Storia (poetica) di una perdita

Con “Giorgio”, Nexus porta in scena (senza lacrime) tragedie e drammi di una famiglia tra il 1984 e il 2008

di Miriam Guinea
VILLA SAN GIOVANNI
Le immagini che arrivano al pubblico presente in sala sono già conosciute. Nella penombra del palco, un piccolo televisore trasmette alcune scene de “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli. È tenue la luce che bagna l’attore che, di spalle, attende che le poche battute trovino il loro naturale epilogo. Ora è lui a parlare: «Mio padre è morto di tumore. Aveva 62 anni». 
Sulle tavole del Teatro Primo di Villa San Giovanni, Giuseppe Gatti in arte Nexus, domenica sera ha portato in scena “Giorgio”, spettacolo da lui scritto e interpretato, prodotto dalla compagnia romana Garofoli/Nexus. Come fosse un ordinario elenco della spesa, l’attore comincia a enunciare tutti i morti da neoplasie della sua famiglia. «Leggo Nietzsche, ma di fumare non se ne parla», svela ironico al pubblico. Siamo a Terni negli anni 80. Giuseppe è un ragazzo che balla sul corso principale della città e vive con i genitori. La città si affaccia allo sviluppo industriale. Gli studi cinematografici di Papigno sono ancora lontani, ma c’è tempo per arrivare anche a quello. In un excursus di un’ora, Nexus narra le vicende di casa Gatti in un arco temporale che va dal 1984 al 2008.
In parallelo al suo rapporto col padre, la crescita della città umbra e l’evoluzione dei costumi a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Con lui, sul palco, una tv a tubo catodico, un proiettore per diapositive e un carrello in ferro i cui cassetti si riempiranno a mano a mano che la diegesi volgerà alla sua naturale conclusione. Su una rella, gli abiti di scena che prestano il volto al padre. In 24 anni di vita, si passa dal Commodore 64 al telefonino, dalle VHS alle prime piattaforme digitali. Ci sono le nottate trascorse davanti a un computer per i primi servizi di rete con le chat di straforo per fare nuove conoscenze. Da un walkman con musicassette la sua stessa voce fuori campo aggiunge elementi a questo continuo ricordo paterno. In campo totale e lungo, Nexus rammenta del padre le corse in moto e la caccia, mai condivisa dalla sua indole naturalista. Arriva la passione per il paracadutismo e la tessera dell’Udc, fino al tramonto del complesso edipico. In questo flashback, i film che il performer proietta sono spezzoni della sua infanzia. Ogni scelta è dettata da un evento vissuto col padre, come le scalate in funivia d’inverno e il primo giorno di scuola. La tuta da moto del padre è appesa lì, su quella rella dei ricordi. In chiusura, l’applauso del pubblico va a anche a lui.
È un performer Nexus (nella foto di Pietro Morello). Usa la danza hip hop per partiture fisiche che interpretano ciò che foto e filmini di repertorio familiare mostrano al pubblico. In loop e in crescendo, conquista il palco in quadri narrativi che si uniscono alle parole sul padre enunciate con una dolce naturalezza che commuovono e colpiscono in pieno stomaco, tanto sono nostalgiche. Getta elementi narrativi che raccoglierà in un secondo momento. La conclusione di questa testimonianza diretta della perdita è poetica e ha cura della persona di cui si parla. Non è mai mostrata la tragedia. Non vengono mai versate lacrime, anzi. A servizio della tragedia, l’ironia conquista un posto privilegiato nel raccontare il dolore dell’assenza, in una drammaturgia che si compone pezzo per pezzo con decoro. Non sorprende, quindi, che lo spettacolo abbia vinto il Premio della Critica al Roma Fringe Festival 2017, il Premio Special Off al Roma Fringe Festival 2017 e come Miglior Monologo/Performance – Festival Inventaria 2018.

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