del clan De Stefano. Così ha deciso il gup Antonio Laganà al termine del primo grado con rito abbreviato del procedimento “Il Principe”, che non solo ha svelato il dominio dei De Stefano anche sul centro storico di Reggio, ma ha messo a nudo e disarticolato l’organigramma dell’ala operativa del clan di Archi. Reggente per sangue e casato, Giovanni De Stefano, “il Principe” (assistito dagli avvocati Gianfranco Giunta e Francesco Calabrese), incaricato di portare sulle strade il cognome dello storico clan negli anni resi difficili da arresti e condanne dei vertici, paga il suo ruolo con 18 anni di carcere in luogo dei 30 chiesti dal pm Stefano Musolino. 
Tredici anni e 4 mesi sono andati invece a Vincenzino Zappia, «fratello» criminale e braccio destro del capocrimine Giuseppe De Stefano, incaricato di vigilare sul reggente, mentre è di 16 anni la condanna inflitta a Mico “Tattoo” Sonsogno, figura emergente fra gli arcoti, fra i responsabili delle estorsioni in tutta la città. Due anni e 8 mesi vanno a Fabio Arecchi. Tutti assolti invece Francesco Votano, Vincenzo Morabito e Arturo Assumma.
A far cadere il reggente e i capi operativi dei De Stefano e i loro gregari è stata l’asfissiante estorsione cui per anni è stata sottoposta la Co.bar, ditta impegnata nel milionario appalto di ristrutturazione del Museo Archeologico di Reggio Calabria. Lì, gli arcoti non solo hanno stabilito quali maestranze reggine dovessero lavorare, ma anche dove dovessero dormire gli operai che la ditta aveva portato con sé da fuori. «Questa ditta esterna – spiega in modo dettagliato De Rosa – era di Matera, io vengo messo a conoscenza da Sonsogno che avevano pilotato alcune assunzioni, che avevano dirottato nell’albergo di loro interesse che era l’Hotel Lido, gli impiegati che da Matera, giustamente, essendo una ditta di fuori, avevano necessità degli alloggi». 
Ma l’inchiesta, coordinata dal pm Musolino, ha anche permesso di scoprire come il clan De Stefano si fosse ristrutturato dopo i pesanti arresti dell’operazione Meta, che hanno portato dietro le sbarre il capocrimine De Stefano. La sua autorità tuttavia ha continuato a pesare fuori dal carcere, grazie al suo braccio destro Zappia. Era quest’ultimo a vigilare su Giovanni De Stefano, assicurandosi che fosse all’altezza del compito di reggente che era chiamato a svolgere. Un ruolo che solo il legame ombelicale con Peppe De Stefano rendeva possibile. E fra i due i rapporti erano solidi. «Enzo Zappia – dice il pentito De Rosa – avrebbe dato la vita per Giuseppe de Stefano». Per Giovanni, che per nome e per sangue era boss, forse no. Ma di certo, grazie al rapporto ombelicale con il capocrimine, Vincenzino poteva permettersi il lusso di essere anche duro con il “Principe”. Lo stesso De Rosa dice: «Non si poteva relazionare così con Giovanni De Stefano nessuno escluso Enzo Zappia».

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it







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