La rete (da costruire) contro la violenza sulle donne

Covano come cariche inesplose. Qualcuna, purtroppo, di tanto in tanto scoppia e diventa un fatto di cronaca. Come quello avvenuto qualche giorno fa in un paesino della costa Viola, a…

Covano come cariche inesplose. Qualcuna, purtroppo, di tanto in tanto scoppia e diventa un fatto di cronaca. Come quello avvenuto qualche giorno fa in un paesino della costa Viola, a una manciata di chilometri da Reggio Calabria. Il canovaccio – ci racconta Mario Nasone, presidente del centro comunitario Agape – è simile a quello di mille altre storie. Lui e lei si sconoscono da giovani, troppo giovani, e troppo giovani si sposano, senza conoscersi quasi. Il matrimonio va avanti per 12 anni, per lei un tempo infinito di violenze. Nascono tre bambini e anche loro saranno vittime del regime di terrore del padre. «I bambini pagano care queste situazioni», spiega Nasone. Lui di giovani adulti violenti ne ha conosciuti tanti, troppi provenivano a loro volta da storie di abusi. In questo caso, dopo 12 anni e una denuncia effettuata circa un mese fa, lei trova il coraggio di lasciarlo. La loro situazione era già nota alle istituzioni, alle forze dell’ordine. Una lampadina su questa famiglia, su questa carica inesplosa, era stata già accesa. Il problema è deflagrato quando lei ha deciso di lasciare quel marito violento. Lui l’ha raggiunta a casa e si è scatenato su di lei con violenza. Era convinto di averla uccisa perché lei era riversa senza sensi, sotto lo sguardo terrorizzato dei bambini. Sono stati i vicini a intervenire ed evitare il peggio. Sentite le grida, non sono rimasti indifferenti. Erano in tre, tra cui un extracomunitario, non si sono limitati a chiamare i carabinieri: hanno bussato, si sono fatti aprire da uno dei figli e hanno costretto l’uomo alla fuga. Quando sono intervenuti i carabinieri, che in seguito hanno arrestato il violento, per fortuna hanno constatato che lei era ancora in vita. Ieri ha lasciato l’ospedale di Reggio Calabria. Il suo volto è segnato, la mente e lo spirito ancora di più. «Siamo riusciti a trovarle un avvocato – spiega Mario Nasone – e un sostegno psicologico». Ma serve di più. Con il centro comunitario hanno dato vita a una campagna per intervenire e dare anche un aiuto economico, un alloggio, un aiuto scolastico per i bambini. «Serve una rete di solidarietà», spiega il presidente di Agape. 

FARE RETE IN TUTTA LA CALABRIA Ma la rete è importante in tutta la Regione. Perché questo caso di violenza avvenuto in provincia di Reggio è speculare a tanti altri casi, a tante situazioni note e non ancora esplose. Queste situazioni pericolose spesso sono conosciute dai servizi sociali, dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni locali, che in alcuni casi intervengono, ma poi finisce lì. Perché manca un coordinamento tra tutte le parti, un presa in carico del problema e un intervento che sia interistituzionale. Mario Nasone ha bussato alle porte della Regione, e a quella del Garante per l’infanzia, Marziale. Quello che cerca di creare è proprio questa rete fatta di famiglie affidatarie, tutor, pedagogisti, avvocati. Persone d’appoggio che non permettano a una luce di emergenza che si accende di spegnersi nell’indifferenza prima di diventare un caso di cronaca.
È importante tenere accesa l’attenzione ma anche prevenire. E farlo non solo andando a far comizi contro la violenza dentro scuole in cui i ragazzi non sanno cosa sia il problema ma immergendosi anche nelle realtà difficili, dove la violenza, fisica e psicologica, è pane quotidiano.

IL LAVORO COME ANTIDOTO «Una strada importante è quella del lavoro», spiega Nasone che con la cooperativa “Sole Insieme” si occupa di trovare un lavoro e di far fare impresa alle mamme sole, vittime di disagio. Perché bisogna occuparsi di tutelare ma anche «preoccuparsi di quello che accade dopo». Il sostegno lavorativo è importante tanto quanto monitorare che i soggetti violenti rispettino i divieti di avvicinamento alle vittime «anche con l’uso della tecnologia». «Le situazioni che stanno covando in Calabria sono tante», afferma Nasone. È necessario che le lampadine che si accendono non ritornino nel buio.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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