Prestia canta Scipione Cicala che si fece Pascià

La storia del figlio del barone che, convertito all’Islam, attaccò Reggio Calabria rivive nella ballata della cantastorie. La “resistenza” della città rievocata nel volume di Caridi e Gambino

REGGIO CALABRIA Nel corso della presentazione del volume “Reggio Calabria – storia di una città dello Stretto (secoli XIV- XLX)” scritto dal professore Giuseppe Caridi ed edito da Città del Sole, dopo la relazione del professore Josè Gambino dell’Università di Messina, la cantastorie Francesca Prestia si è esibita con la ballata “Corsari e Castelli dal Codice Carratelli”. 
La ballata, ispirata dal prestigioso manoscritto risalente alla fine del XVI secolo e composto da 99 acquerelli raffiguranti città fortificate, castelli e apprestamenti difensivi della Calabria Ultra, racconta – ha spiegato la cantastorie – «l’attacco di Scipione Cicala diventato Sinām Pascià, nel settembre 1594, alla città di Reggio e l’ostinazione coraggiosa dei reggini nel non voler abbandonare il sito distrutto e messo a fuoco». 
Scipione era figlio del barone Cicala che, nel 1561, navigando da Messina per la Spagna, fu catturato da Dragῠt, l’ammiraglio ottomano.

Il ragazzo fu dato in dono al Sultano che lo instradò sulle vie dell’Islam col nome di Sinām. Fece valere il suo talento, finché divenne un “agà” (capo) dei Giannizzeri, quindi grande Serraschiere in Persia, visir d’Ungheria e finalmente, successe al vecchio Uccialì (anche lui rapito giovinetto in Calabria) ammiraglio della flotta del Sultano Murād III. 
A maggio 1594, Sinām Pascià esce dai Dardanelli alla testa di una flotta di 70 galere inalberanti i vessilli di guerra con la mezzaluna turca. Arriva davanti a Siracusa. Vuole rivedere la madre e i fratelli. Gli riferiscono che sono stati messi in carcere dal vicerè spagnolo. Furioso, fa sbarcare le truppe dedite al saccheggio. Dopo numerose incursioni sulle coste sicule, conduce la sua armata su per lo Stretto e va ad ormeggiarsi nella cosiddetta Fossa di San Giovanni. Dalle torri di guardia (illustrate nel Codice Romano Carratelli) le sentinelle seguono i suoi movimenti. Segnalano l’imminente pericolo e gli abitanti mettono in atto il piano di evacuazione. Tutti i beni, gli uomini, le donne e i bambini ripararono su nell’Aspromonte. Così Cicala non trova nessuno. Devasta e mette a fuoco. Dall’alto della montagna, i reggini assistono addolorati e impotenti. Non è la prima volta: già il Barbarossa e il Dragῠt hanno messa a ferro e fuoco Reggio Calabria. Ora, grazie agli avvertimenti delle torri di guardia, i reggini coi loro beni essenziali possono mettersi in salvo. Dopo vari giorni, Sinām Pascià con i suoi uomini si reimbarcano e la flotta scompare oltre l’orizzonte. Gli abitanti tornano in città. Reggio è ridotta a un cumulo di macerie. Ora bisogna solo ricostruire. Qualche anno dopo, considerati gli ingenti costi della ricostruzione, il Re di Spagna Filippo III scrive alla Regia Camera della Sommaria (una sorta di Ministero dell’Economia e delle Finanze) di Napoli, ingiungendo di non far più riedificare la città nello stesso sito, perché troppo esposto alle incursioni turchesche. L’ingiunzione, però, cade nel vuoto, per la caparbietà dei reggini che, invece, vogliono restare dove sono sempre stati. Saranno baluardo del regno cristiano e occidentale. Subiranno altri attacchi, ma alle “loro meravigliose bellezze” non intendono rinunciare.
La ballata di Francesca Prestia ricorda il coraggio e la fierezza di una grande città del Mezzogiorno e dei suoi cittadini. Alla discussione sul libro di Caridi hanno preso parte l’assessore alla Cultura Filippo Quartuccio, la presidente dell’Associazione Italiana Parchi Culturali Irene Tripodi, il presidente di Anassilaos Stefano Iorfida e l’editore Franco Arcidiaco. 
Il consigliere regionale Giuseppe Giudiceandrea si è complimentato per la ballata della cantastorie, «che rappresenta la Calabria migliore in Italia e anche oltre». E ha ricordato che «Scipione Cicala da Messina, rinnegato per salvare il padre, divenuto grande ammiraglio della flotta turca, si accordò con Tommaso Campanella, per invadere la Calabria e liberarla dalle porcherie dell’inquisizione… Sinam in Calabria venne per sostenere il tentativo insurrezionale di Tommaso Campanella, frate domenicano, filosofo e poeta che cercava d’incanalare il malcontento dei calabresi contro la tirannia spagnola, che li aveva ridotti alla disperazione. Con Campanella c’era un gruppo di rivoltosi che mirava a instaurare una repubblica secondo i dettami che si desumono dalle pagine della “Città del Sole”, attraverso una congiura contro l’autorità spagnola e ecclesiastica. La congiura in Calabria prevedeva 300/400 uomini armati a cui era affidato il compito di prender di notte Catanzaro/o in caso d’insuccesso ritirarsi sui monti); ad essi si sarebbero uniti contemporaneamente i turchi di Sinam Bassà, come prevedeva l’accordo tra Cicala e Maurizio Rinaldi concluso a Istanbul, attraverso la mediazione la mediazione di alcuni rinnegati calabresi. Successivamente la rivolta doveva estendersi all’intera Calabria. Sinam e la sua flotta arrivarono il 14 settembre, come stabilito, ma il fallimento della congiura e la prigionia di Campanella, lo persuasero di rinunciare allo sbarco e di ritornare a Costantinopoli».

Romano Pitaro





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