Le vite normali nel «libro perfetto» di Sonia Serazzi – VIDEO

Vito Teti dialoga con l’autrice del romanzo “Il cielo comincia dal basso” inserito nella decina del Premio Sila. «La letteratura non ha bisogno di aggettivi»

COSENZA Il cielo comincia da basso, metaforicamente, rappresenta la dignità con cui ogni uomo decide di affrontare la sua vita. Tutti, indistintamente, non importano le origini o il rango familiare, la collocazione geografica o il tempo. «Penso a un uomo che cammina in salita, cammina con la schiena curva e raggiunto l’altopiano cammina con la schiena dritta. Camminare curvi dopo tanta fatica non si può. Chiunque comincia dal basso alla fine cammina sempre con la schiena dritta». Sonia Serazzi condensa in queste parole la spiegazione del suo libro edito da Rubettino “Il cielo comincia dal basso”, inserito nella decina del Primo Sila. Come nella scrittura, si appiglia all’immagine per spiegare senza troppi giri di parole quello che ha messo nero su bianco dopo una pausa durata 12 anni. È una presentazione intima quella che fa insieme all’antropologo Vito Teti tra i volumi della libreria Mondadori di Cosenza. Un dialogo tra i due che rimane ancorato alla vita umile e ordinaria dei protagonisti del libro quando Teti confessa: «Mi sento un po’ come il professore delle stelle, anche io accudisco da molti anni i miei genitori malati». Sì, perché nel libro di Sonia Serazzi non ci sono agguati e colpi di lupara. Commissari e magistrati a condurre indagini. Niente di tutto questo, ma la vita della famiglia Sirace, raccontata attraverso gli occhi di Rosa, anzi “Rosasua” come ama chiamarla Antonia Cristallo.

MIA NONNA «Antonia Cristallo, mia nonna, dice che noi fummo sempre poveri e mai tamarri: il tamarro è uno che la terra gli basta, il povero invece alza gli occhi in cerca d’azzurro». Inizia così la storia di Rosa Sirace. La citazione d’autore, per una ragazza che da un punto non definito della Calabria inizia la sua esistenza, è quella di sua nonna. Donna di una famiglia matriarcale calabro-sarda con tratti napoletani. «In questo libro c’è la Calabria mondo, la Calabria normale dove l’eroismo dei personaggi si concretizza nel vivere la normalità, ossia la malattia, la morte, gli eventi familiari – spiega Vito Teti –. Quindi i grandi temi della vita, se da un lato c’è la dimensione calabrese, dall’altro c’è un tentativo molto riuscito di presentare quelle che sono le grandi questioni dell’umanità: che ci faccio qui? Che cosa debbo fare per vivere quotidianamente? Come posso regolare il mio rapporto con gli altri?». Domande a cui Sonia Serazzi risponde con frasi secche, prive di aggettivi superficiali: è così che racconta le storie dei suoi personaggi. «Il desiderio era quello di raccontare il sud quando le telecamere si spengono, intimo e ricco di colori e denso di sfumature e significati molto profonde. Rosa accoglie gli eventi e si apre ad essi, accoglie il reale e lo trasfigura». Pagine che esaltano la normalità della vita: le campane a lutto, la gentilezza di un conducente della linea calabro-lucana, la vita degli altri compaesani che diventa vita comune quando eventi felici e non turbano la “felicità familiare” cara allo scrittore russo Lev Tolstoj.

ROSA SIRACE “Il cielo comincia dal basso” non ha una collocazione geografica o temporale. È una storia che va bene per tutte le generazioni e al tempo stesso capace di proiettare la Calabria nella dimensione della grande letteratura. Ne è convinto Teti: «La letteratura mondiale è sempre stata di piccoli posti, un microcosmo è un cosmo, un piccolo paese ha il problema dei grandi centri, basta non trattarli in modo localistico e periferico. Non sono i problemi dei calabresi quelli trattati nel libro, la letteratura non ha bisogno di aggettivi». E da questa chiave di lettura è utile partire per comprendere come fin dalla giovinezza la vita di Rosa Sirace possa essere la vita di chiunque. Studentessa, scrittrice apprezzata dai redattori del quotidiano locale, cattolica, giramondo quando, scalata Perugia senza tirare il fiato, la proclama sua seconda città. Maestra, ma soprattutto figlia e nipote, aggrappata alle speranze di riscatto che forse, sono anche le sue: quella di Ladyddì (il suo amico Domenico) ma anche della Baronessa di Babbumannu (nomignolo di sua madre) che lasciò la Sardegna convinta di diventare insegnante e vivere sul mare. «La Baronessa di Babumannu è convinta che la povertà debba tacere, altrimenti diventa una corona di pidocchi sulla fronte: sozzura in mostra che ti devi grattare lo stesso da sola. Per questo mia madre non parla di quello che le bisogna, piuttosto inventa quello che ha».

Michele Presta
m.presta@corrierecal.it







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