Due favole di mare e di terra dal ventre della Calabria

In prima nazionale al Castello Aragonese lo spettacolo “‘N cielo e ‘n terra” di Carlo Gallo

di Miriam Guinea
REGGIO CALABRIA
È una prima nazionale quella che sabato sera ha impegnato la rassegna teatrale di “Raccontami un Castello | Nuovi percorsi di narrazione” festival di narrazione promosso da “La Biblioteca dei Ragazzi, Cooperativa Sociale Onlus” di Reggio Calabria, giunto quest’anno alla seconda edizione. Negli spazi del Castello Aragonese, Carlo Gallo del Teatro della Maruca di Crotone (foto di Marco Costantino) torna nella città in riva allo Stretto dopo il successo di Bollari. Memorie dallo Jonio del 2015.
Il nuovo spettacolo da lui scritto e interpretato “‘N cielo e ‘n terra”, sabato sera ha incantato il numeroso pubblico. 
Le due favole di mare e di terra messe in scena, provengono dal ventre della Calabria, da quella striscia di terra che da Capo Colonna tramanda le leggende di bocca in bocca nel tempo. «Le novelle hanno preso uno dei primi posti negli studi che fanno conoscere il passato del genere umano», scriveva Max Muller. Come da antica tradizione, a queste favole chiamate “cunti”, il compito di consegnare avvenimenti che hanno radici profonde. Partendo da una filastrocca, in “U Pruppu du re”, l’attore accompagna lo spettatore in un monologo costellato di miti antichi e credenze popolari; storie di cieli e principesse da sposare. Come arrivasse da un oracolo, il destino di un uomo se morire o diventare re è già scritto in quell’orecchiabile scioglilingua che come una nenia ipnotizza all’ascolto. 
Nella storia di terra, il mar Jonio e il Tirreno si uniscono in “U Patre Rannu”. Un grande uomo, sotto lo sguardo attendo di Gesù e della Madonna, costruisce con della creta la Calabria. Ispirata a “Quando fu il giorno della Calabria” di Leonida Repaci, questo cunto è stato scritto totalmente dall’attore. «La prima fiaba, invece, l’ho sentita alle Castella raccontata da un anziano signore – commenta l’attore in un incontro col pubblico al termine dello spettacolo –. La ricordavo un po’ a pezzi, un po’ male. Allora l’appuntai. Ho fatto una fatica immensa per ritrovarla, perché le parole della filastrocca cambiano in base alla regione. Ho provato a fare un esperimento azzardato, perché ho mescolato delle storie provenienti da altri racconti che per me avevano a che fare con il realismo magico calabrese. Le favole appartengono ai luoghi e quella fiaba doveva diventare una fiaba di mare. Improvvisamente si era creata una magia».
 Come già per “Bollari”, anche qui l’assenza di scenografia non compromette la compiutezza della narrazione.
Ricrea, Carlo Gallo, con il proprio corpo i luoghi in cui abitano le sue parole. Con ampi movimenti di braccia, dipinge la scena che il pubblico riesce a vedere. Col corpo curvo, contrito o molle dà il volto a più personaggi, per ognuno dei quali modula la voce con accenti, suoni, sibili, escursioni tonali diversi. La sua mimica gli permette di essere uno e tanti ruoli. Nei suoi balli e canti rievoca ancestrali memorie. Accompagnato sulla scena dal musicista Emmanuele Sestito, grazie alle percussioni aggiunge elementi narrativi che completano un lavoro che anche solo sulla voce troverebbe la sua perfezione. Di innegabile talento e bravura, Gallo si riconferma portavoce di antiche tradizione e racconti che parlano la lingua del popolo e sorgono su un terreno comune. Il lungo applauso del pubblico, in chiusura, ne è stata una chiara dimostrazione. (redazione@corrierecal.it)





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