Anna Maria De Luca torna al Comunale con Teresa, donna di ‘ndrangheta

Con il Teatro del Carro l’attrice mette in scena a Catanzaro il testo scritto dalla giornalista Francesca Chirico

CATANZARO Nel giorno del suo compleanno, Anna Maria De Luca – una delle più grandi attrici calabresi – il regalo più bello lo fa al suo pubblico. Una interpretazione forte, intensa, che infonde emozioni a piene mani, per quello che racconta e per come lo fa. Sguardi, gesti, sussurri che parlano mentre la chioma rossa traccia la scia ipnotica che si segue senza sosta, disegnando nell’aria la forza della rabbia, la disperazione della vendetta, il livore del tradimento. Un testo potente, quello che la giornalista Francesca Chirico ha scritto appositamente per la De Luca, che con il Teatro del Carro torna a Catanzaro dopo sei anni, e racconta che sul palcoscenico dello storico Teatro Comunale – restituito dalla città grazie alla passione e alla follia di Francesco Passafaro e del Teatro Incanto – ha esordito con il suo percorso artistico. Un pensiero e più che un applauso non possono che andare anche al compianto Pino Michienzi, compagno di vita e d’arte di Anna Maria e papà di Luca che di “Teresa. Un pranzo di famiglia” ha curato la regia. Questa rappresentazione proietta un altro punto di vista: quello di una donna di ‘ndrangheta, e in quanto tale custode delle tradizioni e dei codici della famiglia, la stessa che sono chiamate a guidare e proteggere quando gli uomini vengono uccisi, o finiscono in galera per “gli affari” o per vendetta. Una madre criminale, pur sempre madre. Chiamata a custodire in silenzio memoria e rabbia, dolore e paure. Per Teresa, che ha introiettato i valori mafiosi fin da piccola, per la quale è normale rimanere segregata in casa prima da figlia, poi da moglie e da madre, accettare inerme la volontà di un marito che non ama – «il primo che capita, tanto sono tutti uguali», le dice la mamma – raccogliere le responsabilità di un potere enorme e diventare depositaria di quel senso dell’onore e del rispetto che uccide. Donne che non parlano: a che serve, quando devi chinare la testa e obbedire, senza porti domande? Donne sospese nel buio, chiamate a coltivare il ricordo accendendo lumini davanti ad una fotografia, come fa Teresa mentre prepara il pranzo, apparecchia per Peppino, il marito ucciso, e il figlio Ciccio, in carcere per vendicarlo. E intanto, mentre si spegne ogni fremito di vitalità, mentre nessun sorriso è mai apparso nella sua vita, Teresa diventa sacerdotessa di un rito che si rinnova, si accendono i lumini in una cucina spartana che alla fine dello spettacolo – caratterizzato da un gioco di luci e ombre, amplificando la tensione emotiva del racconto – si trasforma in una vera e propria sezione dei loculi di un cimitero. Quello che è diventato la vita di Teresa che coltiva il culto dei morti, con sentimenti d’amore familiare assai contorti e controversi perché proiettati nella dimensione parallela del male, ma in cui i protagonisti vivono in un contesto che non conosce altre normalità. La pena più grande, la ferita più profonda è quella inflitta dalla figlia Angela, già diversa da piccola, che non si rassegna a parlare «ogni volta che piscia il gallo», che scrive temi profondi da dove traspare il suo disagio per quella fila passata per persone che si scansano per paura, e non per gentilezza. Teresa spinge la famiglia alla vendetta; finché un giorno, Angela, decide di collaborare con la giustizia, rompendo la catena che li confina tutti nella stessa gabbia, mettendo Teresa di fronte a sé stessa e alle sue scelte. Angela sceglie di prendere la parola, e il suo posto nel mondo, in una terra «perennemente in cerca di voce e parole». E diventa, da viva, più morta dei morti. E mentre la straordinaria interpretazione di Anna Maria De Luca rappresenta la complessità del mondo interiore di una donna di ‘ndrangheta, nello stesso momento fa capire quanto dolore e fatica devono affrontare le altre, quelle che alla ‘ndrangheta vogliono ribellarsi.

Maria Rita Galati
redazione@corrierecal.it







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