STIGE | L’affare dei boschi e la «collusione» delle istituzioni

CATANZARO “L’affare dei boschi” fa gola a tanti. Vale la pena corrompere le guardie forestali, prendere illecitamente il monopolio delle aste boschive – e di tutto quello che riguarda il…

CATANZARO “L’affare dei boschi” fa gola a tanti. Vale la pena corrompere le guardie forestali, prendere illecitamente il monopolio delle aste boschive – e di tutto quello che riguarda il taglio degli alberi in generale – per poter lucrare sulla vendita del legname e del scippato da biomassa. L’inchiesta “Stige”, condotta dalla Dda di Catanzaro contro capi, gregari e intranei alla cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, racconta dello scempio che per anni le cosche hanno operato indisturbate sui monti silani. L’altopiano della Sila e i suoi boschi – distrutti da tagli indiscriminati – sono zona franca, scevra dai controlli, preda della consorteria crotonese dei Farao-Marincola. Un affare che il boss cirotano Cataldo Marincola non poteva lasciare a un uomo qualunque. Nel 2007 – racconta il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio – Marincola affida il controllo mafioso delle aste boschive dei territori ricadenti sull’altopiano silano, a cavallo fra le provincie di Cosenza e Crotone, a Vincenzo Santoro, detto “u monacu”, un uomo delle montagne, un allevatore che vive con la famiglia a Mandatoriccio, nel cosentino, e ad ogni stagione pratica la transumanza portando le mandrie dai pascoli collinari a quelli montani del territorio silano, dove prende contatti con altri allevatori provenienti da altre aree della provincia di Cosenza e Crotone. È nel corso di queste transumanze che conosce Vincenzo e Donato Gangale, anche loro allevatori, esponenti della consorteria di Cirò Marina. Sono uomini dei boschi, hanno assoluta padronanza delle aree più impervie e disagiate dell’altopiano della Sila, ove più volte hanno curato il rifugio di svariati latitanti, tra i quali lo stesso Cataldo Marincola e il capo-bastone Silvio Farao. 

IL CARTELLO E LE CONNIVENZE ISTITUZIONALI Per far fronte ai desiderata del boss, Santoro crea un vero e proprio “cartello” di imprese formato dalle ditte Tasso, Santoro, Marrazzo e Zampelli che possono contare sulla compiacenza – «se non sulla collusione», scrivono i magistrati della Dda di Catanzaro – di esponenti del Corpo forestale dello Stato. Il cartello era in grado di determinare l’aggiudicazione delle gare d’appalto indette dagli enti proprietari dei terreni boschivi ad un prezzo di poco superiore alla base d’asta. In sostanza, scrivono gli investigatori, «gli appalti boschivi, indetti dalle pubbliche amministrazioni, venivano valutati da esponenti dell’organizzazione criminale che fissavano un prezzo reale del valore del bosco. Essendo i bandi di gara ad offerta a rialzo, la criminalità organizzata esercitava le necessarie pressioni sulle ditte interessate all’appalto affinché lo stesso venisse aggiudicato ad un prezzo inferiore rispetto al reale valore del legname che poteva essere ricavato». La differenza tra il prezzo pagato dalla ditta per aggiudicarsi l’appalto ed il valore reale del legname estratto provocava un surplus di utili che veniva incamerato da Santoro e distribuito metà nella “bacinella” (la cassa comune) della ‘ndrina del Comune dove si svolgeva l’appalto e l’altra metà nella bacinella del locale di Cirò. Un controllo così tirannico e spudorato del territorio silano non poteva avvenire senza la connivenza di esponenti di enti pubblici, amministrazioni comunali e forze di polizia, con particolare riguardo a personale del Corpo Forestale dello Stato. 

LE MAZZETTE Ne dà testimonianza lo stesso pentito Olverio che già nel 2012 racconta: «Questo sistema di controllo delle ditte boschive poteva contare sulla collusione di una serie di guardie forestali, che Pasquale Spadafora in più occasioni mi voleva presentare. (Spadafora è tra i titolari della ditta F.lli Spadafora e cooperativa sociale Kalasarna tramite le quali Vincenzo Santoro monopolizza, per tutto l’altipiano silano, gli appalti, pubblici e privati, per il taglio boschivo, ndr) Io ho sempre rifiutato di conoscerli però, in qualche occasione, mi pare nel 2010, li ho incontrati nel piazzale della ditta di Spadafora. Le Guardie forestali erano andate da Spadafora, per come lo stesso mi spiegava, a ritirare la mazzetta. In questa occasione ho visto una guardia forestale che mi si diceva essere di Verzino o di Savelli ed un’altra di San Giovanni in Fiore. Ambedue sono in grado di riconoscerli. Lo stesso Pasquale Spadafora mi diceva di un’altra guardia forestale collusa che è parente della famiglia Comberiati di Petilia Policastro…». 

LO SCEMPIO DEI BOSCHI Le ditte non avevano solo la capacità di aggiudicarsi gli appalti ma, nel corso dell’esecuzione dei lavori effettuavano tagli abusivi di ulteriori piante, oltre a quelle previste, anche riuscendo impunemente a sconfinare in terreni limitrofi rispetto a quelli stabiliti dal contratto di appalto. Tagli abusivi sui quali la criminalità pretendeva una percentuale. E chi non si allineava alle direttive della criminalità subiva minacce e danneggiamenti. 

GLI ACCORDI TRA COSENTINI E CROTONESI Francesco Oliverio racconta ancora di come dal 2008 in poi, la gestione di tutta l’attività boschiva dell’altopiano silano, per conto della criminalità organizzata, era stata affidata a Vincenzo Santoro direttamente da Cataldo Marincola e Silvio Farao reggenti l’organizzazione criminale cirotana. Francesco Oliverio racconta che pretese e ottenne di continuare a gestire, in via autonoma l’attività boschiva sui territori ricadenti nella sua “competenza criminale” coadiuvato dalla famiglia Spadafora. Bisognerà aspettare ancora qualche anno, da quello che emerge dai racconti dei collaboratori Adolfo Fogetti e Daniele Lamanna, prima che i clan cosentini possano avere qualche introito dall’affare dei boschi. Adolfo Foggetti racconta che una prima riunione vi fu nel 2011 tra rappresentanti della cosca cosentina ed esponenti apicali delle consorterie di ‘ndrangheta crotonesi. «Tale summit – spiegano i magistrati – aveva quale finalità la spartizione dei proventi derivanti dall’esecuzione di un lavoro boschivo eseguito nell’altopiano cosentino, da cui in un primo momento i cosentini erano stati esclusi.«Poco prima dell’arresto di Francesco Patitucci (reggente della cosca  di Cosenza “Lanzino”) che è del dicembre 2011, ho saputo da Rango (Maurizio Rango, boss del clan cosentino Rango-Zingari) che la nostra organizzazione criminale era stata trascurata, cioè non aveva avuto nessun introito relativamente ad un grosso disboscamento realizzatosi nella zona di Lattarico o comunque nella provincia di Cosenza e quindi nel territorio d nostra competenza. Pertanto Rango mi diceva che, insieme a Patitucci, aveva partecipato ad una riunione insieme a Ciccio Castellano, Vincenzo Manfreda e tale Francesco di Rossano. Conosco queste persone come rappresentanti criminali rispettivamente di Cirò, Petilia Policastro e Rossano…». Ma dopo l’arresto di Patitucci ai cosentini non arriva nessun introito. Si organizza così un secondo incontro al quale partecipano l’esponente di spicco della cosca Lanzino, Adolfo D’ambrosio, e Attilio Chinello per la cosca Rango-Zingari con Mario Donato Ferrazzo, detto “topolino” (non indagato in questo procedimento) e una persona non identificata. «i cosentini – racconta Foggetti – ribadivano che pretendevano di partecipare a quello che definivano “l’affare dei boschi”. I cosentini come gli altri pretendevano di avere una parte sulla esecuzione dei lavori boschivi, ovunque fossero svolti, nell’altopiano Silano». Ma dopo quell’incontro i cosentini continuarono a non percepire introiti. Si organizza allora un terzo incontro, al quale partecipa lo stesso Foggetti. Al summit prendono parte anche i rappresentanti di due imprese boschive ai quai viene addossata la colpa dei mancati introiti per i cosentini. I due boscaioli si fanno garanti della futura corresponsione di somme ai cosentini. «Dopo questo primo incontro – racconta Foggetti – puntualmente e periodicamente in bacinella cosentina cominciavano ad essere versati i soldi che costituivano la nostra parte dei tagli boschivi. Il danaro veniva introitato, secondo quelle che erano le disposizioni impartitegli dal D’Ambrosio, da Erminio, che glielo consegnava. Ricordo di diverse somme di danaro, ribadisco consegnate da Erminio a D’Ambrosio. Ricordo di una consegna di 5.000 euro, di un’altra di 8.000 euro, di un’altra ancora di 4.000 euro. Più o meno gli introiti si succedevano una volta al mese». «Nel corso dell’ultimo incontro Mario Donato Ferrazzo riferì che l’impresa boschiva referente dell’intera organizzazione criminale cosentina era quella di tale Spadafora, che le investigazioni acquisite e che si esamineranno tra poco dimostrano essere l’impresa di riferimento del locale di Cirò. Tale impresa aveva il compito di cooptare tutte le altre imprese boschive della provincia cosentina per determinarle al pagamento di somme di denaro ai clan di riferimento per effetto di tutti i lavori boschivi eseguiti», scrivono i magistrati. 

SAN GIOVANNI IN FIORE CONTESA Il collaboratore Daniele Lamanna racconta dell’incontro con Vincenzo Santoro, detto “u monacu”. I cosentini volevano partecipare ai proventi delle aste boschive e il capocosca di Papanice, quartiere di Crotone, Mico Megna fa da tramite per un incontro con i crotonesi. Lamanna riesce a incontrare Santoro a Rende e dopo quell’incontro ve ne furono altri che «dovevano servire anche a definire i territori di influenza delle varie cosche, crotonesi e cosentine – e soprattutto quanto all’allocazione circa la sfera di influenza di San Giovanni in Fiore – ritenuta dai cosentini ricadente sotto la loro “protezione”» e conteso anche dalla cosca Marrazzo di Belvedere Spinello ed alcuni componenti della ‘ndrina di San Giovanni in Fiore, fra i quali Giovanni Spadafora “detto u ciommu”. In seguito, racconta Lamanna, i cosentini incontrarono esponenti delle famiglie Iona e Spadafora di San Giovanni. Martino Iona, figlio del capocosca Guerino, afferma di non essere d’accordo a concedere il territorio di San Giovanni in Fiore ai cosentini perché la famiglia Iona operava su quel territorio da molto tempo. Lamanna durante quell’incontro si accompagnava a Rinaldo Gentile, esponente della cosca Lanzino. I due acconsentirono «a lasciare gli interessi boschivi allo Iona per una questione di “amicizia” e rispetto” oltre che quieto vivere, mentre in relazione ad eventuali appalti di natura differente (in particolare infrastrutture) ci accordammo per la spartizione dei proventi al cinquanta percento, inerenti o l’estorsione o la scelta delle ditte su cui accordare il subappalto».

LA FILIERA MONOPOLIZZATA Tutta la filiera del legno, rivela l’inchiesta, era monopolizzata dai clan, dal taglio boschivo fino alla legna da ardere e alla gestione delle centrali a biomassa. Con la benedizione di chi avrebbe dovuto controllare. E se da un lato l’inchiesta della Dda di Catanzaro, come abbiamo visto, ci fa guardare al suolo e preoccupare per quello che vi potrebbe essere interrato (come abbiamo scritto qui), dall’altra dovrebbe farci guardare in alto e preoccupare per quello che le centrali a biomassa immettono nell’aria che respiriamo.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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