CASO RENDE | Ruffolo, il contrario di understatement

RENDE Pietro Ruffolo non è proprio un modello di understatement. Non lo era in consiglio comunale, dove si rendeva spesso protagonista di interventi fiume per replicare alle critiche mosse dall’opposizione…

RENDE Pietro Ruffolo non è proprio un modello di understatement. Non lo era in consiglio comunale, dove si rendeva spesso protagonista di interventi fiume per replicare alle critiche mosse dall’opposizione al suo modo di gestire il bilancio. E non lo era neppure nel suo feudo, Arcavacata. Impossibile non notare la sua villa e la sua presenza. Conosceva tutti e non se ne teneva una. Era spesso nel mirino delle polemiche politiche, visto che la situazione dei conti di Rende si era aggravata tra il 2006 e il 2011, ma ci teneva a spiegare, apparire, giustificare le sue scelte e tamponare gli attacchi. Sempre. Anche quando il livello delle difficoltà si spostò dal piano politico a quello giudiziario. Era il 20 aprile 2010 e a casa dell’assessore si presentarono i carabinieri. Ruffolo, che aveva lavorato per la filiale Unicredit di Scalea (e nel frattempo era diventato consigliere provinciale), era indagato nell’operazione “Cartesio”, su un giro di usura nell’Alto Tirreno cosentino. La perquisizione finì con l’arresto del politico: in casa aveva due pistole del padre, mai dichiarate. Furono domiciliari anche allora. E, soprattutto, arrivò una conferenza stampa drammatica. Il 22 aprile, giorno del ritorno alla libertà, Ruffolo convocò i giornalisti. Si disse ferito ma anche gratificato dalla solidarietà di tanti: «Una persona mi ha anche gettato un biglietto nel giardino per ricordarmi di quando gli avevo prestato i soldi per comprare il vestito indossato per sposarsi. Io Pietro Ruffolo lo chiamo con il suo nome e cognome: di nome fa bontà e di cognome generosità». Arrivò anche il rinvio a giudizio per l’operazione “Cartesio”. E poi l’avviso di garanzia per il pasticcio della “Rende servizi”, coop la cui paternità politica spetta proprio a Ruffolo.





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