“Per il tuo bene”, chiaroscuri (più scuri) familiari in scena

di Miriam Guinea CASTROVILLARI Quando si entra al Teatro Vittoria di Castrovillari, non è difficile notare un segnalibro che occupa le sedie. È sulle tonalità del marrone. Al centro, un…

di Miriam Guinea
CASTROVILLARI Quando si entra al Teatro Vittoria di Castrovillari, non è difficile notare un segnalibro che occupa le sedie. È sulle tonalità del marrone. Al centro, un tagliando e una freccia indicano la scritta “Odore di casa. Annusare in caso di nostalgia”. Basta girare il cartoncino per leggere il titolo dello spettacolo che, da lì a breve, andrà in scena: “Per il tuo bene”, testo e regia di Pier Lorenzo Pisano è il secondo appuntamento di questa settima giornata di Primavera dei Teatri, festival sui nuovi linguaggi della scena contemporanea, ideato e diretto da Scena Verticale (nella foto di Angelo Maggio un momento dello spettacolo). Lo spettacolo – vincitore del premio Tondelli 2017 e prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione, Aca Azzurra Produzioni e Riccione Teatro – è andato in scena giovedì 30 maggio.
Una donna (Laura Mazzi), ha due figli: uno vive fuori da tempo e subisce le apprensioni riservate ai primogeniti (Edoardo Sorgente); l’altro (Alessandro Bay Rossi) – che vive ancora a casa – viene spesso liquidato con un canonino «Tu sei piccolo». Il controllo materno sui consanguinei è svelato già al primo ingresso in scena: una rigida altalena, la colloca in posizione di superiorità rispetto al figlio che siede sotto di lei. Tanto è forte l’insofferenza di un figlio minore rimasto a casa per troppo tempo, quanto quella di una madre, ormai stanca. Attorno alla vita di questi tre interpreti principali si snoda quella di una famiglia come tante, fatta di silenzi, conflitti generazionali e vuoti da colmare. «Puoi tornare a casa? Papà non sta bene». La famiglia rappresentata da Pisano è ricomposta a partire da questa domanda. Ma spesso, tornare a casa per bisogni familiari, diventa un obbligo.
In chiave tragicomica e con un linguaggio rapido, si affronta il presente prelevando dalla memoria familiare: il rapporto con i figli vittime di una madre – a tratti – cinica; un padre assente (nominato, ma mai presente in scena), per cui si torna in emergenza; una nonna e il suo doppio: dispensatrice di cibo e “Nonnamat” per le paghette. Con loro, la fidanzata del figlio minore (Marina Occhionero) e uno zio/comparsa (Marco Cacciola), di cui si perdono le tracce durante la rappresentazione, coro di riflessioni spesso lasciate in buio. Le scene, sono scandite da movimenti di pannelli neri che sezionano lo spazio e il tempo. Come fosse un vero montaggio parallelo, un invisibile occhio da macchina da presa, segue gli interpreti mentre parlano l’uno dell’altro nello stesso posto, ma mai entrando in comunicazione tra loro. Rapide telefonate li mettono in contatto, per poi riconsegnarli al loro individualismo.
I dialoghi svelano le personalità – con il conseguente vissuto – dei protagonisti.
A piccole dosi, la vita di questa famiglia si ricompone nella sua frammentarietà: l’insofferenza di chi torna a casa, cede di fronte alla riscoperta dei luoghi domestici, in cui ci sentiamo protetti e al sicuro. A quei luoghi, si torna sempre. Dopo diversi e reiterati conflitti madre/figlio, si torna alla domanda iniziale: «Come sta papà?». Eludere la risposta riempiendo i silenzi di convenevoli («vuoi il dolce?»), porta la discussione in corto circuito. Dal buio, si cerca di ricucire le fila di un discorso che viene evitato, ma – forse – perché è la domanda a essere sbagliata. La verità di una sofferenza fisica genitoriale, ribalta la condizione parentale. Si tende a rimandare la partenza, perché al prossimo ritorno non tutto potrebbe essere al proprio posto. Nell’epilogo, c’è la speranza di una nuova famiglia, in cui tutto potrebbe essere riscritto, ma non necessariamente salvato. (redazione@corrierecal.it)





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