Dieci anni senza Sharo, poeta e cantore delle piccole cose

di Vito Teti*

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Sharo Gambino. Sembra una vita fa. Sembra ieri. Sembra mai. E questa diversa percezione del tempo, nel parlare di Sharo, lo scrittore, poeta, giornalista di Serra San Bruno (era nato a Vazzano nel 1925), è possibile perché egli appartiene a quelle rare figure di intellettuali e di persone che lasciano un vuoto profondo e che, insieme, restano, continuano a parlarti, non scompaiono, grazie alla potenza e alla bellezza delle loro opere e all’universo di affetti e sentimenti che hanno saputo costruire nel corso della loro esistenza. In questi giorni in cui vado nel mio archivio cartaceo e informatico alla ricerca di scritti di e su Sharo è comparsa una fotografia di due anni prima che ci lasciasse. Siamo nella piazza del mio paese, San Nicola da Crissa, dove (per iniziativa dell’amministrazione comunale) si è svolta una manifestazione culturale a me dedicata. La serata, tra saluti, interventi, letture, musiche, banchetto finale si protrae a lungo, nella notte di agosto si fa sentire un venticello fastidioso, Sharo è lì, assieme alla sua Melina, quasi sempre compagna di viaggio, oltre che di vita, seduto ad ascoltare, a guardarmi, a gioire, quasi a proteggermi come si fa con un amato fratello minore. Sharo aveva un grande culto dell’amicizia, che sapeva declinare in presenza, ascolto, disponibilità, generosità. Era il suo “carattere”; il suo naturale modo di essere che faceva parte del sua “religione” dei legami (amicali, familiari) e del senso sacro della vita e della natura. Un giorno per raggiungere i luoghi della Certosa e di Santa Maria del Bosco, dove facevamo spesso le nostre camminate, gli “spaziamenti” (dicono con bellissima parola i certosini) di meditazione e di silenzio, imboccai, distratto, con la macchina, il lungo viale che porta verso i luoghi sacri di Bruno di Colonia. Sharo chiuse immediatamente gli occhi e si girò dall’altra parte. Non poteva guardare il luogo dove un tempo si ergevano, in fila, degli alberi imponenti e secolari, tagliati per fare posto a un nuovo edificio, in un “deserto” dove c’erano vasti spazi per costruire. Con quel gesto intendeva praticare una sorta di cancellazione della ferita ricevuta dal paesaggio. Sperava, in cuor suo, che in qualche modo, gli alberi, quasi per incanto e per miracolo, riapparissero alla vista. Sharo sapeva del dramma della storia e dell’esistenza del male, spesso non facilmente distinguibile dal bene. Soltanto non immaginava il male, non voleva vederlo, cercava sempre il bello e il bene nelle cose, nelle persone, nei rapporti. Nei nostri viaggi a Cosenza o nella Locride, diverse volte, guardando dei paesi in abbandono o delle case vuote, esclamava: «Chissà come sarebbe bello passare un Natale in questo posto», e fissava le case con un sentimento di pietas e di nostalgia che raccontavano tutto il suo amore per le piccole cose e per un mondo antico di valori che la modernità della quale scorgeva gli aspetti violenti e devastanti stava cancellando senza farne nascere di nuovi, saldi, a cui poter approdare.
Sharo è stato – lo scrivevo al momento della sua scomparsa – il poeta, lo scrittore, il narratore delle Serre, di Serra San Bruno e di Vazzano, di Nardodipace e Ragonà, dei paesi minuti e ricchi di storia, aperti e isolati; il cantore delle cose piccole e profonde, dei boschi e dei fiumi, dell’Ancinale e di Subcinum, della Certosa e delle carbonaie; il cantore degli “ultimi”, dei briganti, degli eroi nascosti, degli uomini contraddittori di questa terra, di Vizzarro e dei rivoltosi di Caulonia, di Gesuino, il protagonista di Sole nero a Malifà (uno dei più bei romanzi della nostra letteratura), e delle ragazze al fiume, degli emigranti e delle figure inquiete, dei ribelli e degli sconfitti.
Nei vinti, nelle storie comuni, marginali, negli scarti della cultura ufficiale e della storia egli trova la “materia” per dare solidità, spessore, anima alla sua scrittura e al suo legame profondo con i luoghi. Perché i luoghi erano Sharo e Sharo era i luoghi, che disegnava, amava, accoglieva anche quando gli provocavano dolore e sofferenza. Sharo prendeva dalla realtà, dalla vita, dai luoghi, dai paesi, dagli incontri la materia per i suoi scritti, le sue narrazioni, le sue denunce. Si parla spesso, con un formula retorica e ripetuta in maniera stucchevole, di “realismo magico” con riferimento all’opera di scrittore calabrese, meridionale o italiano. La pigrizia di un giornalismo frettoloso e di maniera che non trova di meglio che citare il grande Marquez. La scrittura di Sharo era “realistica”, vera, profonda e anche le sue storie di finzione e magiche facevano parte dell’anima profonda della sua Calabria e della sua stessa anima. Sharo praticava un “realismo” che combinava con lirismo, “incanto”, stupore, con l’amore per la verità di chi scava nelle nascoste profondità dell’animo per “essere” e non per “apparire”. Con un’attenzione ai luoghi che poteva sembrare “superata” e che adesso appare innovatrice, anticipatrice di poetiche e di estetiche, di etiche e di antropologie, proprie del periodo in cui “locale” e “globale” dialogano e si rincorrono.
La sua adesione alla realtà, carica di impegno civile e di una scelta di campo netta e definitiva a fianco degli umili e dei ceti popolari della regione, quotidiana e senza sofismi e ambiguità, si traducesse in narrazioni “spontanee” e naif. Le sue narrazioni, ora liriche ora ironiche, le considerazioni amare e tendenti talora al grottesco e al carnevalesco, il linguaggio fresco e innovativo, il disincanto e l’ironia di ascendenza illuminista o di osservatore minuzioso dei paradossi dell’esistenza dell’uomo, sono sempre accompagnati da una tensione civile e da una prospettiva etica che non diventa mai didascalica e non scade mai nella retorica.
Sharo Gambino, come ricorda bene in un articolo su il Vizzarro.it Tonino Ceravolo, che fu suo grande amico, ed è profondo conoscitore delle sue opere, aveva un amore quasi infantile per la scrittura, andava veloce e di getto, per i suoi articoli, per le sue cronache di costume o di denuncia, ma poi stava seduto, dall’alba alla sera, da “scuru a scuru” come i contadini della sua terra, alla sua scrivania, con la sua macchina da scrivere, pensava, elaborava, con una cura maniacale per la scrittura e per la parola. Non amava fare citazioni dotte o ad affetto e non ricorreva nemmeno a termini difficili e alla moda. Quando parlava in pubblico dichiarava di non essere un buon oratore, cosa che poi smentiva puntualmente intrattenendo a lungo persone attente, curiose che lo amavano e avevano piacere immenso nell’ascoltarlo. Nella sfera privata e amicale è stata una delle persone più attente e rispettose nell’ascoltare, nel dire, nel consigliare. Dietro ogni parola, ogni frase, ogni descrizione, ogni scritto di Sharo Gambino si agitavano le voci e le memorie della gente e del suo universo di origine, ma c’era la lezione della letteratura dialettale, calabrese, italiana, russa, francese, che Sharo conosceva alla perfezione. I suoi classici erano insieme il pastore Gesuino e Dostoevskij, l’emigrato e Kafka, il ribelle e Balzac, l’uomo spaesato della tradizione popolare e l’uomo che ha perduto la sua ombra (come recita un suo racconto) della grande narrativa e della letteratura psicoanalitica dell’Ottocento e Novecento. C’erano le donne laboriose e sfruttate delle Serre e insieme Alvaro e Pirandello. La magia del padre fotografo lo aveva “impressionato” per sempre, come narra in molte sue storie. Soprattutto ha impressionato la sua scrittura fotografica, fatta di rapidi flash, di irripetibili istantanee, di lunghi piani sequenza, di montaggi alternati. Non è un caso che sia stato anche un bravissimo pittore anche se, per la sua consueta generosità nel donare, restano pochi dipinti di una passione per la pittura e i colori che egli ha poi deciso di trasferire sulla pagina scritta. E nella scrittura di Sharo irrompeva l’amore per la scuola e il sapere e anche una sua vocazione pedagogica ed etica per entrare nell’umanità di quanti non avevano voce e non avevano avuto possibilità di accedere alla scrittura (bisognerebbe ricordare il Sharo “maestro” a Cassari e Ragonà, a San Demetrio Corone e in altri posti).
Con questo retroterra culturale e letterario, che guardava al paese e al mondo, Sharo diventa lo scopritore di Mastro Bruno e il primo lettore critico della Ceceide di Ammirà, lo studioso (il primo) della ‘ndrangheta e della poesia dialettale, dei canti di protesta e dei detti del mangiare, il giornalista dei mille e mille articoli e il valorizzatore di poeti sconosciuti, di artigiani ignoti, di storie minute, di luoghi nascosti: di “microstorie” e “piccoli luoghi” che fanno la Calabria ricca, profonda, complessa e che sfugge ai più, a coloro che si fermano in superficie, che non hanno voglia di scavare e di camminare. Lo sguardo del bambino che si stupisce o dell’adulto che ricorda col sorriso sulle labbra sarà presente in tutte le sue opere. Uno sguardo amaro e ironico e, insieme, indulgente, pacato. Pietas ed ironia, scetticismo e speranza, ingenuità e stupore sono i tratti della scrittura più matura di Gambino.
L’uomo era la stessa “cosa” del poeta, dello scrittore, del critico, del pittore, che ha smentito la distanza tra letteratura e vita, che ha mostrato come un grande artista può e deve essere un grande uomo. La scrittura per lui era vita, ma egli non confondeva la vita con la letteratura. Lo ricorda Ceravolo che sottolinea come Sharo Gambino non stabilisse gerarchie tra generi, tra tipologie di scrittura, tra modalità espressive. Gambino non faceva distinzione tra alto e basso, tra mondo popolare e cultura critica delle élites (ricordo i suoi scritti su Campanella, su Boccaccio su Edvige Pittarelli) e la sua emozione dell’incontro, il suo restare affascinato e stupito, erano identici e autentici davanti a don Massimo Alvaro o a Mico Pelle, a Fortunato Seminara o al “farsaro” di San Nicola da Crissa, alle anziane donne che gli raccontavano di Vizzarro e ai poeti dialettali che gli recitavano i loro versi, all’amato Enotrio e ai giornalisti e agli studiosi che andavano a trovarlo. La sua inquietudine per la scrittura, la sua melanconica ironia, il suo amore per i segreti (che ha trasferito nei suoi romanzi gialli) esigevano un lavorare lento e paziente, una pratica certosina del silenzio e un uso discreto delle parole da dire al momento opportuno o da trovare per mettere sulle pagine e questo, assieme alla sua sobrietà, alla sua pietas e al senso sacrale del mangiare insieme, lo avvicinava molto di più di quanto immaginasse allo spirito certosino che segna la natura, i luoghi, le persone. Alcuni articoli e scritti di Sharo Gambino sono diventati dei veri scoop nazionali ed alcune inchieste hanno avuto eco sui media italiani e stranieri. E pure, non si può dire che egli sia diventato, come avrebbe meritato, autore di notorietà nazionale. Egli aveva fatto scelte scomode e in controtendenza. Non ha inseguito mode, non ha chiesto recensioni, non si è voluto vendere, non ha inseguito i grandi editori capaci di organizzare il successo. Tutto questo lo rende ancora più grande e più grande ce lo consegna l’avere scelto di operare in un contesto dove, almeno ai suoi tempi, non era cosa semplice scrivere e pubblicare, con un forte senso di appartenenza e anche di spaesamento, a volte straniero e in esilio in patria, ma affermando comunque la possibilità di poter “abitare” ed essere persona con le altre persone anche lontano dai grandi ed effimeri circuiti letterari. Egli ha avuto la ventura, coraggiosamente interpretata, di essere rimasto, di non essere fuggito da sé stesso e dai luoghi. Non senza rimpianti, talora con dolore, con molti sogni e con tanti disagi, si è assunto il peso di narrare la nostra terra con lo sguardo di chi è rimasto, senza inventare una sorta di retorica o di estetica dell’essere rimasto. Nel periodo di nuova attenzione al locale e di un legame sempre più consapevole con i luoghi, il suo vivere, da scrittore, in un piccolo centro, la sua tenacia e il suo radicamento, appaiono il segno di una resistenza a un’omologazione e a una globalizzazione in atto. Con il venire meno di un’ottica etnocentrica o nazionale, con la fine della distinzione tra centro e periferia, con una diversa attenzione ai margini e alle schegge, le opere di Gambino raccontano i segni e le ferite dell’anima di chi è rimasto. Il poeta delle piccole e grandi cose ha scritto per vivere, a volte anche per sopravvivere, per non smarrire la propria ombra, per custodire l’anima di una Calabria vera e profonda.
A dieci anni dalla sua morte, nella pienezza e nel dolore del ricordo, non posso che vivere un vuoto e un pieno che egli mi ha affidato. Cerco di ascoltare la sua voce che continua ad arrivare in modi e in tempi che non so descrivere. Immagino, in una terra che spesso dimentica velocemente, che la sua biblioteca, i suoi inediti, i suoi appunti, il suo archivio – un vero tesoro per la Calabria – trovino la collocazione e la valorizzazione che meritano secondo quanto decideranno la moglie e i figli. Mi auguro che si proceda o si continui nella edizione critica delle sue opere per cui molto sta facendo l’editore Rubbettino. Sogno, per Sharo, per noi, per la Calabria, un originale parco letterario (tra Serra e Vazzano, Nardodipace e i tanti luoghi dell’anima) che porti il suo nome e possa diventare un percorso di cultura e di pace, di poesia e di bellezza.

*Antropologo e scrittore





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