La cantastorie che racconta la Calabria di Lea e degli onesti

Non parla. O meglio, la voce della Calabria non infrange il pregiudizio che l’inchioda a terra di frontiera. Però, canta! E “canta e cunta”. Libera, audace e appassionata, su scala…

La cantastorie che racconta la Calabria di Lea e degli onesti

Non parla. O meglio, la voce della Calabria non infrange il pregiudizio che l’inchioda a terra di frontiera. Però, canta! E “canta e cunta”. Libera, audace e appassionata, su scala nazionale e ben oltre. Il suono della voce cristallina e potente dell’intrepida Francesca Prestia, ‘a cantastorji, buca il limes del Pollino e irrompe, orami da un pezzo, nelle piazze e nei teatri del Belpaese. Così, mercoledì 21 aprile nel teatro Bibiena di Mantova e già sold out. Tutto esaurito! Lei confida: «Mi tremano le gambe al pensiero, ma mi appassiona rappresentare la meglio Calabria!»

A MANTOVA PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA DELLE VITTIME DI MAFIA L’hanno invitata a esibirsi durante la giornata della memoria delle vittime di mafia in una delle città più gloriose del Rinascimento italiano. Mantova è scossa dalla presenza della ‘ndrangheta e la Lombardia, con Libera e Avviso pubblico, si ritroverà lì per ricordare, durante la giornata della memoria che svolgerà la sua manifestazione nazionale a Foggia con don Ciotti, le vittime delle mafie. Dopo il corteo e la lettura del lungo elenco di nomi delle vittime che include gli interventi dei familiari di una vittima della criminalità organizzata sono previsti tre eventi principali. Due seminari: sulla corruzione (“Il ruolo degli enti locali nella prevenzione e nel contrasto alle mafie e alla corruzione”) e la memoria (“Libera la bellezza, dalla memoria all’impegno”). Il terzo (presso il Teatro Bibiena) è lo spettacolo teatrale “…tantu nui simu ‘e cchiù!” della cantastorie calabrese Francesca Prestia che racconta le vicende dei vinti. Narra, suona e canta per protestare, denunciare e resistere. «La canzone sociale – spiega Francesca Prestia nel suo sito web – non solo arte d’intrattenimento, ma mezzo per conoscere e aggregare. Le ballate come terreno privilegiato per dare voce agli emarginati e sopratutto alle donne ignorate o considerate soggetti passivi dalla storia. Sacrifici, speranze, sogni e amori del passato e del presente che commuovono ed emozionano».

ALL’INIZIATIVA NAZIONALE PER LA SCUOLA E L’UNIVERSITÀ Non è tutto. Aggiunge: «Porto con me, a Mantova e ovunque mi invitano, l’altra Calabria: dei più e degli onesti. Quella che non ci sta a piegarsi alle sopraffazioni e non si rassegna, anzi combatte e insiste, perché sa che solo con le proprie forze può aprire una nuova pagina di riscatto e libertà». Sempre lei, l’altro giorno a Roma è stata chiamata a esibirsi nell’anfiteatro di Spine Time di via Santa Croce in Gerusalemme durante l’iniziativa nazionale su scuola e università promossa da L’Officina dei saperi insieme agli estensori dell’Appello per la scuola pubblica, all’Associazione Nazionale Per la scuola della Repubblica e a Comune-info.net. Dalla Calabria “vista” dalla cantastorie, le decine di teste d’uovo convocate per indicare, nel buio pesto, un barlume di speranza alla scuola e all’università pubblica, hanno potuto ascoltare “Mare Nostrum” (tratta dall’omonimo album) con cui Francesca Prestia, una delle interpreti più originali della cultura popolare calabrese, ha sottolineato l’importanza del Mediterraneo in chiave non solo di problemi irrisolti, ma di grandi opportunità. Dice: «Ho aderito all’invito dello storico e meridionalista Piero Bevilacqua non solo perché da artista trovo importante essere in sintonia con intelligenze di primo piano del Paese, del Mezzogiorno e della mia Calabria, ma anche perché condivido l’asserzione dell’Officina dei saperi per cui la scuola e l’università debbono essere inclusive, ecologiche e cooperative».

A MANTOVA DALLA PARTE DI LEA GAROFALO E GIUSEPPINA PESCE A Mantova Prestia porterà “La ballata di Lea” e “Lu bene re la mamma sì tu, figghja”, dedicate alle collaboratrici di giustizia Lea Garofalo e Giuseppina Pesce. Per dimostrare «che attraverso il canto si può riscattare un popolo dal flagello e dall’etichetta asfissiante della criminalità organizzata, perché quello che resta non è la protervia dei poteri criminali, ma il coraggio, esiziale nel caso della Garofalo, di due donne che per il bene e per la giustizia hanno sacrificato ogni cosa. Scrivere una ballata per Lea è stato per me il momento più forte. Studiando il repertorio della tradizione popolare calabrese, mi sono imbattuta in ballate che riguardano il passato e persone che non ci sono più. Quando racconti episodi antichi non fai male a nessuno. Scrivere invece una ballata che parla di un personaggio appena ucciso, con una figlia ancora viva e con un processo ancora in atto, perché quando l’ho scritta Denise stava accusando il padre per omicidio, significa cambiare il senso dell’essere cantastorie. Sono diventata una cantastorie che canta le storie di oggi, correndo anche dei rischi. Ho fatto questa scelta inconsciamente. Ci sono dei momenti in cui non stai troppo lì a pensare, se vuoi fare una cosa la fai. Cantare per Lea significa renderla immortale». La ballata è stata visualizzata online in tutto il mondo, addirittura dalla Cina e dall’Australia, da migliaia di persone. «Significa che l’operazione ha funzionato, che Lea, la sua storia e il suo coraggio non moriranno mai. Né potranno mai dire alle donne calabresi “voi non siete coraggiose”, perché dopo Lea sono venute fuori tantissime donne. Significa che le donne calabresi hanno voce. Non è vero che abbassiamo la testa».

“VENANZIO” PER IRONIZZARE SUI PREGIUDIZI DEI MASCHI A Roma (“a Mantova soltanto se l’atmosfera lo consentirà”) la cantastorie, sintesi del multiculturalismo calabrese di cui scandaglia le disparate tradizioni e tramanda i dialetti e le lingue delle minoranze etniche ma anche scrittrice attenta a coniugare il passato al presente e apprezzata al punto da avere indotto qualche anno fa Roberto Vecchioni a esibirsi con lei in un duetto d’amore in lingua calabro greca (“I Agàpi, pirìa tu Thiù!”), ha cantato per la prima volta “Venanzio”. Dopo una serie di canzoni ispirate da opere narrative di Corrado Alvaro e Mario La Cava, dal biblico “Cantico dei Cantici” e dalla poetessa Saffo, ecco una ballata ironica e piccante su uno dei personaggi di “Appunti di meccanica celeste”, il romanzo ambientato a Girifalco con cui lo scrittore Domenico Dara ha vinto il premio Stresa. Spacciato per omosessuale, Venanzio si fa beffe dei pregiudizi della gente e, sessualmente superdotato fin dalla nascita, diventa l’amante delle donne di mezzo paese. A chi le ha chiesto la ragione di una ballata inusuale per il suo repertorio, ha risposto: «Questa volta, ho voluto scrivere una ballata per rovesciare il cliché della donna casta e senza bisogni sessuali. Il contrario di Bocca di rosa di De Andrè. Questa volta, Venanzio fa la gioia delle donne e rompe un tabù che stenta a cedere il passo». Il canto di Francesca, che finora ha dato fiato agli emarginati e agli spiriti forti del Sud mettendo in scena i fasti magnogreci, la lingua arbëreshë, i moti risorgimentali, i fatti di Casignana, dove nel 1922 c’è stata la prima rivolta contadina calabrese, di Lungro che ha visto la prima insurrezione operaia italiana nel 1903, la Resistenza con i partigiani meridionali e le rivolte per la terra, si arricchisce adesso dell’ironia licenziosa di Venanzio. Una ballata che suscita allegria e che evidenzia, al contempo, l’inarrestabile fatica di ricerca di Francesca Prestia e il suo netto rifiuto «per ogni comodo stereotipo maschilista che mina alle fondamentale l’essenza di un luogo straordinario come la mia terra che non lascerei per nessuna ragione al mondo».

giornalista*





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