«Costretta ad abortire per prostituirmi»

LAMEZIA TERME Le madame decidevano tutto sulla vita delle ragazze che sfruttavano. Fino a quando queste restavano sotto il loro giogo, le aguzzine avevano voce in capitolo sulla libertà, la…

LAMEZIA TERME Le madame decidevano tutto sulla vita delle ragazze che sfruttavano. Fino a quando queste restavano sotto il loro giogo, le aguzzine avevano voce in capitolo sulla libertà, la mente e il corpo delle giovani. Potevano decidere di farle abortire anche contro la loro volontà, anche se erano al quinto mese di gravidanza, facendo loro ingerire farmaci non meglio precisati che causavano l’interruzione della gravidanza. Alcune ragazze arrivavano in Italia già incinte, ignare di quello che sarebbe stato il loro destino, convinte che avrebbero lavorato come commesse o parrucchiere, che avrebbero estinto il debito per il viaggio contratto con l’organizzazione criminale e avrebbero potuto mandare dei soldi a casa. Invece veniva sottratta loro ogni cosa: i documenti, la libertà, e anche il bambino che portavano in grembo.
Tra i reati che la Procura di Catanzaro ha individuato nei confronti di sette persone accusate, a vario titolo, di riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani, c’è anche l’aver cagionato l’interruzione della gravidanza senza il consenso della madre. «I riti magici, le minacce, le violenze e le privazioni sono solo alcuni dei metodi per assicurare il corretto svolgimento della loro attività di sfruttamento, sino a giungere a connotati disumani di questo business, ossia le pratiche di aborto esercitate nei confronti delle ragazze per poterle far lavorare senza lunghi periodi di inattività dovuti alla gravidanza prima, ed al parto, poi», scrive il sostituto procuratore Debora Rizza nel provvedimento di fermo. Ad essere accusata di queste pratiche illecite di aborto è Ifueko Aiyamekhe, una delle madame, operativa sul territorio di Lamezia Terme Sant’Eufemia. 
Nel corso di una intercettazione telefonica Ifueko si lamenta di una ragazza che lavora poco e svogliatamente. Se ne lamenta con la sorella, anche lei sotto scacco dell’organizzazione criminale. Ifueko le racconta che la sorella «sempre stava male di stomaco, non lo so se come abbiamo fatto abortire lei, ma ho spiegato a lei che non solo lei che ha usato queste medicine per terminare la gravidanza, la mia amica ha usato per sempre, anche altre donne prendono lo stesso per terminare la gravidanza». 
In parole povere la donna spiega che la ragazza accusa sempre dolori di stomaco e non sa se il motivo è dovuto al fatto che l’hanno costretta ad abortire, tuttavia conferma che “queste medicine” usate appunto per terminare la gravidanza sono state utilizzate anche da altre donne.
Poi le racconta che sua sorella è stata rimpiazzata nel posto in cui lavorava da una ragazza che «sempre quella donna porta soldi a casa per la sua Madam». Quello che è agghiacciante scoprire è che la giovane che sostituisce la ragazza “svogliata” è arrivata in Italia anche lei incinta, di sei mesi. «Anche questa donna è entrata in Italia incinta di sei mesi e perciò la mia amica ha pagato 700 euro per terminare questa gravidanza», racconta la madame. Un feto di sei mesi, fatto sparire dietro il compenso di 700 euro. 
I connotati disumani dello sfruttamento condotto per anni sulle nostre strade e davanti ai nostri occhi traspaiono dal racconto della ragazza che ha avuto il coraggio di denunciare e che ha dato il via all’operazione condotta dai carabinieri: «Ero incinta di circa 5 mesi – racconta – e la “madame” e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata, viaggiando col treno per pochi minuti dopo essere partiti da Sant’Eufemia e siamo scesi all’ultima fermata, ma non so indicare con precisione quale sia il paese. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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